Marmorto (Part.1)

di Monica Nardozi

Parte 1 di 2

 

Mi chiamo Visar Zihiti e le mie dita sono diventate molli e rugose come la melma delle alghe tra gli scogli. Sto facendo il morto a galla.

È quasi mezz’ora che lo faccio, perché sono sfinito, assetato, fottuto di paura.

Sono terrorizzato.

Accanto a me un uomo. Anche lui fa il morto a galla, ma forse lui è un morto vero perché sta galleggiando a faccia in giù e dubito che in quella posizione riesca a evitare che l’acqua gli entri nel naso. Odio quella sensazione gassata al centro del cervello quando il mare ti entra nel naso: come se qualcuno ti stesse infilando su per le narici un clistere al peperoncino.

Finirò umido e rigonfio e logoro e spalmabile come una carcassa di rospo vecchia di 4 giorni. Che dio mi aiuti. Sempre che dio sappia nuotare.

Sono in mare aperto: davanti a me il mare, dietro di me il mare, a destra e a sinistra il mare. Solo mare.

All’orizzonte rischiara l’alba. Da quella parte la mia terra, dunque: il sole sorge a est, no?

Tra poco sarà giorno e il sole comincerà a picchiare forte. Nuoto in direzione del cadavere, del morto vero. Lo afferro e cerco di appendermi al suo torace come fosse una zattera, come fosse un legno resistente su cui salire e lasciar riposare le gambe e gli addominali, far rilassare il diaframma contratto dallo sforzo costante di non affondare. È un negro grosso e lungo come fosse davvero una zattera: forse potrei salirgli addosso, potrebbe sostenermi.

Ci provo, ma appena le mie braccia lo raggiungono lo stronzo va giù che è una bellezza. È così pesante e allo stesso tempo così leggero che non ci capisco un cazzo. Perché da solo galleggia e con me attaccato no?

Ci siamo, è salito il sole. Tra un po’ sarà così ardente che la testa mi andrà a fuoco nonostante l’acqua, nonostante sia immerso in tutta questa inutile bastarda maledetta acqua.

Torno a fare il morto, distendo le gambe, le braccia allargate attorno al torace, mi abbandono al cielo che schiarisce sopra i miei occhi. Neppure una nuvola, neppure un fiato, neppure un rumore. Le orecchie a fondo, sotto la superficie. Il nulla che mi avvolge è liscio e ovattato, immagino di essere nel ventre di mia madre. Siamo soli, io e mia madre, sono un piccolo girino  comodo e tranquillo attaccato alla pace di questa condizione, cullato tra le pieghe delle sue viscere. Qui c’è caldo, è confortevole, è l’anticamera del paradiso, qui dentro non si è ancora, blup blup blup, questo è il liquido che mi tiene in vita, posso respirare immerso in queste acque, posso stare calmo, ho tutto il tempo per nascere, crescere, per morire annegato, buttato in mare come fossi già un cadavere.

È questo quello che mi hanno fatto. Mi hanno gettato via dalla barca assieme al negro credendomi morto, assieme a lui che morto lo è davvero e galleggia placido, privo di di vita e di terrore. Questo pensiero mi rigetta violento fuori dall’utero come un parto prematuro. Vengo su col fiato spezzato, annaspo e comincio a pensare che non c’è più niente a cui pensare, che sono finito, finito nel nulla, sciolto nell’orrore della morte che si fa attendere, che arriverà a breve per sfinimento, per arresto cardiaco, perché perderò i sensi e non mi accorgerò neppure di essere annegato.

Con gli occhi sgusciati come biglie lucide, in questo vuoto sordo e assordante sento soltanto il martellamento impazzito del mio cuore, mi manca il fiato, non riesco a respirare, le braccia le gambe si muovono senza il mio controllo, mi piscio addosso per l’ennesima volta, scalcio, strepito, sputo sale e parole sorde, tutt’attorno un esplosione di schizzi e fragore di acqua contro acqua, non coordino i movimenti, sono perduto, non respiro, dischiudo le labbra fino alla lussazione della mandibola come fossi solo bocca, come fossi una bocca gigante, uno schifoso inesistente animale fatto solo di fauci e trachea che non vuole saperne di allentare la presa, di cedere alla contrazione, mi assalgono sprazzi di cielo e di onde, fasci sfuocati e acquitrinosi, vado giù e poi riemergo e ancora giù, bevo ettolitri di veleno, l’acqua mi saturerà i polmoni, non riesco a chiudere la bocca, sono andato a fondo, sono sotto, non respiro, vengo su, non vedo un cazzo, non riesco a vedere, lacrime e acqua ovunque, gli occhi le orbite le cornee ricolmi di lacrime, soffoco, la testa mi esplode, il confine tra cielo e mare è inesistente, non è mai esistito, tutto si mischia, il cielo le acque le braccia che sbattono impazzite come prese da una scossa, un momento ancora e poi muoio, un attimo ancora di contrazione toracica, di lame nello sterno, ancora un secondo e poi questa motosega che mi sfonda il diaframma  arriverà anche al cervello, urto contro il cadavere del negro, lo sento accanto a me attirato inerme dal turbinio innescato dalla follia dei miei arti che ancora non si rassegnano alla stasi, mi ci aggrappo, le mie braccia lo trivellano di colpi, quello va giù ma poi riemerge e io ancora a colpirlo fuori da ogni controllo, il mio corpo lontano, terribile, un ammasso di cellule impazzite, poi all’improvviso, piano piano, dalla bocca assieme al sale, a secchiate di getti e di schiuma al panico comincia ad arrivare lento e sottile uno stupido soffio di ossigeno, il diaframma inizia ad allentarsi, si sbroglia, altre due contrazioni insopportabili e poi poco a poco si rilassa, respiro, uno due tre, respiro, sempre di più, sempre meglio, avvinghiato al negro, respiro, sto respirando, aria, riesco a contorcergli i vestiti inzuppati, le mani rispondono ai comandi, le gambe rallentano le sforbiciate epilettiche di qualche attimo prima, aria.

Respiro. Respiro. Respiro.

Dio, dammi la forza di resistere, proteggi questo tuo figlio perduto, che sia fatta la tua volontà, ma dammi ancora una possibilità, una sola, lascia che un peschereccio mi trovi, lascia che mia madre possa piangere sul mio cadavere, lasciale un corpo, dio, non abbandonare tuo figlio, non abbandonarmi. Che volevo solo andare incontro a una vita migliore.

 

Blup blup blup blup blup.

È passato un mese, cinque minuti, sei anni.

Sono ancora qua e il morto accanto a me. L’ho spogliato della maglietta, me la sono avvolta sulla testa, ogni tanto la slaccio e la inzuppo per trovare un po’ di sollievo, il bruciore è insopportabile e il sale mi logora gli zigomi, il naso, le labbra. Le mie labbra sono carta vetro, sono le fiamme dell’inferno, punte di cristallo tagliente contro le gengive arse, contro la lingua rigonfia. Mi sfrego il viso e sulle mani spugnose lembi di pelle morta e umida e sottile come un foglio di carta velina mi rimangono appiccicati sui palmi che palmi più non sembrano ma spugne immonde imbevute di veleno e morte e morte e veleno.

Immagino la scena. La scena in cui di notte quei due balordi di traghettatori mi hanno afferrato uno alle caviglie e l’altro sotto le ascelle e mi hanno dato in pasto all’agonia. Uno, due e e e: tre.

Pupluf. Prima il negro e poi me. Mi avessero sparato un colpo alle tempie. Pupluf il negro, pupluf io. E le bestie trasportate neppure una smorfia, neppure una voce per la vita di un uomo che vale meno di quella di un cane. No, che fate? Non potete buttarli in mare: fermi! Che cazzo te ne frega? Eh? Vuoi finire pure tu a mollo? No caro, io non finisco a mollo perché forse ci finisci tu, siamo almeno cento e voi solo in due: vuoi vedere che vi facciamo il culo, eh?

Sarebbe bastato un solo grido, un accenno di protesta, un fiato a mezza bocca, uno solo, una mano tesa e poi un gesto impercettibile da parte mia, un dito curvo, una smorfia della bocca per dire che no, non sono morto come il negro, sono vivo, sono solo svenuto, ma vivo, tenetemi su, tenetemi a bordo che devo arrivare in Italia, mi aspettano, c’è mia sorella e mio padre, ci sono i soldi, c’è il lavoro, c’è Totti e Gattuso, le ville sulla costa, Briatore, i centri commerciali, le sfilate di moda, Laura Pausini, la tv che ti fa diventare un divo, la Ferrari, la gente che sorride, mi aspettano donne bellissime e porche, donne dalle tette enormi e culi sodi, ho vent’anni, cazzo, voglio una moglie da scopare giorno e notte sui lustrini di Buona domenica, e un campo di calcio…

 

Ho aperto gli occhi che un uomo lungo e sottile e senza capelli mi sta sfondando il torace a forza di colpi.

Oh, sta fermo: dico. Senza che nemmeno il ricordo di una parola possa uscirmi dal petto. Sputo, annaspo, soffoco di nuovo e vomito bile e acqua a gittate feroci di schiuma mischiata a sale mentre la trachea mi va in fiamme e le narici esplodono incapaci di contenere tutto il mare che ho nello stomaco.

Mi mettono di fianco, continuo a sputare tutti i torti all’umanità, eppure respiro e sono vivo, spalmato e senza difese sulla prua di una barca a vela. Una luce accecante come un razzo fetido mi trivella la retina e mi costringe gli occhi a una fessura balorda dalla quale non riesco a vedere un cazzo. Sento però, riesco a sentire l’uomo che mi parla nell’orecchio, sta gridando parole incomprensibili, continua e continua, forse vuole sapere se sono vivo, muovo un braccio e poi una gamba in una sorta di finto riflesso incondizionato, lo sperono lontano, l’ho colpito. Vaffanculo, non sono mica sordo: non capisco la tua lingua, stronzo di merda.

Riesco a issarmi sulle chiappe, attorno a me sole e luce e legno bagnato, sento le fiamme dell’inferno sparse a raggiera sul mio viso come mi avessero marchiato a fuoco gli zigomi, la fronte, come se fossi all’interno di una maschera di plastica che cede e si piega, squagliandosi sotto il calore di una fornace. Una donna mi porge dell’acqua. Afferro la bottiglia e un’esplosione di schegge di vetro e pietre taglienti mi penetra la carne, mi sfonda le labbra, la lingua, le gengive, mastico lastre di metallo infuocato assieme al dolce dell’acqua potabile che mi dischiude le membra, mi anestetizza il palato, scende giù a gittate incontenibili, mi accarezza la trachea, mi distende i muscoli, il torace.

Sono salvo. Dio ha sollevato dalla sofferenza il suo figlio perduto.

 

Sono sottocoperta, la donna mi cosparge di roba unta e profumata. Di tanto in tanto mi parla, dice cose incomprensibili con un tono di voce gentile e ovattato. È in costume da bagno, ha due tette rigonfie come cocomeri. Ora ha preso a imbrattarmi il volto. Lo fa lentamente, ha gli occhi chiari come quelli di Britney Spears, sembra quasi che abbia paura di farmi male, ma mi dà J sollievo, dio solo sa quanto sollievo mi dà. Ora mi guarda fisso perché mi ha fatto una domanda, cerca di parlarmi in inglese, ma io non conosco l’inglese: you, do, italian, what, where, I’m italian, how? Ma non capisco un cazzo, possiamo comunicare solo guardandoci negli occhi e ora sembra proprio che abbia afferrato, che questa donna abbia capito che voglio dormire, perché mi tira sulle spalle una coperta morbida e profumata e se ne va. Devo solo chiudere gli occhi e pregare, perché a quanto pare non ho fatto la fine del negro. A proposito: e il negro?

Faccio per chiamarla, per chiederle del negro, per sapere se hanno raccolto anche lui, ma poi la domanda mi muore tra le labbra, sono troppo stanco, ho bisogno di dormire un po’, giusto mezz’ora, giusto il tempo di recuperare le forze…

 

Un urlo strozzato mi ha fatto svegliare. Come liberato dal gancio che tiene una molla, rimbalzo seduto a faccia avanti. Sfrego la fronte e lo zigomo contro il panno ruvido che mi avvolge dai piedi alle spalle. Mi sento la faccia tesa come se qualcuno mi stesse tirando dai lobi per appendermi ad asciugare.

 di Monica Nardozi

CONTINUA SECONDA PARTE

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