Per un nuovo governo dandy

Ovvero l’importanza della bellezza

In questi giorni di conclave è capitato spesso di vedere la bellezza di San Pietro: il cielo che ne tinteggia lo sfondo ci allieta lo spirito. Se pensiamo alle risorse indicibili che è costata quella piazza, potremmo essere indotti a credere che la bellezza sia un argomento discriminante. Rimanendo nel nome, potremmo essere indotti allo stesso da San Pietroburgo e dalla sensazione di perdita del fiato che questa città sa provocare. In un’epoca sociale come la storia moderna, questo malinteso ha portato alla diffidenza del perseguimento della bellezza, quando non alla sua condanna.

La condanna è motivata se gli estetismi trascendono in quel discrimine economico fine a sé stesso che è lo snobismo. Ma guai a confondere un sano anelito di bellezza con questo tipo di atteggiamento. Snob, cioè sine nobilitate, indica un concetto esattamente opposto, che mai crasi sintetizzò meglio: la bellezza non è monopolio di chi se lo può permettere. Lo conferma il nuovo Papa, che nell’udienza coi giornalisti ha chiesto di raccontarla, nello stesso momento in cui si sta formando un’immagine povera. Ma basta guardarsi intorno per capire che la devozione all’utile di cui siamo malati non le sta lasciando nessuno spazio: da un’architettura innanzitutto comoda alle mille pretese egoistiche, dal relativismo etico ed estetico, all’adozione delle coppie omosessuali.

 

La bellezza è un concetto, è una legittima aspirazione, è una risposta agli affanni della vita. Non è una scriminante: generando benessere e migliorando l’esistenza d’ognuno, dovrebbe essere rivendicata come un diritto.

 

Pensiamo ai quartieri popolari, che sono un luogo di relazione tra popolo e bellezza.

I palazzi della vecchia Roma sono tutti orientati alla semplicità, che è una forma di bellezza ordinata e decorosa. Alla lunga, questa scelta è prevalsa sulle fisiologiche malattie di questo tipo di zone. Trastevere, da luogo d’un certo tipo di delinquenza, è diventato un luogo di bellezza. La bellezza ha vinto sulla delinquenza non solo adesso, in cui la scrematura è data dai prezzi alle stelle delle case: è sempre stato così. Quell’ordine semplice ha creato un senso d’appartenenza popolare e positivo confluito in scrittori come Belli e Trilussa, portatori d’una romanità diversa da quella di “Chi non sale lo scalino (di Regina Coeli) non è trasteverino“.

 

A Bucarest ci sono palazzoni comunisti bruttissimi pensati per incasellare le persone. Ad essi s’alternano palazzi antichi, che rivelano uno sforzo di risorse per ricercare gradevolezza. Il brutto ha fatto scempio del bello senza rimedi, generando l’effetto d’un sorriso sdentato. Ma anche lì c’è un quartiere popolare in cui la bellezza non emerge come scriminante, bensì come concetto che conviene a tutti. Lipscani è una zona in cui, alla lunga, la semplicità ha prevalso sulla fatiscenza. Il nuovo fiore all’occhiello della città, solo pochi anni addietro malfamato, è diventato il set di numerosi film. Guarda caso, in alcune pellicole ha sostituito una delle città più belle del mondo, Roma.

 

L’emergenza di bellezza è così pressante che non c’è bisogno di rincorrere “Gomorra” di Saviano o i “bordi di periferia” di Ramazzotti. Prendiamo Torino, che ha deciso di puntare sul turismo: da piazza Statuto in Po, porticati e palazzi antichi saranno certamente in grado di sostenere questa nuova scelta, ma da piazza Statuto verso la periferia, tutti quei palazzi anonimi generano milioni di dubbi. Cosa li distingue dai primi? La bellezza, che nelle zone d’un industrialismo già al tramonto non fu mai considerata.

 

Scendendo al sud, la testa sbatte contro i palazzoni descritti da Francesco Rosi ne “Le mani sulla città“, con cui direttamente o meno ha a che fare ogni meridionale. La logica d’una frettolosa rendita immobiliare ne ha fatto erigere a migliaia e il risultato di queste scelte è che non è stato creato nessun senso d’appartenenza. Non c’è stata la ghettizzazione, che almeno avrebbe fatto nascere quell’orgoglio tipico delle minoranze anguste. Non si sono sviluppate radici, perché la bruttezza fa passare le ore libere altrove. Non s’è creato niente: senza bellezza non s’è creata cultura, non s’è creata economia e non s’è creato benessere. Il prodotto tipico di quelle zone, come il prosciutto di Parma e il pistacchio di Bronte, è lo sfregio alla macchina parcheggiata, l’ultimo anello d’una catena di bruttezza incapace di creare rapporti di vicinato.

 

Questa architettura verticale ha generato lo stesso sentimento che ci provoca la visione d’una Punto: il niente. Ci siamo mai voltati per dire guarda, passa una Punto? Abbiamo mai detto a qualcuno com’è bella quella Punto? No, mai, perché la Punto è stata disegnata senza pensare alla bellezza. Non a caso dietro una Punto c’è un percorso logico estremamente cancerogeno. Chi la compra non è una persona ricca, e già questo rende la vita meno facile. Si priva di mille cose per acquistarla, la paga a rate per mille mesi e alla fine si ritrova un oggetto che è destinato solo a perdere valore. In più, se c’abbinate un bel giubbino di plastica grigio, che va a nozze con questo tipo di vettura, ecco che la Punto ci provoca lo stesso tipo di malessere dei palazzi degli anni sessanta: il niente.

Capostipite della Punto era la Cinquecento, che ha avuto vita diversa nonostante la parentela perché non nacque sotto la tirannia dell’utile: nacque innanzitutto gradevole, godibile, nacque bella. Già solo domandarsi perché mai le masse che la compravano avrebbero dovuto viaggiare in un bidone è l’ennesima conferma che la bellezza non è un discrimine, ma è, essa sì, un diritto di tutti noi. Oggi chi ha una Cinquecento ha una fortuna, potendo venderla a migliaia di euro nonostante se la ritrovi da quarant’anni. Come una vecchia Mini, più semplice e più bella ancora: c’è forse occasione al mondo in cui una Mini amaranto sfigurerebbe? O come una Lancia Y, per ritornare ai nostri giorni. Oppure come una Smart, nonostante la sua minima utilità: non sfugge al traffico, non riduce i consumi, non consente i lunghi tratti ed è preclusa ai passeggeri. Se s’è diffusa in maniera capillare è solo perché è tra i pochi oggetti moderni d’una bellezza condivisa. Allo stesso modo dei prodotti della Apple, che Steve Jobs in persona pretendeva fossero innanzitutto di bel design, per la stessa ragione per cui un piatto ben presentato si fa gustare meglio.

 

La storia della Fiat, intrecciandosi alla storia d’Italia, è ancora in grado di fornire qualche metafora per fotografare il nostro paese. Nel duemilatré fu progettato un concept della Lancia Fulvia che avrebbe segnato una svolta nella bellezza delle automobili, se non fosse stato subito accantonato. Da poco è uscita la Flavia, chiatta e piena di scanalature come piace agli americani: abbiamo rinunciato alla bellezza per rincorrere le preferenze altrui, come quando rinunciamo ai nostri interessi per rincorrere lo spread. I tedeschi, che preferivano Monti, dicono che le nostre elezioni siano state vinte da due comici, che hanno impallato nuovo governo e partito del botton down. Se abbiamo affidato a dei comici due scelte necessarie come più etica e meno tasse, per il nuovo esecutivo io non sbaglierei più: formiamo un governo dandy.

Il dandy non è un eccentrico alla Giannino o alla Lapo Elkann. È una persona sensibile, che trova soluzioni nella bellezza. Se perseguirla conviene, sarebbe un buon governo.

Giuseppe Pastore

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