“Alba nera” e il fascino dell’odio

Giancarlo De Cataldo racconta la decomposizione delle coscienze al servizio della coercizione mediatica e politica

Roma e le sue contraddizioni. Probabilmente, oggi, è un tema abusato. Persino inflazionato, come se il male e l’odio partissero necessariamente dalla Capitale d’Italia. “Roma ladrona” era, e resta, un facile slogan. Anche se c’è stato un tempo in cui se ne parlava poco. A scardinare questo tabù fu Giancarlo De Cataldo, per primo, nel recente passato: inizialmente con “Romanzo Criminale”, poi con “Suburra” e infine con “La notte di Roma”. Una trilogia che contestualizza la mala romana nel passato, presente e futuro. Tre facce di una stessa medaglia che rispecchia il marcio nelle sue molteplici forme.

La Capitale come cornice, come campo di battaglia. Al servizio di una prospettiva ancora troppo miope per ampliare ogni orizzonte d’indagine. Quello che succede fra i sampietrini può accadere alle “Vele” di Scampia o sotto la Mole. Nord, centro e Sud. La “banalità del male” non ha confini, ma la propria costruzione è complessa: cerca di spiegarcelo De Cataldo nel suo ultimo lavoro, “Alba nera”. Un romanzo contemporaneo, ma dai continui cenni storici, che gioca con il trascorrere del tempo fra diverse epoche. Poco più di dieci anni, entro cui si dipanano le vicende di Alba, Sax e il Biondo. Tre, anche loro, il numero perfetto che ricorre e plasma ogni imperfezione. Sociale, politica e culturale.

Alba nera” non indugia sui meccanismi del crimine. Indaga sulla psiche dei singoli interpreti che porta alla rappresentazione massima del raggiro. Conduce il lettore in quella dimensione più alta, quasi inafferrabile, in cui si decidono le sorti di un gruppo sociale così come di un Paese. De Cataldo, a suo modo, ci porta nella “stanza dei bottoni” senza spiegarci le regole: quelle, dopo aver letto i suoi libri, dovremmo conoscerle già. Il crimine e la corruzione sanno essere ripetitivi nella loro differenziazione: ciò che cambia non è la forza coercitiva che esercitano, ma le modalità di compimento che, con il progresso e l’innovazione, si assottigliano diventando sempre più impercettibili. Basta un gesto, ineffabile, un discorso, retorico, ben fatto per cambiare le priorità di chiunque. Piegato, senza volere, alle sfaccettature della scelleratezza.

Questo romanzo dimostra, nell’arco di tre macro capitoli più un epilogo, come la morale di un uomo possa cambiare se in ballo c’è il proprio destino. Una distinzione netta fra i giusti e coloro che si ritengono tali: emerge, capitolo dopo capitolo, una sorta di arbitrarietà della giustizia che i diversi interpreti plasmano a seconda delle proprie convinzioni per scendere a patti con la coscienza. L’opera, infatti, indaga nelle anime prima ancora che per le strade. De Cataldo è bravo – anche con l’aiuto di perenni flashback – a mostrare la fragilità dei protagonisti immediatamente dopo o subito prima di un’azione.

“Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria” non è soltanto un postulato, “Alba Nera” offre il riscontro di tale affermazione adattando le leggi della fisica alle regole ferree del vissuto. Non sempre l’essenziale è visibile, ce ne accorgiamo in trecento pagine ricche di capovolgimenti di fronte: entro cui niente è come sembra. Nel corso dei capitoli si avrà l’impressione d’essersi smarriti qualche pezzo importante di fabula, ma poi subentrerà una rassicurante consapevolezza nell’intreccio della vicenda per cui ogni “tassello mancante” tornerà al suo posto. In questo contesto, in cui spicca la violenza carnale – si parla di Shibari, bondage e masochismo – viene sottolineata l’esigenza di accettazione e autodeterminazione di ciascun personaggio che, alla fine dei conti, saprà trasformare la nemesi in catarsi. Non sempre è facile fare i conti con i propri demoni: De Cataldo infrange il tabù dell’odio senza metterlo al servizio della propaganda, bensì lo utilizza come benzina del nonsense alimentando il tormento e l’estasi di ogni relazione assecondando un costante gioco di sguardi, intenzioni e possibilità che non sempre vengono colte. È proprio nell’arrendevolezza che s’insinua la malafede, diradandosi come un virus che tormenta ed affascina in egual misura.

Andrea Desideri

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