L’importanza del finale

Dopo l’ultimo periodo o frase si percepisce una sensazione di smarrimento, di sospensione, una sorta di dialogo muto tra l’opera appena terminata e il silenzio tutt’intorno

Terminato un libro ci si illude di ricordare tutto, anche dopo mesi o anni. In realtà già trascorsa qualche settimana, riflettendo sull’ultimo romanzo, ci accorgiamo che la trama non è più così nitida. I personaggi, che apparivano chiari nel carattere e nell’affresco della nostra mente, impallidiscono sino a scomparire. L’impalcatura dell’opera perde la sua forza, i luoghi entro cui le azioni si svolgono vengono ingoiati in un magma indistinto. E così sfido io a ricordare con dovizia la trama di “Papà Goriot” di Balzac o quella di “Padri e figli” di Turgenev, persino le opere che maggiormente ci hanno appassionato finiscono per subire il medesimo destino. Quello che resta invece è un’atmosfera, un clima, una emotività subliminale fatta di sensazioni che hanno luogo sotto il livello della coscienza. Le atmosfere kafkiane, il calore della letteratura sudamericana, la piacevolezza di un tempo cronologico che la letteratura ha il potere di far scomparire. Gli incipit (rimando alla lettura del mio saggio “La magia dell’incipit“) e i finali sono più “simpatici” alla nostra memoria. Dopo l’ultimo periodo o frase si percepisce una sensazione di smarrimento, di sospensione, una sorta di dialogo muto tra l’opera appena terminata e il silenzio tutt’intorno. Il silenzio sembra essere più presente dopo l’ultima parola, un po’ come quei segni che non sono musica ma, tra una nota e l’altra, pause che dialogano coi suoni.

Tra i tanti libri che affollano la mia mente gli eletti per questo saggio sono sette: come i colori, le note musicali, le albe che precedono il giorno. Un livre de chevet che mi accompagna sempre è “Il tempo ritrovato” di Marcel Proust, laddove tutto ritorna. Il senso della circolarità appare chiaro dal momento che le ultime pagine si collegano strettamente alle prime. Il finale è un prodigioso riferimento alla quantità di tempo che immagina farsi materiale sotto i suoi piedi: «…Ero colto da vertigine al vedere sotto di me, e tuttavia in me, quasi avessi chilometri di altezza, tanti anni… Giganti immersi negli anni”.
Una volta uno storico disse: “Solo quando le rivolte hanno successo le chiamiamo rivoluzioni». In letteratura una rivolta di successo si identifica nell’”Ulisse” di Joyce. Pertanto una rivoluzione letteraria di quella portata non poteva non recare in sé una coda altamente degna. Si tratta di un flusso di coscienza infinito, dove le immagini si rincorrono e sovrappongono senza posa; non si bada più al significato logico del contenuto, ai nessi razionali ma alla ritmica e ai suoni generati dal flusso narrativo. Il monologo di Molly Bloom, un turbinio di parole: «…Gibilterra da ragazza dov’ero un fior di montagna sì quando mi misi la rosa nei capelli come facevano le ragazze andaluse… e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio Sì».
Esiste un amore particolare, non ha a che fare con persone o cose in sé, riguarda ambienti e spazi su cui proiettiamo la nostra essenza più intima. Villa Adriana è uno dei luoghi più suggestivi che abbia mai visitato e, riflettendo, ho scoperto il perché. La lettura delle “Memorie di Adriano” ha reso quei luoghi diversi, ha ridisegnato dentro di me la bellezza che prima scorgevo solo con gli occhi del corpo, ed ora anche con quelli dell’anima. L’imperatore Adriano rivive attraverso la mente screziata di Marguerite Yourcenar, «Mi sentivo responsabile della bellezza del mondo», dice di sé Adriano. Sul finire della sua vita, l’Imperatore di Roma, prima di diventare storia, raccoglie i ricordi di un’esistenza gloriosa: «Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… cerchiamo d’entrare nella morte a occhi aperti…».
Dall’Europa spostiamoci al di là dell’Atlantico, nell’America de “Il vecchio e il mare” di Hemingway, romanzo dove la qualità è inversamente proporzionale alla quantità, poco più di cento pagine per un capolavoro immortale. Il vecchio Santiago è lì da molti anni ormai, emblema di una delle più grandi metafore svelanti un possibile senso della vita. Aspetta tutti voi prima di riaddormentarsi: «In cima alla strada, nella capanna, il vecchio si era riaddormentato. Dormiva ancora bocconi e il ragazzo gli sedeva accanto e lo guardava. Il vecchio sognava i leoni».
Nel caldo Sudamerica ancora si susseguono le generazioni dei Buendìa, discendenti da Aureliano, il primo uomo nato a Macondo. Le immense volute, gli arabeschi di Marquez in “Cent’anni di solitudine” ci trascinano in quei luoghi immaginari che sono anche luoghi dello spirito, dove ogni cosa ha il sapore dell’arcano e dell’assoluto: «Tuttavia… aveva già compreso che non sarebbe più uscito da quella stanza, perché era previsto che la città degli specchi sarebbe stata spianata dal vento e bandita dalla memoria degli uomini nell’istante in cui Aureliano Babilonia avesse terminato di decifrare le pergamene, e che tutto quello che vi era scritto era irripetibile da sempre e per sempre, perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra».
La voluntas è alla base dei nostri migliori traguardi, solo grazie ad essa è potuto nascere uno scrittore come Jack London. Il finale di “Martin Eden” è tra i più importanti di tutta la nostra storia letteraria: «Ci fu un rumore, simile a un lungo rombo, e gli parve di cadere giù per una grande e interminabile scalinata. E, chissà dove, in fondo, cadde nelle tenebre. Fu tutto quello che riuscì a sapere. Era caduto nelle tenebre. E nell’istante in cui lo seppe, cessò di sapere».
Il talento lo si possiede quando riusciamo facilmente in una cosa difficile, quando facciamo apparire semplice la complessità di un gesto. In Italia alla parola talento letterario associo la figura di Carlo Emilio Gadda. Innovatore dello stile e del linguaggio narrativo trasforma l’atto dello scrivere in un virtuosismo continuo, il romanzo “La cognizione del dolore” ne rappresenta il vertice. Un grande filosofo del novecento, Wittgenstein, ebbe a dire che: «La ricchezza del mio linguaggio misura l’estensione del mio mondo, più nutro il mio linguaggio e più il mondo si allarga». Prendendo per buono quest’asserto l’universo di Gadda doveva essere davvero senza confini: «“Lasciamola tranquilla”, disse il dottore, “andate, uscite”. Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza della impossibilità di dire: Io. L’ausilio dell’arte medica, lenimento, pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua e alcool delle pezzuole strizzate ricadere gocciolando nella bacinella. E alle stecche delle persiane già l’alba. Il gallo, improvvisamente, la suscitò dai monti lontani, perentorio ed ignaro, come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita».

Giuseppe Cetorelli

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