Romanzi storici italiani

La storia ci aiuta a vivere con consapevolezza e maggiore serenità il nostro breve tempo sulla Terra, ma il passato insegna solo all’intelligenza, altrimenti giace negletto sul fondo di pagine ingiallite dal tempo

È un fatto che la Storia può essere raccontata in vari modi: saggi, articoli, libri accademici, romanzi, novelle, racconti e anche attraverso la poesia.
Ad apparire incontrovertibile invece è che la storia non potrà mai prescindere dagli uomini, cammina sulle loro spalle ed è una sorta di ombra dalla quale non ci si può affrancare.
«Nessuno può saltare oltre la propria ombra», asseriva Martin Heidegger e se davvero nessuno può liberarsene, ogni passo, nel momento in cui lo si compie diviene storia. Narrazione personale e soggettiva ma può anche toccare le collettività e mutare la fisionomia di uno stato e il destino di un popolo. Così è sempre avvenuto, dagli ominidi all’odierno conflitto in Ucraina.

Ora gettiamo uno sguardo all’Italia del XVII secolo come la immaginò Alessandro Manzoni mettendo la storia sulle spalle di Renzo e Lucia.
La letteratura italiana dell’Ottocento è Manzoni, raggiunge l’apogeo con le vicende narrate ne’ “I Promessi Sposi“: romanzo storico, di formazione realista ben prima dei francesi Balzac e Standhal, suo coetaneo.
Il fondale da cui si dipana il racconto vede l’Italia sotto il dominio degli spagnoli che governavano su Sicilia, Sardegna, la Napoli di Masaniello, il ducato di Milano e lo Stato dei presidi. Le pagine del Manzoni sono immerse nella temperie dei rivolgimenti europei che caratterizzarono quel secolo, così come la peste del 1630 raggiunge l’uomo moderno attraverso la Storia della colonna infame, appendice al grande romanzo.
La Scienza trova in Newton il suo padre naturale e la Gravitazione Universale diventa un pilastro della fisica moderna. Sempre nel ‘600 Blaise Pascal scriveva i suoi “Pensieri“, meraviglioso apologo del Cristianesimo. La storia raccontata dal pensiero creativo di scrittori e scienziati si raggruma mettendo dinanzi agli occhi dell’uomo moderno gli itinerari migliori da perseguire nel futuro.

Il viaggio nei romanzi storici nostrani fa tappa a Padova, città dove nacque Ippolito Nievo nel 1831.
Trascurato dai programmi scolastici Nievo è autore straordinario, scrisse “Le confessioni di un italiano“.
Il romanzo, in parte autobiografico, narrando la vita e la maturazione morale e politica del protagonista, Carlo Altoviti, e del suo amore per la cugina Pisana, fornisce un affresco della storia d’Italia dal 1775 al 1856, sottolineando il passaggio dall’antica struttura medievale alla nuova società nata con l’unità nazionale, attraverso l’invasione napoleonica e le lotte per l’indipendenza.
«Io nacqui Veneziano ai 18 ottobre del 1775, giorno dell’evangelista san Luca; e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo». Sin dall’esordio si avvertono il fatalismo, le passioni politiche e sociali di quel tempo, una Penisola che andava aggregandosi dopo secoli di frammentazione, lotte intestine e conquiste da parte dello straniero di turno.

Ora spostiamoci nella Napoli del 1861, anno in cui vide la luce Federico De Roberto, l’Italia era da poco uno Stato unitario, le lotte degli anni precedenti con i lutti e le rinascite avevano dato i loro frutti. Il nostro paese, a piccoli passi, cominciò a muoversi autonomamente nello scacchiere internazionale e a parlare con una sola voce, nel cammino che porterà alla Belle Èpoque e al Primo conflitto mondiale.
De Roberto è l’autore di un altro romanzo storico, “I Vicerè“.
Considerato, insieme a “I Malavoglia” di Giovanni Verga, uno dei capolavori del Verismo italiano, lo splendido romanzo di De Roberto narra la storia di una ricca famiglia catanese, discendente da antichi Vicerè spagnoli della Sicilia, gli Uzeda di Francalanza, che si dipana per tre generazioni, dai primi moti rivoluzionari siciliani agli ultimi decenni del XIX secolo.
Il sipario si apre con la morte della principessa Teresa e con la lettura del testamento, e la smaniosa ricerca delle eredità, di cui impossessarsi anche con la truffa e l’inganno, sarà una costante di tutto il racconto. Tra le pieghe della storia preunitaria del nostro paese emergono personaggi avidi, meschini, assetati di potere e carichi di odio gli uni verso gli altri. La corruzione morale si manifesta anche nell’aspetto fisico, con una serie di malformazioni dovute ai frequenti matrimoni tra consanguinei.
De Roberto dipinge una umanità presente ancora oggi fatta di vizi, malignità, furberie e spietata cattiveria. Un romanzo discusso e accolto con diffidenza a causa della sua franchezza, laddove si staglia il fallimento degli ideali risorgimentali e una descrizione impietosa del popolo italiano.
L’ idealista Benedetto Croce ebbe parole di biasimo nei confronti dell’opera e tanto bastò per allontanarla dai circuiti privilegiati dell’editoria. Il riscatto avvenne in un secondo momento e al romanzo fu tributato il successo che meritava.

Nel XX secolo vi è uno scrittore che parla così di una sua storia: «Questo romanzo è il primo che ho scritto; quasi posso dire la prima cosa che ho scritto, se si eccettuano pochi racconti. Che impressione mi fa, a riprenderlo in mano adesso? Più che come un’opera mia lo leggo come un libro nato anonimamente dal clima generale di un’epoca, da una tensione morale, da un gusto letterario che era quello in cui la nostra generazione si riconosceva, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale» . Lo scrittore è Italo Calvino e il romanzo è “Il sentiero dei nidi di ragno”».
In apertura dicevo che la storia cammina sulle spalle degli uomini, ebbene il romanzo d’esordio di Calvino ben rappresenta questa verità, con l’odore del sangue versato dai partigiani nella lotta contro il nazifascismo. In nuce vi si narrano gli eroismi e i sacrifici della guerra partigiana e di un momento irripetibile della nostra storia.
Lo considero un romanzo storico perché riesce ad evocare gli orrori perpetrati meglio di un saggio accademico, c’è molto più di un sapere didascalico e di un’asciutta cronologia di eventi. Il romanzo di Calvino ci porta proprio tra quelle colline, in quei rifugi di sassi e fronde, provando le tensioni e la paura di quei ventenni che combattevano e morivano per la libertà: «…Riconosceranno nell’Italia del dopoguerra qualcosa fatta da loro? Capiranno il sistema che si dovrà usare allora per continuare la nostra lotta, la lunga lotta sempre diversa del riscatto umano?…ci sarà invece chi continuerà col suo furore anonimo…dimenticherà che la storia gli ha camminato al fianco, un giorno, ha respirato attraverso i suoi denti serrati. Gli ex fascisti diranno: i partigiani! Ve lo dicevo io! Io l’ho capito subito! E non avranno capito niente, né prima, né dopo».

Giuseppe Cetorelli

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