Inetto (e) È Super-uomo

Così parlò Zeno Cosini, e forse aveva ragione.
Parallelo, non troppo parallelo, fra l’agire e il non agire; essere adatti solamente al divano può essere “super”. Basta volerlo davvero.

Borghese novecentesco da un lato, uomo over-pensante dall’altro, agli occhi di un “collega” di classe, Zeno passerebbe, tutto sommato, per imprenditore di successo. È un peccato che in quanto a verità, le sue siano tante quante le «bugie ch’egli stesso ha qui accumulato» (Italo Svevo – La Coscienza di Zeno). Nella sua “Coscienza”, Cosini è uomo inadeguato alla vita, al mondo, borghese per l’appunto, in cui è calato a vivere e da cui, al contempo, non può separarsi. Ci prova, glielo si deve, tentando addirittura un percorso di psicoanalisi, ma quello stesso batterio di cui vorrebbe svelare falsità e illusioni, la fonte stessa del dissidio che lo conduce alla nevrosi, finisce per coincidere con nulla di meno che la cura stessa: vedi l’ultimo successo imprenditoriale che sovrasta qualsivoglia volontà di autoanalisi, una sorta di omeopatia di noi altri utile soltanto ad alimentare la convinzione di non essere malati; essendolo. Perché passi una ruminata analisi di un agente esterno ma non sia mai questa intacchi il sé; soprattutto quando il sé non è così facilmente reperibile. Svevo ne fa letteralmente il “capro espiatorio” di tutto quanto compone la sua idea letteraria: il Cosini “che non riesce” ad adeguarsi, a sposarsi (con Ada e Alberta almeno), a suonare uno strumento meglio di un rivale, è una persona che rincorre un prototipo con la consapevolezza della falsità di questo. Dev’essere difficile per gambe non allenate, gareggiare in una corsa che non si crede reale, figurarsi utile; dev’essere difficile voler tuttavia conquistare, con questo spirito, quel primo gradino illuminato al mondo. Figurarsi per un fumatore che vorrebbe sì smettere ma che prima vorrebbe «farlo un’ ultima volta. Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine» (Italo Svevo – La Coscienza di Zeno). Ciò che in fin dei conti Zeno vorrebbe è forse meno consapevolezza: recitare un ruolo non sapendo di essere un attore può regalare un’apparenza profondamente vissuta. Al contrario, portare in giro un copione che deve essere imparato, nulla può donare se non una vita profondamente apparente.

Ma cosa avrebbe ottenuto Zeno se avesse volontariamente combattuto a favore della sua inettitudine anziché schierarsi incessantemente contro di essa? Cosa avrebbe ottenuto se avesse voluto piantare i piedi a terra, o la schiena sul divano, e deviare da una linea temporale che affanna e pretende?

«Sia il super-uomo il senso della terra» (Così parlò Zarathustra – Friedrich Nietzsche) così parlava Zarathustra ad una folla incuriosita da un funambolo, sospeso, in alto, a sfidare tanto la gravità quanto la paura di cadere, a terra, nella terra. Se il mondo di Cosini venisse immaginato come una fune, se Cosini di professione fosse stato acrobata, se solo al di sotto ci fosse stato un divano ad accogliere Zeno per giorni e, perché no, per anni, interi, se Zeno avesse deciso di abbandonare quell’ “altezza”, tanto in mostra quanto instabile, non per errore ma per scelta, avremmo conosciuto, finalmente, e meritatamente sbracato su un divano, il tanto annunciato super-uomo. L’altezza di una fune, la sacralità, umana, troppo umana, è ben poco differente, in rapporti di veridicità, da un mondo borghese che aspira, di fatto, esclusivamente a sé stesso; poco importa se quel “meta-filo” assuma i connotati di un dio, di un paradiso, di un imprenditore, di una fabbrica. Trattasi in ogni caso di un modello, platonico quasi, di qualcosa che di “super” ha ben poco. Strutturali differenze fra due mondi non impediscono loro di poter essere considerate sostanziali sovra-strutture; umane, troppo. E se per un entusiasta credente l’alto è dio, per un venale uomo, dio può somigliare ad una macchina di produzione. Scrostati dell’aura di sacro e profano rimangono, entrambe, credenze rispettabilissime; non una più dell’altra ma una quanto l’altra.

Posto questo, potremmo dire che Zeno è uomo proprio del suo mondo, anzi, del mondo, perfettamente calato in esso e nella corsa a cui tutti partecipano con più o meno consapevolezza, verso l’al-di-là (qualsiasi cosa questo termine stia a significare) del denaro, del successo, “del bene e del male”. In questa chiave, Zeno potrebbe essere letto non come l’uomo “che non riesce” ma semplicemente come “uomo”. Ossia lo step intermedio necessario a preparare i suoi simili a qualcosa che si spinga “oltre” rimanendo al di qua; niente di più e, soprattutto, niente di meno.
E pensare che gli sarebbe costato molto meno affanno diventare “super” accettando la sua inadeguatezza ad una vita che di adeguato non ha nemmeno l’esistenza anziché i tentativi, estenuanti, di voler rimanere soltanto un uomo.

Si potrebbe ribattere, a ragione, che proprio quella mancanza di “volontà di potere” (intesa però verso il basso, verso il divano, per capirci) sia la debolezza di Zeno. Che sia questa la chiave, evidente, di lettura; che sia precisamente questo a rendere Zeno, Zeno: un inadatto incapace di decidere e scegliere.

O forse no.

Forse Zeno ha già vinto, forse rappresenta di già, così com’è, l’ “oltre-uomo”; il compito di proiettare su di lui una sconfitta all’apparenza evidente, è delegato a lettori più umani e forse è più propria di chi guarda che di chi viene letto. In fin dei conti di proiezione trattasi ma Cosini, dicevamo, la psicoanalisi la snobba. A tal ragione accorre, in aiuto di Zeno, la sua stessa patologia. Una “sindrome” di tal fatta non potrebbe insorgere in un personaggio perfettamente compatibile o “compatibilizzato” alla recita cui è abituato; né in un altro personaggio che sia completamente distaccato da essa; potrebbe venir fuori nel momento in cui questo bacillo attecchisca in uno spirito reso turbolento dalla consapevolezza, o coscienza, per l’appunto, circa il fatto che quanto di affannoso e vitale esiste, non esiste. Questa è la malattia di un “super-uomo”. Punto. Dato estremamente obiettivo.

Lo Zeno ammalato da tutto ciò è chi desidera in cuor suo un allontanamento da tutto ciò e il ritiro ad un modo di vivere più sincero, verace e veritiero, sotto innumerevoli punti di vista. È a dire poco disorientante ammettere che l’inetto per antonomasia sia l’”oltre-uomo” atteso ma tant’è.

Occhio alla ricaduta: Cosini la vive nel preciso momento in cui si definisce guarito a seguito di un importante successo imprenditoriale. Tuttavia, la malattia, testimone tangibile di una enorme “volontà di potenza” non espressa, torna a guarire l’immagine di un io irreale: la visione della devastazione, dell’autodistruzione, del “crollo di qualsiasi certezza” e finzione, che spazzerà via anche solo il dubbio che quello possa essere l’unico mondo possibile.
“La distruzione dei vecchi valori” a preparazione di un campo su cui poterne costruire di nuovi e mai visti. Con regole sovvertite e inabituali:

come quella, ad esempio, che rimanere sul divano in eterno distacco, sia quanto di più “oltre” un(a) person(a)ggio potrebbe pensare.

«Alla fin fine, signori miei: è meglio non far niente! È meglio la consapevole inerzia!» (Feodor Dostoevsky – Memorie dal Sottosuolo).

Cosini 1.
Speier 0.
Lode a Zeno.

di Simone Fossella

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