Il perineo è il mio mestiere

Racconto breve...

Praga, autunno millenovecentonovantanove.
Sotto l’appuntita pioggia novembrina cammina Paco De la Crus, porno attore di origini latine, trentatré anni, il capello negro e ispido.
Apre la porta d’ingresso del suo albergo due stelle, incastonato nel cuore gioiellino della Città.
Steso sul letto di marmo, alza lo sguardo e fissa il soffitto in pietra nuda.

È il protagonista del film “Il perineo è il mio mestiere”, diretto da Omar Carnazza, nel quale interpreta un avventuroso esploratore sperduto in una terra selvaggia e ostile.
Omar Carnazza lo aveva incontrato tre mesi prima a Barcellona, in un bar impolverato sulla Rambla.
«Paco, ho pensato immediatamente a te» aveva detto il Carnazza «Vedrai, verrà fuori un lavoro di livello, ho tutto in mente, voglio fare le cose in grande questa volta».
Nonostante lo squallore della sceneggiatura ed un cast pressappoco sconosciuto, Paco, per bisogno di denaro, si trovò costretto ad accettare il ruolo.

È pensieroso Paco De la Crus prima delle riprese, si rolla una sigaretta di tabacco e si scalda dentro il giubbotto di pelle.
Carnazza è puntuale, gli ronza qualcosa dentro le orecchie: vibrazioni e carambole dentro il cervelletto tumefatto dal crack.
Il fumo torbido fa socchiudere gli occhi, il freddo brucia tutto il resto.
Dal banco di nebbia sbuca fuori il pallore di due cosce di femmina dell’est.
La carne bianca come luce all’alba, il sinuoso incedere dei fianchi, un rullo di tacchi scandisce con battiti regolari l’accatastarsi dei secondi.

Carnazza prende la parola «Paco, ti presento Camilla Kinski, sarà la tua coprotagonista».
«Encantado» dice Paco, stringe la mano e sente una serpe addentrarsi nella pancia.
Camilla ha un occhio nero ed uno azzurro.
«Poteva diventare una stella» sussurra Carnazza a Paco, mentre l’attrice volta le spalle e si allontana «ma da giovane ebbe un incidente, è stata in coma sette anni, si è risvegliata con gli occhi di due diversi colori».
«È molto bella» dice Paco e getta la cicca nel vuoto interstellare.

Finito il primo giorno di riprese: Paco ha girato alcune scene di gruppo con attrici secondarie, poi sul set si sono avvicendati altri attori.
Con Camilla si comincerà a girare solo il pomeriggio successivo.
Paco torna in albergo.
Esce dalla doccia rovente e percepisce di sentire qualcosa che non va.
«Non è nulla Paquito, vedrai, non è successo nulla».
Poi si perde nell’imbrunire freddo della Città, nel passeggiare muto delle coppie che hanno smesso di parlare ormai da anni, nel silenzio implacabile delle cattedrali, nelle parole sottovoce della moltitudine di anime danzanti.
Praga lo avrebbe potuto ingoiare ma aveva altro a cui pensare.

Entra dentro il pub, ordina da bere.
Si stende per dritto dentro una pinta di birra scura.
Poi Paco si volta a destra e osserva come prende forma il sinistro disegno delle stelle d’autunno: all’altro capo del bancone siede Camilla Kinski, è da sola, guarda dentro un bicchiere con ghiaccio e ha le gambe accavallate, quasi volesse sottrargli l’anima.
Cos’è, Paco, quel tumulto che ti agita, quel soffio che senti e non ti vuol lasciare in pace? Non hai mai visto una donna Paquito? Sì, ne hai incontrate migliaia, allora, cos’è tutto questo vibrare e rimuginare?
Paco De la Crus si avvicina e saluta soffuso «Buonasera», Camilla Kinski gli scardina addosso lo sguardo fantasma, azzurro e nero.
«È un film così brutto…» dice Camilla, sul volto di Paco si forma un filamento di sorriso.
Prendono da bere, di nuovo.
Poi escono fuori, fianco a fianco e camminano leggeri.
La Città diventa scura e fredda, vigila su Paco e Camilla, vigila sulle esistenze incompiute, sulla sacralità di Ponte Carlo, vigila sui labirinti di strade in cui gli spacciatori volano a mezz’aria e parlano la lingua degli spiriti.

Rimarranno a passeggiare tutta la notte.
Paco si specchia nelle pupille dell’attrice: l’occhio azzurro è il paradiso soave ove alberga il ristoro, quello nero è l’inferno che arde e non si sopisce mai.
Al primo bagliore diurno si salutano «Ciao Camilla», «A domani Paco».
Cosa c’è ragazzo? La senti questa elettricità che ti corre sulla schiena e ti stringe un nodo al petto? Hai paura chico? Hai paura di non riuscire a prendere sonno, di sentire il cuore duro aprirsi a quella donna?

Il giorno successivo si ricominciano le riprese, sul set de “Il perineo è il mio mestiere” è tutto pronto, si girerà la scena principale: il rapporto tra i due protagonisti dentro il tempio della madre terra.
Omar Carnazza ha polvere di cocaina sparsa sulla giacca, è irrequieto, grida «si gira» ed impugna la telecamera presa in affitto.
Adesso sono nudi, Paco e Camilla, uno sopra l’altro, abbracciati dal tempo e dallo spazio.

Paco entra impaziente nell’intimo dell’attrice, la guarda negli occhi, comincia a stantuffare e sente il cuore impazzire.
«Piano, Paquito!» grida il Carnazza.
Paco non segue le indicazioni del regista, sente solo il gemito liturgico di Camilla e spinge sé stesso oltre il limite.
«Piano Paco! Sennò in cinque minuti è tutto finito!» grida il Carnazza.
Ma a Paco non importa, fissa Camilla un’ultima volta, occhi negli occhi, «ti amo» le dice, mentre il seme caldo esplode in centomila stelle cadenti.
«Stooop!» urla Carnazza imbizzarrito «che cazzo dici Paco? Ma sei impazzito?».
«Scusa Omar, non so cosa mi è preso» dice Paco, mesto in volto «mi prendo una pausa, vado di là».

Cosa è successo Paquito? Che cosa ti è successo?
«Devo andare via da qui» pensa Paco, scosso e senza fiato.
Senza farsi vedere da nessuno si riveste ed è pronto a fuggire via dal set.
Prima di andare infila nella borsa di Camilla un foglio di carta.
Sopra ha scritto:
«Sei la fata che il tempo non consumerà».

 

di Giuseppe Catanzaro

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