Siamo tutti figli di “Ciao Darwin”: quando un esperimento televisivo diviene un cult

Il programma ideato da Paolo Bonolis sta per iniziare un’altra – l’ennesima – edizione. Perché “Ciao Darwin” piace ancora a moltissimi?

Così come nell’immediato dopoguerra erano tutti partigiani, perché era giusto e corretto rivendicarlo, anche se non era vero, quelli nati negli anni Ottanta sono tutti figli di “Non è la Rai”. Il programma che ha fatto la storia della televisione, secondo alcuni. Il format che ha aperto la strada al trash sessista, secondo altri. La verità sta nel mezzo, dicevano i latini. Boncompagni sapeva, malgrado le voci e il dissenso che si portava dietro, di aver creato qualcosa di innovativo.

Qualcosa che andasse contro l’imborghesimento perbenista dei costumi, a scapito magari della morale e dell’etica: donne trattate alla stregua di oggetti da ammaestrare – infatti la Angiolini veniva comandata a bacchetta tramite ordini che partivano da un auricolare – eppure chiunque sognava di entrare a far parte di quel “Paese dei balocchi” che surclassava con ironia e irriverenza la tivù pubblica.

Perché? È giusto calpestare i principali dettami della cultura e del buoncostume riducendo un insieme di professionisti e professioniste a macchiette da ammirare? No, eppure questi programmi andavano e vanno per la maggiore. Non siamo tutti misogini, né tantomeno ignoranti. Quasi, va. Il punto è che a chiunque piace avere un posto, un’isola felice, dove rifugiarsi e sparare cazzate. Con leggerezza, senza pensare alle conseguenze di quel che dice o fa. Allora, dopo aver sistemato Boncompagni nel cassetto dei ricordi, i tempi sono maturati. La televisione è andata avanti, ma certi format sono rimasti.

Programmi altamente goderecci, in cui trionfa l’eccesso dialettico, etico e morale verso una categoria sociale, oppure verso tutte. In una perenne battaglia, che poi non porta a nulla. Se non alla goliardia. In principio, appunto, c’era Boncompagni. Oggi c’è Bonolis. Da “Non è la Rai” a “Ciao Darwin”, che ha da poco compiuto ventun anni.

C’è chi lo critica, chi lo elogia, chi ride, chi si annoia, chi lo aspetta. Tutti, però, l’hanno visto e continuano a vederlo. Mente chi afferma il contrario. I nati negli anni Novanta sono cresciuti con la “bavosa” di Laurenti, Madre Natura che scende dalle scale, il “viaggio nel tempo” e il défilé fra due tipologie di persone che stanno agli antipodi ma sono ugualmente belle e bizzarre.

Le battute, gli sfottò, i cilindroni, gli insulti: «Non cincischi, vada. Vada!!!». I concorrenti presi di mira, il pubblico allupato che ammicca e ride. Questo è trash puro, quindi arte, in quanto fenomeno collettivo e straordinario. Non importa se sia giusto o no, se sia bello o scadente, l’importante è che piaccia. “Ciao Darwin” fa il 40% di share da quando avevo ancora i capelli, qualcosa vorrà dire.

Sempre più verace, sempre più scorretto e sempre più divisivo. Al punto da divenire un costante rituale pagano dell’intrattenimento. Perché lontano dai manierismi e dalla logicità delle cose, un giro sulla giostra della follia, senza paternali su cosa sarebbe più opportuno fare o dire, vogliono garantirselo tutti. Dare vita a quegli istinti gioviali e da bar che, in fin dei conti, ci hanno sempre contraddistinto ma che teniamo a bada per quieto vivere. Eravamo tutti figli di “Non è la Rai”, siam tutti figli di “Ciao Darwin”: analogie e paradossi di un mondo che cambia pur restando sempre così.

Andrea Desideri

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