The National ..ovvero l’abolizione dell’urlo

Rarissimo esempio di intelligenza, oltre che di perizia tecnica, nel mondo della musica, i National rappresentano un tesoro da custodire gelosamente

La globalizzazione è stata davvero un bene, visto l’eterno relativismo (= ogni critica è buona, anche quando si risolve in un mero paroliberismo) che ha colpito l’arte in toto? Questione irrisolvibile, verrebbe da dire. Ai beneficiari di questo cambiamento epocale, vorrei urlar loro: fascisti. Bianchi, neri, gialli che siano. Quasi sicuramente potrei sentirmi rivolgere contro lo stesso impropero, oltre a venir tacciato di snobismo: “no, perché c’è questo artista che racconta, suona, rivoluziona i nostri tempi, quindi è bellobravofigo e sei tu che non ti sei aggiornato”. Teoricamente, tutti siamo dei potenziali artisti nel 2013. Tutti sentiamo il diritto di sentirci tali, tutti crediamo di avere una storia da raccontare, un’arte da rivoluzionare, uno stile da proporre.
Un ciclo di incomunicabilità e di arroganza agghiacciante, tecnofascista ed esasperato.
L’argomentazione richiederebbe maggior spazio, ma io, visto che sono fascista, non andrò fuori tema: qui si vuole parlare dei National, del loro ultimo disco. Spiegare perché sono, a parer di chi scrive, uno dei pochissimi gruppi in grado di reagire alla grande al marasma qualunquista fatto di meme, governato dall’hype uber alles e dalle urla bombastiche di un’arte chiacchierona e pretenziosa. E alla fine di tutto questo, risultare comunque figli del loro tempo e del loro mondo: un equilibrio meraviglioso che lascia sospesi nel tempo, che verrà spezzato quando entreranno nella storia –si spera, almeno: ma non mi stupirei del contrario, d’altronde.

 

I National sembravano aver chiaro il discorso già dagli esordi, quando l’esordio omonimo e “Sad Songs for Dirty Lovers” risultavano essere dischi clamorosamente sospesi tra anacronismo e modernità: quasi con spirito da musicologo, il roots rock, l’Americana, il bluegrass venivano recuperati e aggiornati, declinati in senso realisticamente moderno. Sono arrivati poi i dischi della svolta, “Alligator” e “Boxer“, che allargavano il discorso, decorandolo con tinte dark wave: anche in questi dischi, la grandezza dei National è stata quella di muoversi sapientemente in territori già battuti con il piglio di chi ha ben chiaro in testa cosa sia stato il passato e in che modo poterlo riproporre, senza dar mai l’impressione di un recupero naif e nostalgico -il destino telefonato di miriadi di gruppi indie rock nati dal Duemila in poi.
L’equilibrio, la sobrietà, la ricerca sotterranea e silenziosa, l’afflato cantautoriale è ciò che rende grandissimi i National -e pochi altri artisti americani, checché se ne dica: Wilco, Sufjan Stevens, Son Volt, Bon Iver per citare i più affini al gruppo di Brooklyn: grandissimi perché reagiscono ai tumulti della nostra epoca virale con unsentimento antico, puro, inconfessabile. Musicisti e non musicanti, essi dipingono un quadro plumbeo e stressato della nostra epoca -stressato dal mare relativista- fascista, ancor prima che dal male di vivere.

Matt Berninger, la voce, non ha bisogno di frasi ad effetto per raccontare storie ordinarie e dolenti: la sua voce segue il percorso della musica del gruppo. Implode e si fa sempre più dimessa, man mano che i dischi aumentano e le storie si fanno sempre più poetiche, rarefatte, eppur stupendamente comuni (invoco l’aiuto dei Marta Sui Tubi: «E non sforzarti di essere speciale perché chi è speciale è sempre il più normale»). Non hanno paura di appoggiare pubblicamente l’elezione di un potentissimo uomo politico, Obama; credono sinceramente e criticamente nella causa, e tanto basta: giusto o sbagliato che sia.
Il discorso, proseguito magistralmente con “High Violet“, raggiunge il proprio apice con “Trouble Will Find Me“, la loro nuova fatica. Sembra quasi certo un fatto, ormai: più i tempi si fanno rumorosi, caotici, spersonalizzati, più i National cercano ilsilenzio, l’oblio. Raramente, in ambito pop -in senso lato- si assiste a evoluzioni musicali (= involuzioni dell’animo) così coraggiose e raffinate. Ci sono dischi che brillano di una luce abbacinante, oltre i gusti, le mode e le opinioni. Oltre anche lo stesso fattore estetico: definire la musica dei National “bella”, “brutta”, “mediocre” non ha senso. Un disco profondamente atmosferico, ambient, quasi a dire “se cercate un disco da ascoltare sotto la pioggia – «I couldn’t find quiet / I went out in the rain…» – è l’incipit di “Pink Rabbits”, questo è il nostro lavoro che più vi si addice”; i magistrali arrangiamenti, gli incastri ritmici e le semplici storie narrate da Matt Berninger dimostrano che non serve scrivere e comporre roba degna delle istruzioni per l’uso del Tavor per essere degli artisti.
Rarissimo esempio di intelligenza, oltre che di perizia tecnica, nel mondo della musica, i National rappresentano un tesoro da custodire gelosamente: le scimmie urlatrici sponsorizzate dalla società degli schiamazzi se le tengano gli altri.

Guglielmo Bin

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