Andate e partenze

CRONACHE DAL MEDIO ORIENTE: Reportage esistenziale, vita quotidiana e racconti da un viaggio... tra le conseguenze della guerra e la quotidianità di un giornalista freelance

Questa RUBRICA è un provarci con ‘sentimento’. Forse un po’ romantico, e quindi sconfitto, forse un po’ personale. Non mi chiederò altro che un po’ di sincerità, come giornalista e come essere umano. Un percorso attraverso deserti e umanità, calore e sudore..

 

Si ricomincia così. Si ricomincia da un aeroporto chiassoso e inefficiente. Si riparte dalla sala di attesa dell’International Airport of Beirut. Gli schermi dismessi che informano sui gates, le file, punti di aggregazione umana più che di attesa, e gli scatoloni di cartone da imbarcare, voluminosi e ingestibili. All’entrata i portantini con una divisa blu sfrecciano tra le macchine parcheggiate alla ricerca di un cliente, mentre il tassista aspetta il compenso dal viaggiatore. L’hostess della Mea si fa largo tra le porte girevoli bloccate, mentre una famiglia saluta un ragazzo con il passaporto francese. Lì, poco più avanti, vicino ai metal detector, c’è un ragazzo che aiuta una signora a mettere le valigie sul rullo. La solita enorme coda per Istanbul si accalca vicino ai banchi del check-in e un poliziotto si appisola su una sedia di plastica. Una volta superato l’attento ma educato controllo passaporti si apre una finestra di luce. Lontani dalla precedente illuminazione al Neon, ci si proietta in una realtà parallela fatta di negozi scintillanti e scarpe col tacco. Gli stessi colori freddi sono distanti soltanto un ultimo controllo, ma adesso si può godere di un respiro di felicità studiata. Così l’aeroporto di Beirut ti entra. Piano piano acquisisce una connotazione familiare, domestica. Ti racconta storie di siriani alla ricerca di una nuova vita, etiopi con un bagaglio striminzito ed europei desiderosi di cambiare il mondo. Ti racconta la partenza e l’arrivo, come in un film senza corpo. C’è da chiedersi se siano abbastanza due flash per capire una storia. Per raccontare una vita serve una vita, quindi ci accontenteremo, nonostante tutto, di dare almeno questi due.

E così, attraverso i Balcani e il Medio Oriente, mi ritrovo in una stanza male illuminata della Medina di Tangeri, nel mezzo ad un’intervista in francese, una lingua che non conosco. Un ragazzo del Burkina Faso muove velocemente l’indice e il pollice sulle corde di una chitarra. E canta. Le parole escono dolci e profonde. La tensione del viaggio in treno da Rabat cala e il piede ritmicamente segue il corso delle note. La fronte smette di pulsare. Ci si distende per un attimo. Speranze e delusioni ballano alla stessa velocità della sala arrivi dell’aeroporto di Beirut. Neanche il tempo di recuperare la valigia che si aprono le porte scorrevoli di casa, di Oriente, di nuovi sapori, di vecchi incontri e di amori appena sbocciati.

Lì, in quella stanza della Medina di Tangeri, ci abitano in molti. Non so il numero. Non l’ho domandato. In quel momento, in quel contesto, davanti a quella musica, potrebbero abitarci tutti i migranti del mondo. Sotto una luce fioca color blu, con una chitarra in mano e il profumo di hashish che si perde in tre metri quadrati si consuma “l’uno, nessuno, centomila” della mia generazione. Siamo ospiti di un’esperienza e di un pezzo di vita, ci togliamo le scarpe prima di entrare, chiediamo scusa e ringraziamo, vistosamente in imbarazzo e taciturni per il mutismo collettivo sulla diseguaglianza cronica del mondo. Un mondo di cui sentiamo la necessità di parlare. Soli e ignoranti, senza mezzi e senza futuro, scopriamo che anche un migrante può essere antipatico, un maoista/leninista può ignorare un umile venditore di ceci tostati e una lotta sincera può essere trasformata in politica di compromesso.

E allora ben vengano i colori freddi che mettono tristezza e fanno da scenografia ad una storia. Ben vengono i visi tristi se servono allo scopo. Ben venga lo spettacolo photoshoppato. Siamo qui per fare due flash? Beh, che siano sfavillanti e brillanti. Che i colori si saturino, che i video siano drammatici, che il dolore sia teatrale. Che l’informazione sia una prostituta.

No, vi prego, lasciatemi spiegare. Ci sono alti e bassi. Ci sono momenti di profondo smarrimento e momenti di empatia, momenti di stupore e momenti di nausea: fa parte del gioco. Per esempio, adesso sono su una terrazza di Tangeri. Ho davanti lo scorcio del mare, le luci della baia che si chiude e il minareto della moschea. Sotto di me un venditore di hashish chiede per l’ennesima volta ad un turista se vuole comprare il prodotto e un negoziante abbassa la saracinesca. È un’immagine. Ve la posso presentare così, un po’ orientale, un po’ avventurosa. Oppure posso dirvi che i negozianti delle Medine del Marocco spesso pagano un pizzo, la produzione di hashish si è diversificata perché la via ad Oriente è chiusa e il minareto rompe i coglioni tutte le mattine alle cinque.

Sono due fatti. La stessa immagine li contiene entrambi. Due flash in un aeroporto.

 

Davide Lemmi

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7 Comments

  • Ci si cala subito in un atmosfera dai tanti colori acromatici volonti o nolenti
    parole fin troppo leggere per una condizione in bilico come quella
    complimenti Lemmi per questo contributo importante

  • Interessante rubrica; onorato di accompagnare le avventure di Lemmi… spero di farlo con la giusta consapevolezza

  • Mi ricordo di Davide Lemmi …. i suoi post sui luoghi di guerra sono sempre stati emozionanti
    Bentornato.
    Altro coinvolgente post !!!

  • già, un mondo di cui sentiamo la necessità di parlare …. bravo Davide, continua così
    e’ una questione di comprensione vera dello stato delle cose , contro i pregiudizi , i fanatismi le preclusioni verso quei popoli che crediamo nemici, diversi … contro quella la diseguaglianza cronica del mondo

  • Onore a Lemmi. Appassionante diario di viaggio …. una finestra sul mondo e sui conflitti peggiori del momento . Basta cambiare punto di vista, passare dal Tg ad un post del genere per cambiare automaticamente anche sentimenti con cui si leggono certe situazioni.
    Restiamo umani!
    Grazie UKi!

  • trovo questa rubrica davvero importante e fatta in modo originale. un reportage che vale la pena finalmente leggere per crescere, attraverso le esperienze di questo giornalista
    grazie D.Lemmi, non vedo l’ora di leggerne ancora…. per capire, per non credere più alle menzogne di chi la non ci è neanche stato!

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