Via col verme

Racconto breve...

Non ho problemi ad ammettere come il mio matrimonio con Marina fosse sostanzialmente una truffa ai suoi danni.

Lo sapevano quasi tutti, anzi credo che in fin dei conti lo sapesse anche lei e facesse finta di nulla.
È, altresì, verosimile che invece non ne avesse capito assolutamente nulla: sai, quando il sentimento è un temporale di grandine che ti si schianta sulla faccia non riesci più a vedere nulla, ti muovi a tentoni, cominci anche a gattonare se è il caso, per trovare una sorta di equilibrio remoto.
Marina è sempre stata pazza di me, non poteva farci nulla, questo suo amore era un crampo invincibile che le nasceva nello stomaco e si dipanava in ogni direzione, le prendeva gli occhi, le mani, le gambe e, soprattutto, il cervello e il cervelletto.
Quello che posso dire di Marina è che era una brava persona, ma sai, spesso questo potrebbe non bastare.
Era goffa, nei movimenti e nelle espressioni.
Era la totale assenza di brillantezza e di scintilla, non c’era alcunché di interessante nei suoi pensieri ed anche fisicamente, eccezion fatta per questi due occhioni azzurri di cui faceva grande vanto, non era per niente attraente: molto robusta, con enormi polpacci da drago e collo del piede gonfio e amaranto, molto distante dall’idea di donna che sin da bambino offuscava la mia mente.
Però Marina guadagnava benissimo, molto di più di quanto avrei potuto fare io in tre o quattro vite consecutive.
Perché a differenza mia, lei -come sovente accade ai poveri di spirito- era tutta zelo e abnegazione meccanica, qualità che sul lavoro possono fruttare soddisfazioni e qualche zero in più al mese sul conto in banca.
E peraltro era ricca di famiglia, ricchissima, i suoi avevano un’azienda che esportava bulloni, viti e altre stronzate in tutto il mondo.
La conobbi ad una sorta di aperitivo in centro a cui mi portò un amico.
Quella sera, dopo qualche bicchiere di troppo, le cose degenerarono, lei chiamò un taxi e mi portò a casa sua, mi offri da bere un altro paio di drink e mi cinse nella sua stretta siderurgica.
I giorni seguenti, saturo di vergogna, chiedendo qualche informazione su di lei, capii che forse non tutti i mali vengono per nuocere: scoprii che Marina era un avvocato di grido, partner di un noto studio legale internazionale, ricca sfondata per via della storia dei bulloni, delle viti e via dicendo.
Quanto a me, che dire, non ero certo il massimo dell’affidabilità e della solidità economica: non sapevo fare nulla, campavo a stento scrivendo dei romanzi noir pietosi, la saga di tale Commissario Mascellotti, un antieroe di basso lignaggio, obeso e corrotto, sempre alle prese con problemi cardiovascolari e altri imprevisti.

In sostanza, dopo quella notte malandrina, Marina prese a cercarmi con veemenza, aveva una bella cotta ed io, dopo essermi fatto qualche conto, mi resi conto che forse era giunto il momento di fare l’uomo e prendermi le mie responsabilità, non so se mi spiego.
E dunque cominciammo ad uscire insieme.
Inanellai la più lunga serie consecutiva di serate noiose della mia vita.
Ma Marina era pazza di me, che con quell’aria da scrittore inconsistente e stralunato, rappresentavo un universo distante anni luce dal suo, dal quale era rimasta tremendamente folgorata.
E quindi mi passava a prendere in taxi, mi offriva cene di una certa caratura e poi mi sequestrava per la notte. Nonostante il fine giustificasse i mezzi, devo dire che non era semplice fare sesso con Marina, data la totale assenza di attrazione nei suoi confronti, ma avevo elaborato un trucco infallibile: appena entravamo in camera io spegnevo la luce e serravo porte e finestre come ci fosse l’apocalisse, poi mi concentravo su Catherine Denueve in “Bella di giorno” (1967), e tutto diventava più gustoso, meno spontaneo se vogliamo, ma molto più gustoso.
Ogni mattina prima di andare al lavoro mi lasciava un gruzzoletto per la giornata, «Non fare storie e tienili» diceva «Così puoi concentrarti meglio per scrivere e non devi pensare ad altro».
Ed in effetti non pensavo proprio a nient’altro.
Ma il tempo corse veloce, parallelo alle nostre esistenze variopinte e senza quasi accorgermene ero imbalsamato davanti l’altare, in abito blu, con i postumi di un addio al celibato forse eccessivo, pronto a congiungermi in nozze con Marina.
Al matrimonio conobbi suo padre, vecchio conoscitore della storia degli uomini, che in fretta capì il complotto borghese che in gran segreto ordivo e lanciò uno sguardo eloquente alla figlia come a dirle “dove lo hai rimediato questo coglione da oscar?”.
Ma a Marina non importava, non si curava di nulla, aveva di fronte l’uomo della sua vita ed era felice come solo i bambini sanno essere.
Come regalo ricevemmo dai suoi una villa lussuosa in una prestigiosa zona residenziale.

La vita matrimoniale si rivelò più piacevole del previsto: gli impegni lavorativi risucchiarono Marina che spesso era costretta a rincasare dopo cena o a trascorrere interi periodi lontana da casa per delicatissime trasferte.

Io mi godevo la mia villa, mi alzavo molto comodamente in tarda mattinata, giocavo a scacchi con Sitaram, il nostro maggiordomo indiano, pranzavo, scrivevo qualche riga e avviavo i preparativi per l’aperitivo.

«Sitaram, t’ho detto che l’alfiere puoi muoverlo solo in diagonale, maledizione, lo avete inventato voi questo gioco, e comunque scacco matto, hai perso di nuovo».

Il resto mi veniva semplice: aspettavo il rientro in casa di Marina, le facevo compagnia mentre cenava, solitamente molto tardi, e poi mi stendevo sul letto a fianco a lei, cercando di parlare il meno possibile.
Quando voleva fare l’amore le dicevo che era meglio lasciar perdere perché doveva essere molto stanca e l’indomani il lavoro le avrebbe richiesto freschezza e lucidità.
Di tanto in tanto mi concedevo, ma lentamente anche il pensiero di Catherine Denueve iniziò a perdere consistenza, sotto il peso immobile di Marina.

Perciò, per non farmi mancare nulla, decisi che era ora di trovare un’amante.

Il caso volle che fu proprio mia moglie a presentarmela.
Capitava, infatti, che Marina organizzasse delle cene con i suoi colleghi dello studio e i rispettivi compagni.
In quei frangenti davo il meglio di me: facevo il brillante, avevo una risposta sarcastica per ogni argomento, citavo Pasolini, Oscar Wilde, Tinto Brass, i colleghi di Marina mi adoravano e lei era orgogliosa di essere la mia consorte.

Fu ad una di quelle cene che mi venne presentata Veronica Della Sera, procace avvocato di alcuni anni più giovane di me.
Che dire, Veronica era come un cerbiatto adolescente intrappolato in un tailleur comprato in centro.

Iniziammo a vederci sempre più spesso, addirittura a volte uscivo da casa la sera lasciando Marina in silenzio a cenare da sola.
Lo so, non era una cosa carina, ma mia moglie cominciava ad essere sempre più oppressiva.

«Ci abbracciamo?», mi diceva quando eravamo a letto appena prima di dormire, «Dai, facciamo domani» le rispondevo e lei si risentiva «Mi dici sempre facciamo domani e poi non ci abbracciamo mai», «Marina, ma non capisci, devi dormire comoda dalla tua parte del letto, domani hai quella riunione importante».

Dopo un po’ smisi anche di scrivere i romanzi, decretai la fine del Commissario Mascellotti: l’intrepido morì vittima di un colpo di pistola alla pancia ad opera di una prostituta minorenne sordomuta.
Volevo solo starmene tranquillo nella mia villa e vedere Veronica Della Sera, che si era tinta i capelli di rosso ed aveva le caviglie in madre perla ed il fuoco sacro fra le cosce.

Marina si rese conto che qualcosa iniziava ad andare storto e così iniziò a prendere strane iniziative che mi mandavano in bestia: una volta, tornata dal lavoro verso mezzanotte, mi trovò sveglio dentro la Jacuzzi di cristallo mentre svolgevo un cruciverba, si avvicinò suadente e mi chiese «Vuoi che te lo succhio?», diventai nero di rabbia «Ma non vedi che sono impegnato? Cazzo, ma non capisci che così mi deconcentro?».

Una sera andai da Veronica per vedere alcuni completi di intimo che aveva comprato da poco.
Tornai in casa mia nel cuore della notte, potevano essere le quattro passate.
Vi trovai Marina in piedi, col viso funereo, circondata da valigie e scatole dentro cui aveva riposto tutta la mia roba: «Io non ce la faccio più» disse, «Questa storia non può più andare avanti, devi andartene via…».
Rimasi di sasso.

«Marina, sappi che mi stai spezzando il cuore».
Poi mi avvicinai, a passi misurati, le presi le mani, affondando i pollici dentro i palmi bianchi.
La fissai intensamente poi dissi: «I tuoi non sono occhi, semmai vasti azzurri oceani ove alberga il ristoro».
Lei sorrise.
«Marina, dimmi che non finirà mai».
Mia moglie iniziò a piangere.
«Ti amo» mi disse, mentre mi stringeva a sé.
«Ti amo anch’io, Marina».

di Giuseppe Catanzaro

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