Judas Priest: “Firepower” [Recensione]

I miracoli avvengono. In musica, perlomeno, hanno una discreta possibilità di accadere. Da fan del rock e del metal che non ha potuto assistere alle gloriose decadi dei ’70 e degli ’80 per motivi anagrafici, il triste destino è quello, inevitabile, di osservare la purtroppo spesso patetica parabola discendente delle glorie passate. Gli Ac/Dc su tutti, da me amatissimi, hanno lasciato un testamento che è una coerente dichiarazione di idee (“Rock or Bust”), ma lo strascico successivo nel tour ha rivelato un colosso dai piedi d’argilla, com’è inevitabile che sia quando non si ha più nulla da dire. I Black Sabbath hanno lasciato questo mondo alla grandeur, con un tour fenomenale, ma restano lì, monolitici, lasciando tanti emuli, ma pochissimi veri eredi.
Poi arriva il giorno in cui un meraviglioso 70enne, con la sua band di fenomeni e lo strascico di acciacchi che l’età si porta dietro (escludiamo il neo-entrato Richie Faulkner), decide di mostrare al mondo del metallo pesante e della musica tutta chi è ancora il vero Re. Stiamo parlando dei Judas Priest e del loro “Firepower”, ultimo lavoro uscito lo scorso 9 marzo.
Dire che è un disco pazzesco è riduttivo: al settimo ascolto filato non stanca, ma inebria e galvanizza. Rob Halford canta come se di anni ne avesse quaranta, Glenn Tipton suona la chitarra come se il Morbo di Parkinson, che lo affligge da quasi quattro anni ormai (e che, tristemente, lo costringe a non partecipare al tour del disco, dopo aver dato disperatamente il massimo per concludere le registrazioni), non lo sfiorasse neppure, e la sezione ritmica di Ian Hill e Scott Travis è qualcosa che potrebbe far urlare alla follia anche il più puntiglioso purista di genere.

Un disco preciso, potentissimo (produzione spettacolare di Tom Allom e Andy Sneap), con un’ulteriore particolarità: le tracce sono tutte compattissime, di minutaggio breve, senza traccia di prolissità (per delucidazioni sul tema, chiedere a casa Iron Maiden), che non lasciano all’ascoltatore un istante di respiro: c’è melodia in ogni ritornello ed ogni trama, ed allo stesso tempo furiosa rabbia in ogni strofa.

Su tutte spiccano l’incredibile malvagità di “Evil never dies” (quando si dice nomen omen) e “Rising from ruins”, senza tralasciare i timidi, ma efficacissimi effetti elettronici di “Never the heroes”.

Signori, questo è il disco dei Judas più bello dai tempi diPainkiller“, ed è un vero capolavoro, una “potenza di fuoco”, appunto cui è impossibile dare il massimo proprio a causa di quell’immensa stella nell’intero firmamento artistico che è, appunto, “Painkiller”. Ed ora, chi ha il coraggio di raccogliere il testimone?

Voto: 9,5

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Federico Ciampi

Tracklist:
1. Firepower
2. Lightning Strike
3. Evil Never Dies
4. Never the Heroes
5. Necromancer
6. Children of the Sun
7. Guardians
8. Rising from Ruins
9. Flame Thrower
10. Spectre”
11. Traitors Gate
12. No Surrender
13. Lone Wolf
14. Sea of Red

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