La reputazione ai tempi del 2.0

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Questa RUBRICA parla di quel “consumo” incivile fatto da una società mercificata, la nostra; la stessa che qui prova a resistere con gesti locali e altre forme di autodeterminazione culturale (ispirati non di rado dal ‘mangiar e bere bene’)… mentre quel carrello della spesa si è smarrito in un momento di disattenzione del suo aguzzino

 

La reputazione è uno dei maggiori motori sociali, cioè è quella votazione sociale che ci viene attribuita. In realtà non è data dai nostri comportamenti reali, non solo da quelli almeno, semmai è la percezione di questi nello spazio sociale… è la percezione che abbiamo e che crediamo sia l’opinione che gli altri hanno di noi. È quindi quello che vorremmo essere nell’opinione degli altri.

La reputazione è motore di molte delle nostre attività, è la generazione, più o meno consapevole, di una “maschera personale” e delle sue attività sociali: è un complesso meccanismo che ci coinvolge completamente in tutta una serie di gesti più o meno consapevoli atti a nutrire l’opinione comune che intendiamo generare. Non è una semplice operazione di maquillage o una recita a soggetto, ma come spiega bene (sicuramente meglio di me) Gloria Origgi in “La reputazione. Chi dice che cosa di chi” è una strategia profonda, che coincide con molte se non tutte le nostre attività, che ci coinvolge dalle prime manifestazioni sociali, dall’infanzia, sino al finale che a seconda della riuscita sarà più o meno tragico.

Tutti, chi più e chi meno, cerchiamo di manipolare le rappresentazioni che gli altri si fanno di noi, partendo dall’idea che ci siamo fatti di queste rappresentazioni. Scrive Origgi: «È una guerra della mente, un gioco cognitivo basato sul pensare e far pensare, sul manipolare i pensieri degli altri ed esserne manipolati». La cosa è precoce: sin dai primi anni della nostra vita sociale cerchiamo di guadagnare stima, rispetto, timore o reverenza; vestiamo abiti, indossiamo maschere e ci comportiamo come dei personaggi che ci siamo attribuiti. Se l’insieme funziona bene e interpretando un ruolo che ci assomiglia veniamo riconosciuti, allora, la nostra stima cresce ottenendo benefici dal nostro coincidere con la reputazione che ci siamo cuciti addosso… (ma se qualcosa va storto?).
E nel mondo di Internet: «Come le lumache che lasciano una traccia quando si spostano, tutte le nostre interazioni sociali lasciano negli altri una traccia informativa che non può più essere cancellata. È una traccia al tempo stesso indelebile e fragile: ne controlliamo solo una parte, ma non possiamo evitare di lasciarla. Ne possiamo controllare come si compone e si ricompone, come diventa stabile, pubblica, attraverso quali mezzi di iscrizione e di circolazione delle idee si diffonde. I contesti sociali che registrano questa traccia vanno dall’interazione faccia a faccia ai pettegolezzi diffusi in assenza dell’interessato, alla stampa e a Internet». Queste mediazioni differenti sono l’ “informazione sociale“. Uno studio del sociologo americano Erving Goffman ha preso in esame come la gente cura la propria immagine nelle interazioni sociali, di come cioè sviluppa una sorta di “teoria strategica del quotidiano“. L’interazione faccia a faccia è l’arena nella quale negoziamo la nostra immagine sociale, il luogo in cui il nostro secondo Io entra in gioco come protagonista. Questa messa in scena di sé può essere più o meno ipocrita, più o meno cinica. Possiamo credere al personaggio che vogliamo rappresentare oppure non crederci e produrci in una recita di noi stessi a fini puramente strategici. Non è un caso che, in latino, “persona” significhi proprio “maschera“. Eppure, secondo Goffman, è quasi inevitabile identificarci nell’immagine che proiettiamo. Il confine tra essere e apparire è molto difficile da tracciare. La reciprocità indiretta è il fondamento di ogni sistema morale, legale ed etico. La sua esistenza e la sua diffusione nella vita sociale umana sono i fattori più importanti da prendere in considerazione nell’analisi della complessità della psiche dell’uomo.
Così si spiega l’interesse umano per il teatro in tutte le sue forme, dalle soap opera a Shakespeare, per la poesia, la sociologia, le feste dei vicini e le Olimpiadi. È ciò che occupa principalmente la nostra mente, e che la rende unica, è la valutazione permanente delle azioni degli altri per comprendere come agiranno tra loro: chi aiuterà chi, chi ce l’avrà con chi. In fondo, gli intrecci narrativi non sono che variazioni sullo stesso tema: chi ha fatto cosa a chi. Quindi quando guardiamo un film o leggiamo una storia per noi o per altri, altro non facciamo che lavorare sulle nostre opinioni e nel contempo sulle nostre maschere. Senza reputazione, dunque, niente morale, perché essa sta nell’evoluzione sociale, nella reciprocità, nelle norme sociali e morali.. Passiamo la vita a costruire un’immagine di noi alla quale ci avvolgiamo in continuazione per cercare di corrispondervi. Questo Io ideale è la nostra opera più intima, più minuziosa, la più difficile, un capolavoro sempre in costruzione.

Ebbene, la questione della nostra reputazione sociale dicevamo è un divenire. Ma se qualcosa va storto? Se non coincide? Se cambiamo semplicemente idea? C’è la crisi, ed più o meno evidente. Più o meno profonda.
Qualcosa va storto: Siamo ubriachi e chiamiamo al telefono qualcuno in piena notte biascicando una qualsiasi cosa delirante… Se non è il nostro capo ufficio, il nostro amore corteggiato o un magistrato potremmo passarla franca, ma di sicuro è indice che qualcosa non va… o perlomeno da sbronzi è meglio evitare di usare il telefono (e la guida aggiungerei). Se poi vi viene in mente di passare la notizia tra le bravate della settimana al bar, salvo che quella di ubriacone molesto non sia la vostra ambizione… la reputazione è bella che andata.
Per anni avete bazzicato gli Scouts, le suore orsoline, cantato la domenica durante la messa e dato mensa ai poveri, fatto il volontario in Africa, ecc… ma la prima volta che allargate le gambe al giardiniere sudato, e la vostra migliore amica lo viene a sapere, il vostro mondo di purezza angelica, immacolata, santa.. diviene “candida”… intesa come la malattia venerea.  Se a questo aggiungete la macchina del fango, cioè l’utilizzo di alcuni Media per screditare ad esempio gli avversari politici, il gioco è fatto.
Tra verità piccole o grandi, tra innocenze reali e stupidità, la reputazione è labile quanto un filo di paglia, leggera e volatile. Non è il vostro vero Io, è di solito la vostra maschera di carta. Se è naturale, se l’interpretazione è profonda resiste a tutto, se è sopravvalutata e poco sincera frana alla prima invidia, se poi è solo nella vostra testa allora è un’arma che vi può annientare.

 

Ci sono modi per difendersi? Si, essere più di una “persona“. Cioè qualcosa che si avvicini al nostro Io profondo.

Comunque per costruirsi una reputazione bisogna:
Non sopravvalutarsi. Essere coerenti con se stessi (assecondarsi nei propri bisogni anche se si cambia idea). Non lavorare sull’opportunismo ma mantenere costante il proprio obiettivo. Possedere molta ironia. Dire più spesso la verità o ciò che più le si avvicina. Accettare le conseguenze delle proprie azioni.
Se venite denigrati e le voci su di voi sono infondate, tornate al vostro modo di comportarvi solito e attendete lo scandalo di qualcun’altro. Se invece il gruppo sociale vi considera strani allora cambiate gruppo sociale. Non si può vivere indossando maschere che non ci sono naturali, le conseguenze sono la follia o la depressione. E se infine vi prendono per scemi forse un po’ di autocritica ogni tanto può fare anche bene.
Per il resto vi consiglio il libro della Origgi da cui ho tratto molti degli spunti di questo articolo.

 

Daniele De Sanctis

 

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