Intervista a Tracy Farr: autrice australiana del romanzo “Dopo la pioggia”

Tracy Farr è una scrittrice nata in Australia e residente in Nuova Zelanda. Pubblica nel 2014 per la casa editrice australiana Fremantle Press il romanzo “The Life and Loves of Lena Gaunt“. “Dopo la pioggia” (“The Hope Fault“) è il suo secondo romanzo, tradotto e pubblicato in Italia nel 2019 da Parallelo45 Edizioni; una storia famigliare ambientata in una casa che contiene i ricordi di una vita, e che diventa testimone della chiusura di un capitolo importante nelle esistenze di tutti i personaggi.

Ci presenti il tuo romanzo “Dopo la pioggia”?

Gran parte del romanzo accade durante un weekend lungo e piovigginoso di metà inverno. Sono passati dieci anni da quando il matrimonio di Iris e Paul è andato a pezzi. Il dolore e l’amarezza causati dalla rottura si trovano confinati nel loro passato, e ora si ritrovano a interagire in modo amichevole. Sono l’uno parte della vita dell’altra, anche se non sono più una coppia. Il figlio di Iris e Paul, Kurt, ha lasciato la casa per andare all’Università. Paul e la sua giovane moglie hanno una nuova bambina (così nuova da non avere ancora un nome). È il tempo di un cambiamento e di nuovi inizi; è il tempo di andare avanti. Nello spirito dell’andare avanti, hanno venduto la casa vacanze della famiglia e ora si ritrovano a impacchettare e ripulire e a dire addio alla casa (e a quel palcoscenico della loro vita) con un’ultima e grande festa. Stanno insieme e fanno quello che le famiglie fanno di solito (mangiano, bevono, ballano, dormono, discutono e si conciliano, si capiscono e si fraintendono, si nascondono e si rivelano informazioni) tutto seguendo il doppio ritmo della pioggia sul tetto e dell’adorata neonata che aspetta di ricevere un nome. In mezzo al fine settimana, al centro del romanzo, l’attenzione si sposta dalla casa vacanze, per svelare la storia di quei membri della famiglia che non possono partecipare alla festa. C’è una vita vissuta e una storia rivelata, prima che si ritorni alla casa, alla festa, al fine settimana e alla pioggia.

Cosa accadrà ai protagonisti del tuo romanzo dopo la fine dell’incessante pioggia? Hai pensato a un seguito delle loro storie?

Mentre scrivevo il romanzo, ho saputo sin dall’inizio come sarebbe finito. L’ho visto nella mia mente, quasi come la sequenza di un film. Ho scritto in vista di quella sequenza finale. Ed è stato importante per me non pensare oltre a questa scena finale. Ho voluto che il romanzo finisse in quel preciso momento, e che il lettore (così come il personaggio) non potesse intuire il seguito. Perché la vita, secondo me, accade allo stesso modo. Mi piace l’idea che, in assenza di un seguito, ciascun lettore possa immaginare la propria versione di ciò che accadrà dopo. Semmai dovessi pensare a un seguito, la storia la ambienterei a distanza di anni, concentrandomi sulla vita dei personaggi più giovani, come Kurt oppure Luce, o forse la neonata.

Qual è il personaggio del romanzo “Dopo la pioggia” che senti più vicino a te, e per quali motivi?

Ho deciso l’impostazione del romanzo (quella di una donna nella tarda maturità con un figlio sui 21 anni e una madre centenaria) circa una decina di anni fa; dopo di che mi sono dedicata ad altro. Ora, mi ritrovo alla stessa età di Iris; mio figlio, come quello di Iris nel romanzo, ha circa 21 anni; e mia nonna ha compiuto 100 anni l’anno scorso. In modo superficiale, mi sento vicina a Iris. Iris però non è me, io non sono Iris. Difatti, il personaggio che sento più vicino è Luce, la nipote adolescente di Iris. Luce somiglia all’adolescente che ero: spinosa e difficile, propensa a prendere decisioni sbagliate, affezionata alla propria solitudine, con un disperato desiderio di essere amata senza però sapere come chiedere affetto.

Perché hai scelto di raccontare la storia di Rosa a ritroso nel tempo? Che valore aggiunto ha dato alla narrazione la manipolazione temporale degli eventi?

Innanzitutto, ha risolto, secondo me, un problema di logistica all’interno della struttura del romanzo. Ho voluto raccontare la storia della vita di Rosa (che rivela il passato di tutti i personaggi) e sapevo di volerla raccontare per intero sebbene in modo frammentario. Il problema che ho dovuto risolvere è il fatto che Rosa non si trova nella casa assieme al resto della famiglia e non volevo spezzare la concentrazione dagli eventi che interessavano i personaggi nella casa. Sapevo di dover rendere la storia di Rosa omogenea nell’economia della narrazione e dedicarle uno spazio sperato all’interno del romanzo. Volevo però creare un collegamento tra le diverse parti, come in un puzzle, e il modo migliore che ho trovato è stato quello di iniziare la storia di Rosa nel momento in cui ci si staccava dagli eventi che accadevano nella casa. Poi mi sono chiesta: se la storia di Rosa inizia nell’«adesso» del romanzo, questo mi poteva permettere di concludere il romanzo con l’inizio della storia di Rosa da collegare poi alla storia della neonata, muovendomi in un cerchio, per ritornare all’«adesso» del romanzo? Quando ho iniziato a raccontare la storia di Rosa al contrario, mi sono resa conto del valore aggiunto che questa portava al romanzo. Mi interessa molto il concetto di tempo, di come lo si sperimenta, e di dargli un senso nell’atto della scrittura. Mi interessa il tempo così com’è visto nei fumetti (l’adesso della singola immagine e la transizione tra immagini singole e pagine), o nella musica (che ti dà la sensazione di essere in un adesso dell’esecuzione), e nella memoria (ci ricordiamo la vita così com’è stata vissuta). Kikegaard disse che è vero quello che dice la filosofia: la vita va compresa guardano indietro. Ricordando però anche un altro principio: che va vissuta guardano avanti. La parte centrale del romanzo, la narrazione rovesciata, la parte dedicata alla comprensione, produce un contrasto con il resto del romanzo, in cui i personaggi vivono guardando avanti.

Quali sono le tue abitudini nella scrittura? Dove ami scrivere, e come organizzi il tuo lavoro?

Le mie abitudini cambiano nei diversi passaggi di scrittura di un romanzo o di un progetto, e dipendono anche dalle altre attività che richiedono il mio impegno. Negli ultimi anni, ho avuto la fortuna di usufruire di alcuni periodi di scrittura a tempo pieno e quando ho potuto permettermi questo lusso, ho notato che per me funziona molto bene se mi dedico alla scrittura al mattino. Mi sveglio, mi preparo un pentolino di the, scrivo un’ora o due. Faccio una breve pausa per fare colazione, poi torno a lavoro fino all’ora di pranzo. Se lavoro dalle 7 alle 13, 14, diciamo che quella è una giornata molto buona di scrittura, per me. Ma ci sono giorni in cui riesco a dedicarmi solo per un’ora o due alla scrittura, al mattino o nel pomeriggio, oppure non riesco affatto e, nel corso degli anni, ho imparato a gestire questi flussi di scrittura. Oltre la scrittura in sé, della revisione o dell’editing, c’è l’attività più ampia dell’essere uno scrittore (interviste, eventi, festival, questioni amministrative come rispondere alle mail e tutto il resto) e quello ti toglie tanto tempo quando sei disposto a offrirne. Ho un piccolo ufficio, una stanzetta, a casa, ed è lì che scrivo. A volte mi piace scrivere a mano, su quaderni, traccio i miei progetti, se posso anche all’aperto. Quest’anno ho avuto accesso anche a uno studio condiviso con altri artisti, con vista mare, poco lontano da dove abito. Ho lavorato intensamente durante la stagione estiva al mio ultimo romanzo, e, potermi recare in uno studio, ha spezzato la mia giornata fatta di scrittura a casa, al mattino, giro in bicicletta per raggiungere lo studio, attraversando la baia, per poi raggiungere uno spazio diverso condiviso con altri artisti e scrittori.

La casa intesa come luogo di aggregazione e di protezione è in “Dopo la pioggia” trasformata in una sorta di palcoscenico dove i numerosi attori, facenti parte della stessa famiglia allargata, celebrano il passato e il presente che li legano l’uno con l’altro. Qual è il significato profondo della celebrazione messa in scena dai protagonisti nella casa delle vacanze? A cosa stanno dicendo addio, e cosa stanno accogliendo nella loro numerosa e variegata famiglia?

È vero, la casa è un palcoscenico nel romanzo e tutti i personaggi raggiungo questo palcoscenico con un’unica intenzione: «disfare» il passato. Nell’impacchettare scatoloni, apprendono e dicono addio al loro passato. E attraverso questo processo, raggiungono un nuovo modo per essere una famiglia. Non è una famiglia tradizionale, ma è una famiglia che abbraccia tutte le complessità del quotidiano, tipiche della nostra vita contemporanea. Ovviamente, c’è anche una parte della mia esperienza famigliare lì dentro. Tutti gli elementi dell’interazione e della celebrazione, spero, contribuiscono per realizzare questo obiettivo. Ho voluto celebrare l’importanza di relazioni difficili da descrivere. Il figlio della mia sorellastra. Il figlio del mio ex marito. Ho voluto celebrare il ruolo della Zia. Qualche volta, proprio come in questo romanzo, è una relazione legittimata dal legame di sangue o matrimoniale, ma spesso la Zia è un’onorificenza offerta a un’amica o una donna più anziana che fa parte della comunità, ed è un ruolo molto potente per una donna. Ho voluto esplorare e celebrare il modo in cui potremmo creare rapporti nuovi e diversi nello spazio nato dalle macerie di un matrimonio.

Che cosa stai leggendo in questo momento? Ci sono autori australiani o neozelandesi che vorresti consigliare a chi ha apprezzato il tuo romanzo?

Ho appena finito di leggere il libro di Ottessa Moshfegh, “My year of rest and relaxation”, e l’ho amato. Gli altri due libri che non vedo l’ora di iniziare a leggere sono quelli della scrittrice australiana Carrie Tiffany, “Exploded View”, e dell’autrice neozelandese Tina Makereti, “The imaginary lives of James Poneke”. La lista delle mie letture è dominata solitamente dai romanzi, ma ultimamente ho letto molto sia memorie sia biografie. Alcuni libri meravigliosi di scrittori australiani e neozelandesi sono “The trauma cleaner” di Sarah Krasnostein; “Can you tollerate this?”, una raccolta di saggi del poeta Ashleigh Young; le memorie di Jessie Cole, “Staying”; e il fumetto-memorie di Sarah Laing, “Mansfield and Me”. La mia scrittrice a lunga tratta, Helen Garner, scrive narrativa e non. I romanzi di Jenny Ackland, “Little Gods”, che parla di famiglia, sorelle e segreti, con una casa in mezzo quasi come un personaggio centrale. Amo i romanzi criminali di Emma Viskic che parlano di personaggi complessi in ambientazioni australiane. Un’eterna domenica dello scrittore australiano Robert Lukins, che uscirà in Italia nei prossimi mesi. Ci sono tantissimi altri scrittori australiani e neozelandesi che vorrei raccomandare. Per esempio, neozelandesi: Fiona Kidman, Stephanie Johson, Anna Samill, Paula Morris, Catherine Chidgey, Sarah Quigley, Charlotte Grimshaw, Anne Kennedy, Kristy Gunn, Pip Adam, Sam Duckor-Jones, Damien Wilkins, Emily Perkins. E australiani come: Lucy Treloar, Peter Goldsworthy, Ellen van Neerven, Amanda Curtin, Alan Carter, Yvette Walker, Jane Rawson, Joan London, Jock Serong.

Sabrina Barin

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