Essere Robert Plant

«Quando facevamo del nostro peggio, eravamo comunque migliori di tante altre band». John Paul Jones

Ma che ci faccio qui? Io sono una Rockstar, cazzo. È da quando ero ragazzino, da quando gli ormoni hanno cominciato a fare il loro lavoro, che volevo essere come lui: Elvis. La prima vera Rockstar, l’inventore del rock. E lo sono diventato presto, sissignore se lo sono diventato. A vent’anni mi mangiavo il palco, mi sbranavo le folle. Non ho niente a che vedere con tutti questi stronzi in smoking e lustrini che infestano questo Auditorium, io qui non ci volevo neanche venire. È colpa di Jimmy, è stato lui che mi ha chiamato e mi ha detto: «Ehi Bob, vedi di esserci. È il Kennedy Center Honors, un premio importante. Devi esserci anche tu, i Led Zeppelin erano anche Robert Plant. Non hai un disco appena uscito? È una bella pubblicità: fai un paio di sorrisi, applaudi a quegli stronzi sul palco che canteranno le nostre canzoni, e arrivederci». Ma io non ho nessun disco nuovo, gli ho detto, è un secolo che non vado in studio, che non scrivo più nulla. Non ne ho voglia, forse mi si è esaurita la vena creativa. Ma poi Jimmy ha detto: «Pare che il pezzo forte lo suoni il figlio di Bonzo e lo canti Ann Wilson. Dai, vieni». Non me ne fregava niente del premio, ma mi incuriosiva vedere in azione Jason, il figlio del nostro Bonzo, e sentire come se la cavava quella cantante. L’avevo conosciuta, trent’anni fa o giù di lì, e c’era stato un certo feeling. E quindi eccomi qui, seduto sul palco d’onore, con Jimmy, accidenti a lui, accanto. Ci hanno messo una bella medaglia al collo e ci stanno facendo sciroppare una serie di rockettari che si fanno belli con i nostri pezzi. Ma non saranno mai come noi, come me. Eccoli, con quello stile trasandato studiato nei minimi dettagli. Su quel palco mostrano il loro profilo migliore, non sudano, non gridano, non godono. Oh come godevo io, e come facevo godere il pubblico. Bastava un po’ di benzina prima del concerto e potevate vedere una creatura fatta di fuoco e sesso, con una criniera leonina e la voce di un Dio. Questi qui non valgono un cazzo, non sanno neanche cosa significa essere Robert Plant. E la cosa peggiore di questo premio, questo riconoscimento ricevuto nientedimeno che dal presidente americano in persona, è che lascia intendere che io sia vecchio. Finito. In fondo, quando è che si dà un premio alla carriera? Ma quando la carriera è finita, ovvio. Non ci capiscono nulla, io sono ancora una Rockstar. Se mi avessero dato un microfono, stasera, li avrei mandati tutti a casa.
Jimmy mi dà una pacca sul ginocchio, forse sto pensando ad alta voce. Ah, no, è perché è salito sul palco Jason. Ci saluta, si batte il pugno sul cuore e si mette alla batteria. E indossa la bombetta di suo padre, il vecchio Bonzo. Salgono anche le Heart, Ann Wilson e la sorella, lei sempre mora e la sorella con la chitarra sempre bionda. Da giovani hanno fatto un paio di dischi decenti, ora sono due signore con vestiti costosi che ci salutano con le mani ingioiellate. Io sorrido come si conviene, applaudo. Attacca la bionda con l’arpeggio iniziale. È ‘Stariway to Heaven’.
Quando attacca, Ann ha qualcosa nella voce, un che di preciso che scocca come una freccia, che mi arriva alla gola e si incastra lì, tanto che me la sento che non va né su né giù. Ma non mi sto mica emozionando, no, io sono una vera Rockstar e voi siete solo dei fighetti ben vestiti che battono il tempo col piede seduti sulle vostre poltrone. Sarebbe troppo bello per voi vedere le lacrime di chi faceva piangere mille ragazze con un solo colpo di bacino, un bel colpaccio per la macchina dello show business. No no, non se ne parla proprio. Ci hanno messo proprio tutto, eh, le luci azzurre, i violini, Jason che entra con la batteria, le mani sul cuore della cantante. Cazzo che voce che ha, se l’è mantenuta proprio bene. Ma voglio vedere come se la caverà con la strofa finale, quella dove la mia voce usciva e diventava altro da me, assumeva una vita propria. E va avanti, questa mora che canta come un angelo o come il diavolo in persona, che sembra che mi stia sussurrando nell’orecchio: «Tranquillo Bob, sii te stesso, non ti vedrà nessuno». Col cavolo bellezza, altro che sussurri, io le donne le facevo gridare, sotto il palco e a letto, mentre tu sei una che ha venduto un po’ di dischi quando la gente li comprava per noia. Io sono Robert Plant, e ho fatto la storia del rock. Jason picchia su quei tamburi come se dovesse farli sentire al padre fino in cielo, gli somiglia proprio, al vecchio Bonzo. Se ne accorge anche Jimmy, «Non male», dice, e gli dico di sì, ma cerco di non guardarlo. E poi parte l’assolo di chitarra, sporco, diretto, come lo faceva Jimmy, una scala per il paradiso lastricata di pezzi di vetro. Le note sono sempre più veloci, sempre più acute mentre il pezzo sale, e sento che gli occhi mi pizzicano, e il ritmo della batteria aumenta, e il cuore mi batte più forte, e Jason è proprio come il mio vecchio Bonzo, e Ann mi guarda e si prepara al gran finale, stingo i denti, ancora un po’ ed è finita.
Ma che succede? Si alza la scenografia e, oh Cristo santo, che hanno fatto.
Wow.
Non riesco a dire altro che “Wow”. Il pannello arriva in alto e compare un coro di almeno sessanta persone. Tutti dietro la batteria, tutti con la bombetta di Bonzo in testa, tutti lì per noi. Mi rendo conto che tutti, in quell’Auditorium, vogliono solo per dirci grazie per le canzoni che gli abbiamo donato, per essere stati delle Rockstar. Magari qualcuno aveva il nostro poster nella cameretta, qualcuno avrà sognato di cantare come me, magari qualcuna avrà sognato di venire a letto con me. Jimmy si diverte come un pazzo e io riesco solo a deglutire, non posso fare altro, che Rockstar sarei altrimenti. Respiro piano per contenere il battito, ma è in questo momento che Ann dà il meglio di sé, e invece di scagliare frecce o di sussurrarmi nell’orecchio, mi lancia una pietra, un masso enorme che mi atterra sul petto, mentre canta con una voce che forse io non ho mai avuto, forte, potente e disperata come solo la voce di una donna può essere. Deve urlare, con quella voce bellissima, con un ruggito, deve urlare la frase più famosa della canzone più famosa del più grande gruppo rock degli anni Settanta, il simbolo di una generazione, della mia vita: “To be a rock and not to roll”.
Ce l’hai fatta, bella mora. Ti ci sei messa d’impegno e ci sei riuscita. Brava. Gli occhi bruciano, la vista si appanna, la Rockstar sta piangendo. Le tue frecce, i tuoi sussurri e le tue pietre hanno colpito il bersaglio. Robert Plant si commuove, e te ne è grato, perché a questo punto non gliene frega un cazzo dello show business, e non ha più paura di mostrarsi per quello che è: una Rockstar, un uomo, un vecchio.
Il pezzo finisce. Con gli occhi pieni di lacrime mi alzo ad applaudire. Jason si batte di nuovo il pugno sul cuore, guarda in alto, saluta papà. Guardo in alto e lo saluto anch’io. Ann mi manda un bacio, chissà se al me di oggi o a quello di trent’anni fa. Jimmy mi mette una mano sulla spalla. Domani torno in studio. Ho voglia di scrivere un pezzo nuovo.

 

Serena Ciriello
Twitter: @SerenaCiriello

Illustrazione di Chiara Catalani

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11 Comments

  • To be a rock and not to roll, è stata la frase d’Amore quasi per eccellenza che usai.
    Dateci più racconti cazzuti scritti da donne cazzute. E Rock.
    Basta con lo sbomballamento di lacrime di racconti da amori non corrisposti.
    Vogliamo il Rock.
    Uki dacci il Rock. Per favore!

  • Ahahahah!!! Ma come? Magari non saranno rock gli altri racconti ma non sono certo da lacrime! Anzi… sono dei folli!
    Comunque magari! Tanto rock n roll per tutti! Bel racconto! Complimenti a Ciriello!

  • Emozionante! Per noi… figurati per loro. Splendido racconto per entrare nelle loro impressioni del momento … bell’esperimento …
    complimenti all’ autrice

  • si, complimenti per il disegno a C.Catalani.
    un racconto emozionante, un mood semplice forse, ma in qualche modo coinvolgente. bella l’idea… per un evento famigerato ormai :))
    complimenti quindi a S.Ciriello. Uki non delude mai …

  • Jimmy: “fai un paio di sorrisi, applaudi a quegli stronzi sul palco che canteranno le nostre canzoni, e arrivederci”
    sto ancora ridendo! leggende!

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