Slowdive @Fiera della Musica (Azzano/Pordenone) -07/2015

Un live come un mantra dell'eterno ritorno... una reunion come un processo di vita che si rinnova ad ogni età

In questa lunga settimana di trasferte lontano da casa, ho trovato modo di spararmi anche gli Slowdive ad Azzano Decimo, in provincia di Pordenone: ci sono appuntamenti con la storia che non possono essere saltati.

Dopo il Vasto Siren Festival, avevo già deciso di passare qualche giorno a Milano per l’Expo, quindi mi era tutto molto più facile: trovo rapidamente un ‘Blablacar’ e via verso Conegliano. L’autista è un chimico 56enne garbato. Suona il violoncello e mi parla di una futura prospettiva di produrre medicinali in Africa. Io comunico molto poco, sono stanco e disattento, il grosso della conversazione si svolge fra il chimico e l’altro passeggero, un ragazzo barbuto, studente di ingegneria aerospaziale. Si parla di auto, principi primi di anfetamine e integratori per culturisti. Passano così tre ore. Una volta a Conegliano prendo il treno verso Pordenone e un autobus che mi porta ad Azzano.

Azzano è un paesino di circa 16000 anime, periferia estrema del Friuli. Appena giunto in albergo incontro quattro austriaci poco più giovani di me, i capelli tirati e quel biondo platino ripreso dal glam rock degli anni 70, ma adesso in auge con lo shoegaze dei giorni nostri, che poi adesso Neil Halstead (fondatore degli Slowdive) ha la barba folta come tutti n(v)oi, a riprova del fatto che ogni estetica è definibile secondo ritmi che sono pur sempre privati prima che collettivi o generazionali.

Ad ogni modo, dopo aver preso possesso della mia camera ed essermi fatto una doccia, mi catapulto all’Area Palaverde, dove si tiene, come da quindici anni a questa parte, la ‘Fiera della musica‘. Il posto sembra molto strano, somiglia quasi a una sagra in versione alternative da fuori, c’è questo gran tendone dove si mangia, si beve e si comprano dischi e vinili. Dall’altro lato, è allestito il palco, in uno spazio aperto che altro non è che il cortile di una scuola del posto.

Si comincia puntuali alle 20.30 con il rock psichedelico dei veneziani New Candys, acconciature alla Rotter degli inglesi Horrors e via. Vedo metà concerto e scappo nel tendone a bere cabernet e mangiare un panino con salsiccia. Acquisto un disco di Chuck Prophet agli stand e vado a vedere le Savages, queste quattro femmine noise-post punkettare che fanno un casino tremendo. Bellissimo quando prima di “Fuckers“, pezzo finale, Jehnny Beth, leader e cantante del gruppo, con la sua voce virile, apostrofa il pubblico con un eloquente ‘non facciamoci fottere’, preludio antitetico dei prossimi Slowdive. Le Savages staccano alle 22.30, manca appena mezz’ora al concerto della vita.

 

La gente si fa sotto al palco, si crea una calca non troppo stretta. A un certo punto esce Halstead a settare le chitarre e penso “Strano, di solito non si esce prima del live” ma poi mi dico che alla storia non si comanda, possiamo solo osservarla e apprezzarne anche le storture. Alle 23 e zerotre si parte, Rachel Goswell è ancora una bella donna, 44 anni tutti di corsa, vestito nero, tacco alto, smalto rosso ed è subito ritorno nei ‘90. Si inizia proprio con “Slowdive“, singolo estratto dall’ep d’esordio della band di Reading: è come un viaggio intimo dentro la mia infanzia e preadolescenza, i Vhs, i capelli lunghi, le chitarre sopra la voce.

Lo shoegaze scuola prosegue con “Avalyn“, in linea retta con “Slowdive”, che porta al cantato evanescente di “Catch the breeze” che diventa mare in cui annegare con “Crazy for you” fino a perdersi in oceano infinito con i pezzi di “Souvlaki“, album fondamentale, dalle alte collaborazioni con Brian Eno, essenza perfetta della band inglese. Alla fine, ancora, Rachel chiama “Alison” ed è come nuotare fino al porto della canzone che chiude tutto, “Golden hair“, cover barrettiana.

Gli Slowdive tracciano così un mantra dell’eterno ritorno. La reunion è un processo di vita che si rinnova ad ogni età. Il concerto finisce, dopo poco comincia a piovere forte ed io, che volevo gli Slowdive a primavera, son contento lo stesso e mi dico che la pioggia è il finale migliore.

 

Domenico Porfido

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Setlist:
Slowdive
Avalyn
Catch the breeze
Crazy for you
Machine gun
Souvlaki space station
When the sun hits
Dagger
She calls
Alison
Golden hair

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