Sylvie Freddi: “Q502. 300 anni dopo il Grande Esodo” [Intervista]

Intervista esclusiva alla scrittrice di "Q502": una coinvolgente avventura marziana tra scienza e fantascienza. Una storia veloce, divertente, terribile, leggera e nel contempo profonda

Sylvie Freddi, scrittrice romana, ha esordito nella narrativa nel 2016 con la raccolta di racconti noir Caffè Paszkowsky, un progetto ambizioso in cui mescola allegoricamente la realtà con le favole. Nel 2018 pubblica con Stampa Alternativa, nella collana Eretica, il romanzo di fantascienza “Q502. 300 anni dopo il Grande Esodo“, in cui getta uno sguardo sul futuro post apocalittico dell’umanità, senza allontanarsi dai conflitti e dalle contraddizioni della realtà odierna.

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La fantascienza è un genere che spesso si autocita, capolavori quali Fahrenheit 451 di Ray Bradbury e 1984 di George Orwell sono stati modello e fonte di ispirazione per tanti scrittori. “Q502. 300 anni dopo il Grande Esodo” ha il pregio di raccontare di un mondo e di un’epoca lontana nel futuro, facendo riferimento al nostro tempo e ai problemi che affliggono l’umanità attuale. Da quali opere e scrittori è stata influenzata?

Io non ho filtro, tutto quello che vedo e leggo può avere una potenziale influenza su quello che scrivo. E attraverso la scrittura ricerco, indago, sperimento la condizione umana. Per acquisire nuove prospettive sto leggendo storie dal domani Ed. Future Fiction a cura di Francesco Verso, una intelligente raccolta di racconti di fantascienza cinesi, sudamericani e africani, tradotti direttamente dalla lingua originale in italiano.

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I pregiudizi, la persecuzione del diverso e il controllo delle libertà individuali sono temi importanti che ricorrono nel suo romanzo. Secondo lei la letteratura può fungere da stimolo per il dibattito culturale, può sollecitare nel lettore una reazione forte e una volontà di agire concretamente contro le sempre più innumerevoli ingiustizie sociali?

La letteratura qualsiasi essa sia dovrebbe sempre provocare una reazione, altrimenti il lettore dopo le prime tre righe accantona il testo. Sicuramente ci sono stati e ci sono ancora autori capaci di provocare nel lettore una lucida consapevolezza del mondo in cui viviamo con le conseguenze che questa consapevolezza può innescare.

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Nel suo romanzo vi sono invenzioni scientifiche e teorie genetiche molto approfondite. Fanno parte del suo bagaglio personale e lavorativo o si è avvalsa di consulenti esterni?

Ho una grande passione per la ricerca scientifica e storica, ma per costruire questa società marziana ho chiamato una mia amica biologa Laura Passeri. Insieme abbiamo costruito un mondo che traspare nel libro attraverso la trama, abbiamo cercato di renderlo il più verosimile possibile immaginando come si potrebbe sopravvivere in un ecosistema così diverso.

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Per Kofta la memoria va preservata a ogni costo, e ne fa una ragione di vita aiutare Dylan a custodire e proteggere i ricordi del suo passato. Colleziona le testimonianze del Mondo Originario nonostante siano illegali. Kofta porta con sé una profonda malinconia ed è forse, alla fine, il personaggio che più di tutti agisce per una volontà forte di cambiare le cose. Ci sarà un seguito di Q502? Sapremo cosa c’è oltre il varco?

Kofta rappresenta la memoria collettiva, il passato che non si riesce o non si vuole dimenticare, la connessione con le proprie radici. Queste radici però talvolta rischiano di avvinghiarti e tirarti a sé, oltre il varco… e io so cosa c’è oltre il varco!

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Dylan è un protagonista ambiguo. Non ha, a mio parere, una grande motivazione che lo spinga ad agire, sembra più costretto dagli eventi a dover prendere una posizione. La scoperta del suo ruolo fondamentale nell’evoluzione della storia non è accolta con l’alterigia dell’eroe cui la narrativa di genere ci ha abituati. È un personaggio molto umano, quasi spiazzato dagli eventi, imperfetto e proprio per questo molto credibile. La stessa fluidità con cui egli muta la propria identità è un simbolo forte, Dylan non è importante in quanto eroe della storia ma in quanto essere vivente che si mette al servizio di un ideale più alto. Quali sono le motivazioni che l’hanno spinta a scegliere questo tipo di protagonista?

È cosi che ho immaginato Dylan, terrestre malgrado Marte. Nei miei personaggi cerco sempre di far emergere la loro umanità, fatta di contraddizioni, incertezze o finte certezze. Cerco di calarmi nelle situazioni, senza addolcire le spigolature, tenendo bene a mente la fragilità dell’essere umano e anche la sua spietata fame di credere in qualcosa.

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È molto interessante la parte della storia relativa al “Comitato di liberazione dei mutanti” della consigliera Nabila. Un particolare attuale che non può non far pensare ai conflitti del nostro tempo. Il massacro all’Urgu Club ricorda da vicino gli attentati a obiettivi civili per mano degli estremisti islamici. Come vede il futuro dell’umanità? Siamo destinati a ciò che racconta, a un controllo totale della nostra libertà e alla volontà di soppressione di ogni diversità?

Effettivamente l’attacco terroristico all’Urgu Club l’ho scritto pensando al massacro di Bataclan. Mi sono documentata rileggendo articoli di giornale, cercando immagini e testimonianze per riuscire a ricostruire l’atmosfera.
In Q502 ho descritto un futuro distopico possibile, ma ci sono infinite altre possibilità, la bellezza dell’essere umano è la sua capacità di adattamento alle più estreme situazioni, tirando fuori un’inventiva meravigliosa.
In ogni epoca si è cercato di limitare la libertà delle persone utilizzando gli strumenti a disposizione. Ma nello stesso tempo, anche nei periodi più bui, ci sono sempre state forze che hanno contrastato questo desiderio di controllo. Paradossalmente il voler assicurarsi il controllo sugli altri, il voler circoscriversi in un gruppo, sono sintomi di una grande insicurezza e paura, fanno parte della fragilità umana.

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So che in passato ha collaborato col collettivo Wu Ming. Può raccontarci qualcosa di questa interessante esperienza?

Più che collaborazione è stata una partecipazione a un esperimento, bisognava scegliere un lustro tra il ‘600 e oggi, quindi inventare un racconto seguendo alcune direttive: scegliere un avvenimento storico importante, inserire la maschera Scaramouche e una scritta sul muro.
L’idea era geniale, cosi mi ci sono buttata a capofitto.
Ho scelto due lustri e ho identificato due momenti storici del ‘700: La rivolta a Istanbul e lo tsunami di Lisbona.
Per riuscire a proiettarmi in quei mondi ho iniziato la ricerca storica. Dovevo riuscire a sentire gli odori, a vedere i colori di quel tempo. Ho letto libri, cercato su internet. Un mio caro amico mi ha persino prestato un bellissimo diario del viaggio che de Amicis fece a Istanbul e la scrittura è venuta quasi da sola.

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