“Gloria” di Camillo Maffia, o una splendida festa di sangue

Un romanzo corale che mescola filosofia, religione, letteratura gotica con la cultura pop contemporanea

Avevamo già avuto modo di apprezzare i primi due romanzi di Camillo Maffia, “Marian” e “Aurora” – pregni di angoscia esistenziale, succubi ed incubi, giovani goth aspiranti maghi, adolescenti tossiche alle prese con forme di sessualità non lineari e madri torturate da orrori ineffabili – in cui tutti questi personaggi sono preda in un modo o nell’altro del Mysterium Horrendum, il lato speculare e negativo del divino o “numinoso” in cui l’elemento del terrore viene liberato e intensificato fino a toccare il demoniaco e nelle pagine dell’autore si manifesta a volte mediante pratiche erotiche fisicamente e psicologicamente devastanti ed altre tramite exploit di violenza decisamente splatter…alchimie ricercate, difficili da domare e forse impossibili da razionalizzare ad una prima lettura superficiale, che s’aprono ad implicazioni filosofiche, esoteriche e spirituali d’inedita profondità pur rimanendo nell’alveo della narrativa di genere.
E sebbene non possiamo fare a meno di domandarci, nella nostra intellettuale e beata naïveté, perché questi libri non siano ancora diventati classici sia per gli elitari frequentatori delle atmosfere dark – in musica, cinema, letteratura, etc. – che per i nerd dell’horror in senso più ampio, questa premessa ci sembrava assolutamente necessaria per introdurre “Gloria”, nuova fatica letteraria di Maffia (e terzo capitolo della saga dal momento che la storia prende piede esattamente dal finale di “Aurora”, che a sua volta portava a compimento tutta una serie di linee narrative aperte con “Marian”, suo brillante esordio da noi già altrove recensito) che, pur restando fedele ai topoi e allo stile caratterizzati dalla consueta prosa elegante e scorrevole cui l’autore ci ha abituato, costituisce una prima sorprendente deviazione dalla formula dei lavori precedenti e ci ha piacevolmente sorpresi, conferendo a nostro giudizio una marcia in più alla godibilità dell’opera e alla sua fruibilità per un pubblico più vasto.
Laddove infatti i capitoli precedenti della saga s’incentravano essenzialmente sulle sanguinose avventure di Marian, un’ancestrale demonessa di genere succubus alle prese con il reiterato tentativo d’incarnarsi definitivamente sul nostro piano d’esistenza sfruttando la libido delle sue vittime sessuali come fonte energetica (collocandosi dunque a pieno titolo nel sottogenere dell’horror demoniaco), quest’ultimo lavoro – sempre edito per i tipi di Elison Publishing – si sviluppa piuttosto come un romanzo corale dalle tinte essenzialmente pulp in cui “le Ancelle delle Tenebre”, genia di vampire creata da Marian per i suoi scopi tenebrosi, cercano in maniera caotica di evocare la loro oscura genitrice misteriosamente scomparsa, muovendosi in un mondo decisamente distopico in cui sembrano riflettersi ingigantite le tematiche più disturbanti della nostra contemporaneità; un gioco di specchi deformanti in cui la disperazione e la violenza scorrono senza soluzione di continuità in una selvaggia cavalcata negli abissi metropolitani dell’essere.
Qui Maffia, come uno stregone voodoo che percuota a tempo il suo tamburo in pelle umana per richiamare dalle tombe cadaveri squisiti (tanto per non farci mancare in questa sede anche la citazione surrealista del momento), si dimostra abilissimo nel conferire vivacità e ritmo alle vicende che descrive in quest’opera, mostrando così di aver ormai conseguito la sapienza d’uno scrittore vero, che sa dosare con gusto elementi apparentemente slegati tra loro – morbosità, goliardia, ironia, distopia, grottesco – situandosi come l’incestuosa progenie d’un improbabile rapporto omosessuale tra Clive Barker e James Ellroy consumato nel letto di George Orwell mentre William Gibson origliava dietro la porta.
La materia splatterpunk ovviamente è più che presente nel libro che omaggia senza pudore alcuno i capostipiti di questo sottogenere, nato negli anni ’80 e poi confluito nell’alveo più ampio del cosiddetto orrore estremo, dal sunnominato Barker a Poppy Z. Brite, necromantica regina delle viscere esposte, da Joe R. Lansdale col suo sarcasmo crudele e screziato di sangue a Ray Garton e le sue ossessioni dark-erotiche, ma è nelle pagine di “Gloria” (molto più che nei romanzi precedenti in cui comunque è ben presente) che emerge l’amore di Maffia tanto per il gotico in senso classico, con espliciti riferimenti ad opere come “Carmilla” di Sheridan Le Fanu, che per le più recenti divagazioni sul tema della grande e compianta Anne Rice.
Ci troviamo infatti davanti a una storia di vampiri tout court, una digressione dai lavori precedenti che, più che spiazzare, azzanna alla gola l’incauto lettore e lo trascina nei dedali sporchi, inzuppati d’umori corporei (come se qualcosa di appiccicoso, poco importa che sia sangue, sperma, sputo o lacrime, stia gocciolando da ogni rigo), che siamo soliti collegare mentalmente ai fasti innominabili del cinema di serie B. Anche la sottotrama dell’amicizia spezzata tra Gloria e Amanda, le vere protagoniste del libro intorno a cui ruota tutta la folla/follia dei personaggi inquieti, la prima che abbraccia con riluttanza un’immortalità senza pace e l’altra, convertita ad un cristianesimo oltranzista di cui non sembra del tutto convinta, che diventa una cacciatrice di vampiri all’interno di un ordine paramonastico e paramilitare, rimanda ad un immaginario di questo tipo con echi piuttosto ovvi di pellicole di culto come “Vampires” di John Carpenter o “Near Dark – il buio si avvicina” di Kathryn Bigelow.
È chiaro dunque che siamo in presenza d’un’opera post-moderna, molto grafica, che per crudezza non si fa mancare nulla – dall’autolesionismo alla strage, passando in rassegna tutti i tipi di sostanze stupefacenti possibili in un clima decisamente decadente – e mescola con orgoglio filosofia, religione, letteratura gotica con la cultura pop contemporanea. Lo splatter è quindi inseparabile dal cinema come dalla musica e dalle sottoculture urbane (specie post-punk, goth e industrial) nel processo creativo dell’autore.
Crediamo sia anche importante evidenziare come Maffia, pur esplicitando continuamente e senza remore le sue influenze letterarie, che spaziano dai più celebri esponenti del gotico ottocentesco come Stoker, Radcliffe, Walpole, Lewis e i rappresentanti sopraccitati dell’orrore contemporaneo, riesca ad inserirsi idealmente nel lignaggio dei suoi illustri predecessori, si unisca alla fine con questo lavoro al loro intento di rinnovare la figura archetipica del vampiro, rendendola ancora una volta metafora aggiornata degli orrori e dei malesseri del presente: se infatti nell’immaginario collettivo la figura del non-morto è stata associata via via ai mali correnti dei secoli in divenire – dall’associazione con la pestilenza tratta direttamente dalle cronache medievali alla figura byroniana del superuomo ottocentesco che sfida le tentazioni categorizzanti dell’Illuminismo prima e del Positivismo poi, perdendosi infine in una miriade di rivoli carsici riaffioranti talvolta nello stupidario da teen movie in voga dagli anni ’80 del novecento in poi – Maffia gli fa compiere un’ulteriore evoluzione trasportandolo nell’atmosfera disperante e frammentata di quest’inizio millennio tutto da compiersi.
Le sue vampire non sono figure archetipiche, né aristocratiche dispensatrici di morte che vagano in stanze foderate di velluto cremisi. Non sono figure romantiche e onnipotenti ma tossiche e puttane, metallare disperate che strimpellano in una band underground e gestiscono un locale notturno con spogliarelli e prestazioni sessuali a pagamento, per una platea di succhiasangue che la stessa Gloria definisce “tutti impaccati di soldi” in una felice metafora del vampirismo come capitalismo nella sua accezione più rapace.
Le Ancelle delle Tenebre sono anime perdute in una Roma spettrale a noi fin troppo familiare, hanno problemi a tenere aperto il night a causa dei lockdown, si scontrano con una banda rivale di sciamani che sono extracomunitari e marginali, si portano dietro dalla vita alla non-vita problemi personali irrisolvibili, schiaccianti per chiunque: Luciana è alcolizzata, Ratyi una zingara che fa la cartomante, Erica si prostituisce da 300 anni, Melissa è instabile (lo era anche prima della metamorfosi) e ha vissuto a lungo nella foresta come un’eremita, Alma è ansiosa per via della rigida educazione ricevuta nel ‘700 e si trova fuori contesto, impacciata, nell’epoca moderna, Gloria è una tossicodipendente che dopo la morte del compagno Gabriele ha cominciato a prostituirsi, Jessica è stupida, frivola, ha un tragico vissuto e ha capito una sola cosa nella vita: che il potere ti frega sempre… sono vittime e carnefici come tutti noi, come tutti noi sono gettate in una società iper-controllata ed alienante senza uno scopo ed è in questa incertezza, in questa fragilità senza redenzione, che si dibatte lo spirito del tempo che viviamo e che l’autore descrive così poeticamente con la sua penna intrisa di scarlatto.
Concludendo vorremmo ricordare come già qualcun altro, in una recensione precedente dei romanzi di Maffia, abbia sottolineato l’irresistibile potenziale con cui questi lavori si presterebbero a delle riduzioni televisive o cinematografiche. Ci auguriamo perciò che qualche produttore sia abbastanza sensibile e folle da raccogliere il guanto di sfida che gli porgiamo convintamente per conto di questo giovane narratore da seguire e rispettare per il talento, l’inventiva e soprattutto il coraggio a proporsi in questi termini su una scena culturale asfittica come quella nostrana; da custodire e rileggere in attesa d’un nuovo invito alla sua mensa granguignolesca per affondare i denti nella prossima portata che vorrà servirci… cotta al sangue ça va sans dire.

Marco Lombardi

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