Il canto oscuro de “La Ghironda di Lady Winter”

Dark fantasy e nascita del mito nell’universo narrativo di Camillo Maffia

Dopo averci servito tre volumi d’una saga horror ferocemente e sontuosamente orientata verso lo splatterpunk, in cui lo spessore scarlatto dell’emoglobina appena versata s’imponeva come nota cromatica dominante, Camillo Maffia torna a sorprenderci – nell’ormai consolidata frequenza annuale, degna di nota sia per quantità che per qualità – con “La Ghironda di Lady Winter“, un nuovo romanzo in cui lo scrittore romano si concede un’insospettabile svolta verso il fantastico puro, sebbene sempre rigorosamente virato al nero (saturo com’è di ombre e malinconie devastanti).
Possiamo anzi dire che quest’ultimo lavoro, pur concepito come prequel alla trilogia precedente, più che spostarsi semplicemente nel passato, sembra affondare in un’altra dimensione – come una lama ben temprata nel lardo. La Ghironda di Lady Winter, infatti, non è solo il nuovo tassello dell’universo narrativo creato da Maffia, ma la sua apocalisse medievale personale: un’opera gotico-esoterica, grimdark e al tempo stesso una cupa favola filosofica, stratificata e senza compromessi.
Il racconto della protagonista, narrato in una notte del Cinquecento in un villaggio sperduto sull’Appennino centrale, dove la fame è un demone più reale del Diavolo stesso, inizia nella seconda metà del XV secolo nella foresta del Sussex. In questo contesto, già segnato da superstizione e miseria, l’autore incastona una storia d’iniziazione e rovina, di potere e resistenza. Mildred – in seguito nota come Lady Winter – è una giovane donna dotata fin dall’infanzia di poteri psichici e oscure percezioni, cresciuta in una famiglia pagana (nel senso più filologicamente corretto di abitante del pagus, il borgo rurale esterno alle mura nell’ordinamento territoriale romano), con una cultura ancestrale intrisa di retaggi celtici e sassoni. A catalizzare ogni evento – e vero fulcro del racconto – è però la ghironda, strumento musicale magico costruito con le sue mani da bambina e capace di evocare spiriti, fate e… incubi.
L’oggetto magico – artifizio narrativo caro tanto a Tolkien quanto alle campagne di Dungeons & Dragons – diventa così fulcro del potere, della rovina e della trasformazione: la chiave di volta che apre e richiude portali tra mondi. Il suono della ghironda – misterioso e atemporale – riecheggia tra le pagine come una presenza arcana, legando la storia di Mildred a creature soprannaturali come la silfide Emelye, potente e malinconica, e la vampira Rosamund, erede ideale delle creature più tormentate di Anne Rice: una figura straziata tra fede e desiderio, che sembra uscita da un frammento apocrifo di Le Fanu per affrontare, da sola, il peso insostenibile dell’eternità.
Il romanzo cambia pelle a ogni passaggio. Se la prima parte è una fiaba nera sospesa tra “Il Settimo Sigillo” e Dickens – con l’infanzia di Mildred immersa nell’atmosfera silvestre e nella scoperta dei propri poteri – man mano che procede il racconto, si incupisce, si spacca, sprofonda. Compaiono terribili nemici: Courtney, succhiasangue crudele quanto seducente, che ci regala l’unica scena di sensualità morbosa nel libro; orde di non-morti affamati; ma soprattutto Gunnar, l’Araldo – arci-vampiro millenario, sadico e manipolatore, vero e proprio Signore delle Tenebre in salsa stokeriana, custode di un castello che sembra un ibrido tra una segreta medievale e una casa degli orrori ricostruita negli studios della celebre Hammer Film Productions.

Lo stile di Maffia è riconoscibile: colto ma fluido, evocativo ma non pretenzioso. L’orrore qui è meno esplosivo che in “Gloria“, ma più denso, più lento, più “bergmaniano”: aleggia, inquieta, medita. La morte non è un evento: è una presenza costante. E la riflessione sul bene e il male non è un orpello morale, ma una materia rovente con cui i personaggi devono bruciarsi le mani. La citazione finale della santa e mistica Giuliana di Norwich, rivisitata in chiave kierkegaardiana, chiude con eleganza una narrazione che è insieme misticismo e fango, sangue e redenzione.

Non va trascurato il lavoro di ricostruzione storica che sottende tutta la scrittura: “La Ghironda di Lady Winter” non è solo un fantasy gotico, ma anche un romanzo storicamente radicato nel tardo Medioevo europeo. L’azione si svolge prevalentemente nella seconda metà del Quattrocento, in un’Europa lacerata da guerre e pestilenze. Il romanzo cita con precisione eventi reali, come la morte del duca di Suffolk o la rivolta di Jack Cade – episodio raccontato anche da Shakespeare nell’Enrico VI – che qui viene rievocata non da sovrani o aristocratici, ma da contadini, falegnami, donne del villaggio. È attraverso i loro occhi che il lettore assiste allo sfacelo politico del regno d’Inghilterra, e questa prospettiva “dal basso” rende l’atmosfera più realistica e coinvolgente.
Anche i dialoghi riflettono questa attenzione: i personaggi parlano secondo la propria condizione sociale e culturale, senza cadere in anacronismi o modernismi. Ne risulta un Medioevo sporco, superstizioso, malinconico e credibile, ben lontano dalle fiere fantasy glamourizzate che affollano le librerie contemporanee. Persino i villain – che restano comunque malvagi fino all’osso – hanno una propria etica d’onore, una coerenza morale che li tiene ancorati al mondo in cui vivono. E questo conferisce spessore anche ai comprimari, come Sebastiano e Luciana, gli orfani che Mildred adotta, completando così un perfetto arco di formazione in stile dickensiano.

La Ghironda di Lady Winterè un romanzo anomalo nel panorama italiano: multiforme, epico, lirico e cupo, capace di mescolare in modo credibile Shakespeare e Lovecraft, Anne Radcliffe e Tim Burton, Tolkien e Clive Barker. E soprattutto, non si limita a raccontare una storia: è una dichiarazione d’amore per il genere dark, il manifesto di una narrativa che per principio si rifiuta di semplificare la condizione umana, dipingendola con tutte le sue sfumature – dal terrore più crudo all’affascinante intensità della lotta interiore.

Camillo Maffia, con la sua penna sempre affilata e una sensibilità che sa essere al tempo stesso poetica e brutale, ci offre un viaggio senza precedenti nel cuore di un universo dove il confine tra il bene e il male è labile e in continua mutazione, e dove la ghironda – simbolo di potere e maledizione – diventa la chiave per svelare le verità più nascoste dell’esistenza. In un’epoca in cui il dark fantasy spesso si limita a omaggiare i cliché, “La Ghironda di Lady Winter” si erge come un’opera originale e rivoluzionaria, destinata a diventare un classico imprescindibile per chi, come noi, non teme di guardare negli abissi dell’anima e di accogliere, anche se con timore, la meravigliosa, crudele bellezza dell’oscurità.

Marco Lombardi

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