I pugilatori -Round 1

Racconto in 4 Round...

I ROUND

Questo tizio mi dice andiamo in palestra, ed io ci vado.
Non è proprio una palestra, fa.
Ok, andiamo.
È più un capanno, con questi che ci si allenano.
Ottimo, attraversa… e prendo fuoco come se m’avessero sfregato la capocchia all’improvviso.
Con tre salti son di là della strada, intento a spegnermi.
L’altro invece… niente, proprio nessuna chance di attraversare illeso.
Colpa dello slancio, troppo poco.
E di un grossolano errore nella tempistica.
Di fronte a me una signora allunga il volto in un urlo muto. Ci pensa lo stridere dei freni alle mie spalle a doppiarle perfettamente l’audio.
Doppiaggio sincronico di signora ululante.
Mi volto e il tizio è steso a terra, sotto un Alfa, e l’autista erompe fuori in un migliaio di parole urlate e sportelli sbattuti. A quel punto la nube bianca della frenata mi avvolge del tutto, come stringendomi in un pugno, e l’odore della gomma bruciata, sbuffando nel naso, nella bocca e giù fino ai polmoni, mi accartoccia sulla mia stessa tosse.
Quando salgono le lacrime poi, il mondo intero si liquefà.
L’ambulanza traballa e rischio più volte di perdere l’equilibrio. Il tizio è svenuto sulla lettiga, legato con delle cinghie. Non rischia di perdere l’equilibrio lui. Il medico seduto di fronte a me, dopo una serie di domande sull’incidente e sul tizio (se fosse o meno ubriaco, drogato eccetera) si fa serio e ma tu chi sei, chiede, un parente, un amico?
Un collega, rispondo.
Ah, e di cosa vi occupereste mai? Continua ironico.
L’ironia non è per me. È per il tizio.
Non che io sia il massimo dell’eleganza, sia chiaro, ma ho su un buon giacchetto non vecchio. Giusto un po’ stracciato sui polsini. E jeans con due lacere bocche sbavanti filo all’altezza delle ginocchia.
Solo due.
Il Jeans dalle Ginocchia Sbucciate.
In sostanza, giacchetto e jeans faccio una discreta media figura, a parte i polsini, certo.
Ma il tizio è proprio in rovina.
È tutto un buco, e un pendere e penzolare di fili e di forme.
Come un cumulo di stracci adagiati sulla lettiga, dai quali spunta una testa.
La Testa nell’immondizia.
Siamo atleti, dottore. Pugilatori, rispondo.
Lui sposta il suo sguardo da me all’altro.
«Allora restiamo nei paraggi», e ride.
Ride lui e i portantini e l’autista.
Pure il tizio nell’immondizia, ripresosi all’improvviso, sembra ridere.
Solo però se per ‘ridere’ si accetta di includere anche le smorfie di dolore.
Così il dottore si fionda prontamente nel pattume, in cerca di uno straccio di vena.
Senza che il tizio abbia il tempo di capirci qualche cazzo, il sedativo se lo prende e se lo riporta a nanna.
Il Pronto Soccorso odora di culi umani, spirito ed incredulità.
Incredulità, sì, perché al Pronto Soccorso uno mica si prepara prima di andarci. C’è l’infartuato che poco prima se ne stava nel letto di casa tutto avvinghiato al suo odore stantio di sonno profondo, l’operaio in tuta stravolto dalla fatica acida, il barbone caduto e riscopertosi vivo in mezzo al suo sangue VOL. 6 %. Ce ne sono tanti, casuali testimoni in Terra
dell’esistenza del Caso. Ognuno ha la sua storia incredibile da raccontare, ma a sentirle bene poi, hanno tutte elementi simili nel plot.
C’è sempre:
– O Sfortuna;
– O Stronzaggine umana;
– O un Traditore di chi si fida;
E sempre, sempre, sempre, un Oggetto.
Quest’ultima categoria si basa sul sistema binario e accoppia la parte lesa allo strumento lesivo.
Accoppia. Come il Gioco delle Coppie.
Ma c’è bisogno della spiegazione esatta degli eventi per capire di che tipo di incidente si tratta. Quel Come è successo? che medici ed infermieri ed amici e nemici non smettono mai di chiedere. La risposta che dai dice di te molto più di quello che pensi. Dice a quale categoria appartieni, a quale punto dello Schema.
Dice chi sei.
Metti il Giardiniere e il Tosaerba con le lame incastrate da uno zeppo.
Metti ora lo tolgo, lo zeppo
Categoria: Stronzaggine umana.
Metti la Casalinga e l’Arnese dell’Idraulico.
Metti Cielo, mio marito
Categoria: Sfortuna.
Metti il Marito e una Pallottola vicino al cuore.
Metti Vermi!
Categoria: Traditore di chi si fida.
Seguo i portantini che spingono il mio tizio ancora svenuto. Basta un solo piede dentro e si, non c’è dubbio alcuno, è proprio un Pronto Soccorso.
E mi torna tutto in mente, come un abbaglio.

 

È la sera di Pasqua.
La gente cena abbondantemente, riunita in appartamenti più o meno confortevoli, con familiari più o meno confortevoli. Il cielo è sereno, la notte fresca. Gesù muore di nuovo e molti abbacchi muoiono di nuovo.
C’è come tutto un rumore di digestioni, in sottofondo.
Io sono in strada e cerco di darle una mano a far partire la macchina.
Ma si sa com’è con le donne, quando sono in panne.
Le ho dato la mano e si è presa tutto il dito.
L’anulare destro.
Mi aggrappo all’apertura interna dello sportello spalancato.
E quella è la cazzata.
Allora, dico, ora mi metto dietro e ti do una spinta.
(eheheh)
Tu metti la seconda e dai gas, capito?
La risposta è lo sportello che si chiude.
Si chiude sul mio dito.
Un colpo molto violento.
È il rumore di tutte le cose atroci, è l’atomica e una sassaiola, è il martello che picchia un verdetto di colpevolezza, il chiodo nelle carni del Cristo, la porta che si richiude con forza dietro le spalle di chi ami e resti solo, ed è proprio il rumore di quando resti da solo.
È il mio anulare destro, che va in pezzi nello sportello.
Le altre dita no, sono state svelte.
L’anulare invece si è fatto beccare.
Dopodiché è una corsa al Pronto Soccorso.
Una corsa, sì, perché la macchina è ancora in panne.
Ce la fai, chiede lei mentre corre al mio fianco, spaventata da tutto ormai: dalla mia ferita, dal sangue, dalla possibilità che io cada svenuto, lasciandola sola li, in mezzo alla strada, in mezzo alla notte, con un corpo privo di conoscenza da trasportare.
Ce la faccio dico, e vomito.
Ti prego non svenire, mi fa.
Vomito e no no che non svengo.
Ma ogni passo mi fiacca. Sembra come in quei videogames di lotta anni ’80, in cui utilizzare la Mossa Speciale del personaggio ti costava anche un po’ della sua energia vitale.
Io corro.
E’ la mia Mossa Speciale.
E la vista inizia ad annebbiarsi.
Mi fermo a sedere su una pietra miliare.
Km XXII.
Intorno al dito ho stretto un fazzoletto, ormai zuppo di sangue. È troppo quel sangue, non ho chance.
Lei si mette sul ciglio della strada, nel tentativo di fermare qualche macchina.
Di fianco, ha me.
Moribondo.
Il Grande Vomitatore sulla Pietra Miliare.
Anche lei ha poche chance.
L’ultima cosa che dico è mostra le cosce, falli fermare mostrando le cosce. Poi torno ai miei liquidi biliari in piena. Quando una macchina si accosta lei urla il mio nome ed io torno dal sonno profondo a cui piano mi stavo arrendendo.
Ora non vomitare capito, non vomitare dice mentre corre dall’autista per spiegare la situazione. Quello ci fa salire e al suo salve rispondo con un cenno del sopracciglio destro. Sono del colore della neve ormai. Tutto il sangue è sul fazzoletto, sui jeans e sulla pietra miliare.
Km XXII.
«Pensi di riuscire a non svenire?» si preoccupa l’autista.
«Certo».
La macchina parte, io allaccio la cintura di sicurezza e, finalmente, svengo.

 

Il medico dell’ambulanza esce in corridoio e mi si avvicina a passi veloci.
«Il suo collega” dice “ ha una frattura della testa femorale causata dall’impatto…».
Metti il Tizio e l’Automobile.
«… sono fratture legate alla dislocazione dell’articolazione…»
Metti Attraverso all’improvviso senza guardare
«… la prognosi è riservata a causa di una possibile vascolarizzazione».
Categoria: Stronzaggine umana.

.
Due portantini mi caricano su una sedia a rotelle e mi portano dritto in sala d’aspetto. Riprendo quel minimo di sensi per star sveglio.
L’infermiera più bella che abbia mai visto si avvicina e mi chiede dolcemente se per caso riesco ad alzarmi per fare posto ad una vecchia rimasta in piedi.
Solo se ce la fai a stare su, dice.
Certo che ce la faccio.
Mi alzo, la vecchia siede ed io crollo.
Mi adagiano su uno scalino e resto li. L’infermiera passa e dice di resistere, che è quasi il mio turno, e se per caso ho ancora la nausea, che, casomai, porto un secchio…
No no, che nausea, che secchio!
La TV in sala d’aspetto è accesa, ed io mi fisso sulle immagini di un film con Gesù Cristo.
Ah, già. È Pasqua.
Il dito si gonfia, ed inizia a dolermi. La stanza è piena di facce crollate giù. I romani infilano tre chiodi nel Cristo. Io vomito sotto lo sguardo perplesso dell’infermiera.
Cristo suda sangue.
Non ha chance.
È la Passione di Gesù, è la mia Passione.
Io e Cristo, che coppia.
Metti Gesù Cristo e la Croce.
Metti Padre perdona loro…
Categoria: Traditori di chi si fida.


Il medico mi mostra la lastra. Il dito è in frantumi.
Come è successo chiede, mentre mi applica una stecca di Raynaud ed inizia a bendarmi la mano.
E’ il momento. Me la sto giocando.
Metti Io e la Sua Macchina in panne.
Metti Chissà se dandole una mano, poi, dopo…
Categoria: Traditore di chi si fida.
Dev’essere stato doloroso dice il medico, che intanto avvolge e avvolge le bende.
E’ stato fortunato a trovare un passaggio.
E avvolge, e gira.
Poteva fracassarsi tutta la mano.
Gira.
Tra quindici giorni torni qui per la medicazione, e mi lascia la mano evidentemente troppo fasciata. Sembra uno di quei guantoni di spugna che i tifosi indossano alle partite di football. Quelli per incitare, con sopra scritto # 1.
Sembra il guanto enorme di Topolino.
Io e Topolino, i # 1.
Il medico si alza e se ne va, e io chiedo agli infermieri che guardano perplessi quella ridicola fasciatura: «Come cazzo me lo tolgo il giubbotto adesso?».
Sono calmo.

.
Finalmente entro nella stanza dove hanno messo il tizio.
La sua testa spunta da lenzuola bianche ed una coperta azzurra. Il che è già un passo avanti per lui.
Non lo affatichi troppo con chiacchiere e domande, ha detto il dottore.
Sembra ancora un po’ in shock. Giusto due minuti d’accordo?
Ok, due minuti, che ora è Dr.?
21:45…domani potrà tornare agli orari di visita.
A che ora?
11:00 – 12:00 / 16:30 – 18:00.
Entro.
Il tizio ha gli occhi spalancati e il corpo come tutto in balia di uno scoordinato tremolio. La testa annuisce, nega, e la coperta azzurra che lo copre è in tumulto. Mi segue con gli occhi per tutto il percorso che faccio dalla porta alla sedia, quella proprio di fianco al suo letto. Poi smette di fissarmi.
Alla faccia dell’ancora un po’ in shock che diceva il dottore.
«Non voglio affaticarti con troppe domande” dico “ quindi te ne farò soltanto una, semplice semplice».
Niente.
«Volevi portarmi in palestra, ricordi? Mi serve l’indirizzo».
Lui è a mille miglia da li, ed io ho solo due minuti.
«Concentrati dai, facciamo in un lampo».
Non mi calcola proprio, ma devo trovare il modo di vincere la sua resistenza, il modo di alzare questa serranda.
Devo trovare un piede di porco adatto.
Ho una Strategia, che si basa su una teoria ben precisa: farlo tornare al momento dell’incidente. E’ dura e il tempo se ne va in fretta. Provo a colargli giù nell’orecchio una voce suadente alla Marilyn Monroe happy birthday Mr. President.
Le ultime due ore della sua vita come un film raccontato in radio per i non vedenti.
Stasera alle 21:46 sui 109.81 FM, sottotitolato alla pagina 777 di Televideo.
Mugolio improvviso del tizio.
Ed io continuo, perché questo mugolio era previsto.
La Strategia funziona.
Avevo previsto come un mugolare tra i sintomi della guarigione. La Strategia funziona, ed io la applico, la applico finché il mugolio non si tramuta in una parvenza di voce.
E la parvenza di voce dice Non so, non ricordo.
Ok, basta Marilyn.
Voce autorevole.
«Attraversa» ordino, e gli sfioro piano la gamba.
Sembra come riaffiorare dal pozzo dei suoi occhi.
«Ahia…ma che vuoi?» si lamenta.
«Mi devi dire dov’è la palestra».
«Non voglio…tu ci vai senza di me…non vai bene per quello, per il piano dico, lo ricordi?».
Ah, già. Il piano.
«Vai li solo per fregarmi l’idea!».
Capirai che idea.
Il piano è il PIANO PER LA CREAZIONE DI UN FONDO SICURO del tizio.
Si tratta di diventare un pugile. Si, bèh, quel tanto che basta per stare sul ring.
Poi darsi anima e corpo al giro delle scommesse truccate.
E truccare.
Un solo incontro buono, solo uno.
Poi truccare.
Quel tanto che basta per comprare una certa proprietà vicino Vienna, dove dice avere contatti per altri affari molto remunerativi dei quali io però non sono tenuto a sapere. Credo si tratti di mettersi con un certo Höffer Franz, in una banda di recupero crediti.
Questa è l’ipotesi di carriere però. E’ “tutto” andato liscio come l’olio, il sogno realizzato. Prima bisogna impegnarsi per diventare pugili.
Si, bèh, quel tanto che basta per stare sul ring.
Si, bèh, solo per un certo numero di riprese.
«Tu non puoi andare, hai gli attacchi d’ira, lo sai che ce l’hai» dice.
«Guarda che me ne frego del tuo piano, sporco paranoico. Ma porca puttana come fai a dirlo un piano, mi domando. Che ne sai quanto ti ci vorrà per imparare a boxare?».
Sono calmo.
«Molto meno che a te, sicuro» risponde.
Che stronzo.
«Poi…che ne sai se riuscirai ad entrare nel giro delle scommesse truccate? Come si fa ad entrare? Come se ne esce?».
Calmissimo.
«Di certo senza uno come te».
Quando fa così è proprio uno stronzo, però.
Un cazzo di stronzo.
Una merda del cazzo di un figlio di troia di stronzo che non è altro.
Cosi lo afferro per la gola.
«A me non frega niente del piano di merda di uno stronzo del cazzo… è un piano di merda, ok? L’Austria…ma ti rendi conto? Sai dov’è l’Austria? E poi… recupero crediti… ma dove cazzo vai, eh? E se ora ti meno? Parli se ti meno?».
Prendo la piccola lampada posta sul comodino di fianco al letto, e gliela punto dritta in faccia.
«Parla, dimmi quel cazzo di indirizzo! Se ti brucio? Parli se ti brucio?».
«Soffoco…oddio» sono le parole uscite da un esofago ormai ai minimi storici di diametro.
E mi fa segno.
Mi fa segno che ora va bene, ora parlerà, ora sì.
Lo tengo ancora un po’ stretto. Poi allento.
E pezzo per pezzo ce la facciamo.
Allora… ehm (tossisce)… si, a Via… no, ehm… Piazza del vicolo… si, mi pare… lo guardo sforzarsi e all’improvviso non mi sembra più cosi stronzo.
…ehm…non ricordo il posto esatto…
No, cosi stronzo non lo diresti.
…hai capito però, vero? il quartiere lo conosci…
Lo conosco.
Poso la lampada e lo mollo del tutto. Riemerge piano dalla fossa del cuscino in cui l’ho scaraventato.
Riemerso non pare stronzo.
Sta pure male, dai. Perché stronzo?
Esco dalla stanza e guardo l’orologio.
21:47

.
Spingo l’infermiere dentro una sala vuota.
Questa me la devi rifare e gli agito la mia enorme fasciatura-guantone di spugna sotto il naso. L’incitamento funziona.
# 1.
Slega tutto in fretta farfugliando severo guarda, ma guarda che ha fatto!
Toglie la stecca e ne spacca un pezzo perché, spiega, così è troppo lunga.
Libero il braccio dagli indumenti e l’infermiere comincia a mulinellare con le bende intorno al mio dito distratto, l’anulare, quello che si è fatto beccare.
Ma come è successo?
E ricomincio.
Di nuovo.
Metti Io e lo Sportello.
Ah, capisco.
Metti Ora le do una mano, magari dopo…
Eh eh, le donne.
Categoria: Traditore di chi si fida.
Già, già, però non capisco una cosa, mi fa con sguardo furbo: un particolare.
«Perché avevi la mano nell’apertura interna dello sportello?».
Mai svelare i particolari.
Non si poteva fare i cazzi suoi, noo.
Ok, ok , d’accordo.
Categoria: Stronzaggine umana.

di Danilo Pette

(Copertina: Bato)

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