Grida

Comunicare è un dono… ma a volte è così difficile da assumere i contorni di una tortura, in cui si sa come parlare ma non come farsi sentire

«Come potrei se non conosco parola?”.

Sedendosi gli avvicinò la tazza altrimenti ferma al centro del tavolino:
«Nulla da dire, deduco».
Sospirò rassegnata corrucciando lo sguardo. Sperava, scrutando nel vuoto delle sue pupille, di poter scorgere un ultimo appiglio; avrebbe di buon grado scalato una roccia a mani nude pur di trovare un’ultima presa. Invece, nulla. Nulla di umano in ciò su cui tentava di arrampicarsi. Non una sporgenza, un incavo; quelle palpebre erano un balcone aperto in cima ad una parete fredda e perfettamente levigata. L’unica vetta possibile, sarebbe stata la caduta. E lei questo lo sapeva bene.

Si ritrasse:
«No. Ne ho abbastanza» sentenziò poggiando la schiena alla sedia.

«A chi dovrei parlare, poi? Urlare contro chi?» seguitava imperterrito il suo monologo che si autoalimentava domanda su domanda.

Lo stridio dei treni in arrivo faceva da contorno, così come il vociare frenetico della folla. Eppure nulla riusciva a diluire le tensioni concentrate nell’angolo di bar dove sedevano i due.

«Sei sordo forse? Sto andando via».
Si accaniva a volergli strappare quantomeno un addio.

«Come fai a non disperare? Dì qualcosa!».

«Come si fa? Sembra io l’abbia dimenticato».

Esitò su quest’ultima domanda:
«Ma ho mai saputo farlo? Qualcuno me lo ha mai insegnato?».

Di nuovo il silenzio si intromise fra i due; impossessandosi anche di lei, separandoli offrendo un terreno comune.
Stanca, afferrò bruscamente la borsa poggiata a terra accanto alla sedia di metallo; con gli occhi lucidi si alzò e senza aggiungere parola si avviò verso il suo treno.
….

Rimasto solo, non dovette impiegare alcuna fatica nel trattenere le lacrime, sembrava che queste avessero da tempo dimenticato la strada da percorrere. Solo le labbra, come a comando, si schiusero non appena la donna sparì dal suo campo visivo; iniziarono ad aprirsi, a voler urlare. Per la prima volta da quando ne aveva memoria.

Ma per quanto provasse, nessun suono sembrava interessato a venir fuori da lì, se non miserabili sospiri; aliti in un orrido. Le mani salivano verso il viso nella vana speranza di afferrare fisicamente qualcosa da dire ma il terrore decise altro e quelle stesse mani si trovarono costrette a dover trattenere qualcosa.

Centinaia di pezzi di fil di ferro scavavano in altrettanti punti su tutta la faccia; lo stridore delle unghia sul metallo a tentare di grattarli via erano mille mani a grattare su una lavagna. Mosso da un sadico sarto ogni filo entrava in un lembo per riaffiorare vittorioso a numerosi centimetri di distanza dopo aver tumefatto tutto quanto incontrato nel suo corso sotterraneo. Rivi avvelenati riducevano a brandelli parti molli e costruivano gallerie in quelle ossee. Riempivano la bocca abbracciandosi in un unico groviglio dal sapore metallico. Da questo, appendici spinose cromatizzate a ruggine dal sangue che le ricopriva, si incastravano nel palato tenendo ben fermo un ammasso che adesso vietava anche il respiro.

Una mano, con timido coraggio, si insinuò all’interno della bocca ad afferrare quel gomitolo; stretto fra le punta delle dita, lo tirò fuori, con forza, strappando oltre al ferro, anche schegge d’ossa in cui era ormai cementato.

Buttò quanto afferrato sul tavolo, in preda al panico. Cosa gli stava capitando di preciso? Non ebbe tempo di razionalizzare che d’un tratto, il tutto scomparve sotto i propri occhi. Si ritrovò a guardare la sua mano vuota, a toccare il viso pulito e a riprendere faticosamente a respirare.

Spontaneamente riprovò, prese il fiato necessario, dischiuse le labbra e al vuoto della sedia di fronte a lui:

«Addio».

di Simone Fossella

Cover: Alessia Colatosti

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