Livio Spanò: “La vita accade”. Poesie da un promemoria del disagio generazionale

Un complesso di poesie di variegata umanità: un afflato di consapevolezza e torpore che sollecita amore e autodistruzione

Il mondo era poesia. Poi il mondo ha smesso di esprimersi.
Eppure, a volte accade che qualche anima in fiamme, qualche penna nascosta, qualche atipica presenza profetica, butti giù disillusioni, sofferenze universali,
immaginazioni cullate nel grembo di una generazione soffocata, e all’improvviso arriva… all’improvviso “la vita accade”.
Di Livio Spanò, “La vita accade” (edizioni Amande), una raccolta di poesie stampata nel 2016 «che comprende l’intimo di ognuno di noi…». Non le solite poesie da social network o da falsi evocatori di mondi, come si susseguono ormai da anni, inevitabilmente, in quella che in Italia può esibirsi come morte – almeno apparente della poesia; non è questo il caso: questo è – bensì – un caso di un disastroso marasma personale e spirituale declamato o sussurrato all’orecchio con la forza di un anfetaminico, usando immagini e suoni reali e parole che echeggiano estatiche nella scatola del proprio personale inconscio, che seguono e inseguono il sentimento, che pungono, che si fanno largo in mezzo alla discutibile monotonia e all’illusione
fondamentale in cui siamo intrappolati.

Sono poesie, queste, che ritraggono l’autopsia di tormenti e sogni, di critiche che osano, che lasciano l’amaro in bocca (le nostre bocche piene di scuse) e lanciano come un brivido postcoitale, e – ancora- sembrano spulciare il promemoria del disagio di questa generazione (che vive la crisi), un po’ come furono le poesie della generazione Beat: penso soprattutto ad Allen Ginsberg, al suo “Urlo”, grido di dolore e protesta e tenerezza al tempo stesso, una ballata psichedelica quasi divina sempre attuale ed inimitabile. Caro vecchio genio – profetico Allen.

Siamo pronti a sfogliare pagine zeppe di insistenti guizzi concatenati di una routine esasperante, di emozioni deliranti e “pareti graffiate”? Come le meravigliose letture di “Ovunque”, “Ho visto”, “Il male che ho per te” o “Infettami e persevera il mio fallimento”, in cui Spanò scrive con intensa sensibilità:
«Ora che ho le labbra colorate di bianco essenza
e di viola morte
ora che mi sveglio nel cuore della notte
urlando aiuto
ora che il buio non mi fa paura
ora che ho sospeso le visite
ora che riconosco l’amore
ora che sentenzio la mia condotta
e interrogo la disciplina
ora che non smetto di sputare sangue
ora che sono inverso di concetti
e ritto di costellazioni
ora che tutto muore e nulla si muove
ora che tutto si muove con velocità
io rallento nei più elementare dei peccati».

E quando le parole riescono a stagliarsi su un afflato di consapevolezza e torpore che arriva a solleticare in gola, be’, quelle parole hanno un senso.
Amore e autodistruzione, accade qui dentro, dentro ognuno di noi, se vogliamo; il quadro di una provincia sicula nella sua basica quotidianità – proprio la Sicilia, terra madre del poeta: sono viaggi paralizzanti e faticosi ritorni, un clangore convulso e progressivo sguinzagliato a suon di parole che difficilmente riusciremmo a trovare.
È un complesso di poesie di variegata umanità che forse merita più parole di quanto io ne abbia.

 

Vincenzo Corrado

 

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