Breve trattato sulla trasgressione italiana (Parte Prima)

Ognuno trasgredisce in qualche modo cambiando in meglio la propria vita; ma, chi lo fa pubblicamente contribuisce a migliorare il mondo

«La lotta fra una morale che fa appello a principi esterni e quella che si fonda su una convinzione interiore, è la lotta fra la morale progressiva contro quella immobile – della ragione e della discussione contro la deificazione della mera opinione ed abitudine». (J.S. Mill)

 

 

Parte Prima

Ne “La libido: simboli e trasformazioni“, Jung definisce “legge del proprio essere” la volontà inconscia dell’individuo di essere sé stesso anche di fronte ad avversità esterne e conflitti interiori. L’essere umano, in sostanza, ad un certo punto della sua vita, spinto dalla necessità di conoscersi e conoscere il mondo, mette in discussione tutto ciò che negli anni è andato acquisendo trasgredendolo. «Il divieto esterno e l’inibizione si scontrano con la coazione: da una parte questi elementi tenderebbero a paralizzarci, dall’altra una sorta di imperativo interiore ci spinge a vivere quell’esperienza». (Aldo Carotenuto, “Eros e Pathos, margini dell’amore e della sofferenza“, Ed. Bompiani, Milano 2003).

Ognuno trasgredisce in qualche modo cambiando in meglio la propria vita; ma, chi lo fa pubblicamente contribuisce a migliorare il mondo. Basti pensare ai vari Martin Luther King, Mahatma Ghandi, Rosa Luxemburg, che con le loro trasgressioni «dalla tirannia dell’opinione e del sentimento prevalenti» -per citare John Mill–  hanno fatto la storia, confermando l’importanza dell’agire trasgressivo come indispensabile per il futuro stesso dell’umanità.

Ma, se in questi casi il significato della trasgressione è quello prettamente positivo di progresso civile, in campi ambivalenti come quelli dell’eros e della pornografia assume al contrario una valenza del tutto negativa, connessa, cioè, all’idea di distruzione sociale. La ragione di ciò va ricercata nell’essenza stessa dell’eros e della pornografia, ossia il piacere.

In pratica, il trasgredire produce nel corpo adrenalina che genera eccitazione la quale altera la ragione subordinandola all’istinto. Allontanandosi, così, dalla logica razionale e costruttiva -dunque morale– la mente umana diventa preda dei sensi e, quindi, facilmente corruttibile.

Perciò, trasgredire in eros e pornografia equivale a distruggere; ergo, va condannato e proibito.

Come ben scrive a proposito Coestzee nel suo “Pornografia e censura“: «Sui temi della pornografia, e in generale delle sanzioni legali in campo morale, c’è tutta una serie di posizioni che possono essere genericamente definite come conservatrici. La più estrema di queste è che, essendo la morale un bene prezioso in sé, qualunque decisione si debba prendere contro l’immoralità in una sua qualunque manifestazione è giustificata. Una posizione più moderata vorrebbe che, poiché la morale comune -che sia o no buona di per sé- è ciò che tiene insieme la società, le infrazioni della morale costruiscono un’offesa all’intera società, offesa nei confronti della quale la società stessa è autorizzata a difendersi. In particolare quando tali infrazioni della morale sollevano nel pubblico un’ondata di intolleranza e di indignazione, la legge ha il preciso dovere di reagire. Questa posizione moderata non è di per sé considerata parte della morale comune, ma è enunciata come principio autonomo, razionalmente difendibile». (J. M. Coestzee, “Pornografia e censura“, ed. Donzelli, Roma 1996, pag. 74)

Ma si sa che ciò che è occultato e vietato -il tabù– esercita un’attrazione irresistibile a cui pochi riescono ad opporsi; alcuni, ne rintracciano la forza eversiva eleggendolo a medium ideale per contrastare il sistema. Basti ricordare Andy Warhol e la sua serie di film sul sesso tout cour firmati “Factory“, con l’intento di criticare le regole morali e discriminazioni di genere, o, la coppia Lunch-Kern, che, attraverso le immagini logore e squallidamente decadenti di esasperazioni sessuali dei loro video porno-punk, contestavano il marcio nascosto sotto il perbenismo pulito della società.

ANDY WARHOL

LYDIA LUNCH

 

È, però, dove il tabù è più radicato che l’ossessione diventa maggiore, la trasgressione più intensa e, di conseguenza, il nostro interesse più forte.

In Italia, giusto per giocare in casa, l’epiteto trasgredire ha assunto un significato tipicamente reazionario -nel senso politico del termine- legato cioè alla necessità di ribellione civile «per una cultura democratica contro la Censura di Stato» – Pier Paolo Pasolini – fortemente influenzata dal potere temporale d’oltre Tevere.

Ricorda Giancarlo Grossini: «Agli inizi degli anni Sessanta la religione cattolica, condizionante il cittadino medio e appoggiata dal partito di maggioranza, dettava la propria legge in materia di sesso ed esorcizzava i pericoli della carne con l’immagine di una donna-demone che distoglieva l’eroe buono dall’opera altamente meritatoria  che stava compiendo». (Giancarlo Grossini, “I 120 film di Sodoma“, ed. Dedalo, Bari 1982 pag. 43)

Ma analizziamo un po’ meglio questo concetto.

Negli anni ’60, la società italiana è fondata sul principio cristiano della famiglia eterosessuale sottomessa alla divina sopportazione di ogni genere di sopruso sociale. La donna è la moglie/madre, progenitrice remissiva della vita attraverso il seme dell’uomo marito/padrone lavoratore indefesso. Tenere ben salda la famiglia -cristianamente parlando- equivale -politicamente parlando-  ad avere un forte controllo sugli individui che la compongono. In questa situazione qualsiasi tipo di trasgressione -fisica o mentale- è ammonita attraverso immagini metaforiche di grande effetto (donna/demone rosso/dannazione) e altresì vietata, pena l’inferno e l’espulsione dalla società onesta.

Pensiamo alla serie di film di “Don Camillo”, in cui, ad ogni tentazione progressista, interviene l’ammonimento  divino a ristabilire tutto.

DON CAMILLO

 

Ovviamente non è difficile rintracciare l’ipocrisia di questo principio fortemente aleatorio, che nega ciò che è di per sé naturale, ossia l’istinto. In quest’equilibrio la volontà di trasgressione non tarda a farsi sentire, e sempre più forte si fa strada nelle menti e nei corpi degli italiani.

Un esempio emblematico di ciò, è l’episodio del film di autori vari “Boccaccio 70. Le tentazioni del dottor Antonio“, diretto da Federico Fellini, in cui la bella Anita Ekberg -feticcio felliniano- nella simpatica versione di sexy cartellone pubblicitario del latte in bottiglia, tenta con le sue moine l’iper moralista cattolico Peppino De Filippo -il dottor Antonio per l’appunto- che però, attratto ossessivamente dalle sue procaci forme, finisce per cederle in preda a delirio irrazionale.

LE TENTAZIONI DEL DOTTOR ANTONIO

http://youtu.be/RJPYyaSMaZ8

 

Il diabolico corpo tentatore della donna/demone Ekberg, ridestando nell’eroe buono Dottor Antonio De Filippo -cattolicamente represso- il  desiderio del piacere fisico, risveglia l’intenzione trasgressiva dalla falsità del comune senso del pudore di stampo etico-dogmatico, facendo emergere la volontà di libertà d’azione come ideale di vita.

Appare, dunque, ormai chiaro che nella trasgressione italiana il piacere fisico si pone come presupposto rivoluzionario.

Col passare del tempo, l’archetipo felliniano va acquistando sempre più forma nell’immaginario collettivo, fino a soppiantare il simbolico angelo del focolaio cristiano. È così che la donna demone si insinua nella vita quotidiana, imponendo in definitiva il suo volere e il suo piacere, liberamente, senza più inibizioni.

«È infatti chiaro -continua Grossini che la ridda di adolescenti perverse, supplenti boccaccesche, casalinghe ninfomani, porno mogli, stalloni supersex, non è altro che ripetizione sempre eguale della stessa figura, quella della donna vampiro che dai tempi di Theda Bara, interprete per antonomasia della vamp nel cinema tra il 1915 e il 1918, si è avvicinata alla realtà dell’oggi: sempre vamp ma in vesti più comuni, casalinghe, poste appena al di là della possibilità di ritrovamento nel quotidiano».

E se la donna comune da angelo si trasforma in diavolo, l’uomo impegnato e devoto si scrolla di dosso la gravità dogmatica del suo ruolo e «assume i contorni della macchietta dell’uomo comune, è l’uomo qualunque che pensa ed ha come unico fine della propria esistenza la copula, l’unione sessuale, ma con tale passione e foga cerca di raggiungere tale scopo, mai contaminato dal sentimento, da superare quel tabù e quelle timidezze che solitamente sono appannaggio della normale figura del maschio nella società attuale». (Giancarlo Grossini, “I 120 film di Sodoma“, ed. Dedalo, Bari 1982 pag 70-71)

Pensiamo a “La soldatessa alle grandi manovre”, “La dottoressa ci sta col colonnello”, “Spaghetti a mezzanotte”, le varie Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Gloria Guida, Nadia Cassini, dall’aspetto apparentemente innocente, eccitano con le loro forme le menti assopite degli italiani, ed i Renzo Montagnani, Lino Banfi, Alvaro Vitali, come contraltare maschile, ne ridestano l’anima ludica fortemente soffocata dall’assolutismo moralista.

LA SOLDATESSA ALLE GRANDI MANOVRE

LA DOTTORESSA CI STA COL COLONELLO

SPAGHETTI A MEZZANOTTE

 

Ma, mogli-amanti insaziabili e mariti-amanti sono il simbolo di una trasgressione che vuole superare se stessa, e che molto presto cambierà radicalmente il corso dei tempi. Già a partire dal film “La liceale” di Tarantini (1975), si rintracciano le linee di ciò accadrà in seguito, ovvero la trasgressione della trasgressione.

LA LICEALE

Giusy Mandalà

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