Xavier Rudd @Villa Ada (Roma) -07/2015

Una vera e propria festa per la natura nella natura

Dopo cinque anni decido di tornare a Villa Ada e, come tutti i ritorni che si rispettino, bisogna farli col botto, sennò non varrebbe la pena tornare. Superate le crisi post-adolescenziali, finito il liceo, finita anche l’accademia, sono pronta a guardare indietro, e guardare per la prima volta di fronte, la colonna sonora dei miei anni floreali… degli anni colorati, fatti di pantaloni sgargianti, capelli lunghi, treccine, tutto ciò che di etnico potevo mettermi addosso. Decido che è il momento di andarsi a vedere, con i capelli decisamente più corti e un abbigliamento che al massimo sfuma sul 128 del grigio medio, uno dei paladini del reggae-folk, ma soprattutto di quello strumento stra-figo che è il didgeridoo: Xavier Rudd.

 

Arrivo dopo la traversata del GRA e mezz’ora dalla ricerca di un parcheggio, concesso per buona volontà proprio all’ingresso, roba da far invidia a molti (vedi l’essere “femmina”). Tra stand di libri, vinili, dischi e tutte quelle cose etniche (sì, proprio quelle che svaligiavo alle bancarelle a 16 anni) si arriva sotto il palco. Ma prima, la mia amica Elisa mi fa notare che seduta al tavolino a cenare, davanti ad un normalissimo piatto e bicchiere, c’è Vandana Shiva. La grandissima e immensa attivista e ambientalista indiana. Qualcosa vorrà pur dire e chissà se salirà sul palco.

Arriviamo e c’è Viva Lion, in apertura, duo chitarre e voci, gran cappello e grande energia. Riescono a catturare il pubblico, che di solito se ne stra-frega delle aperture (“Perché noi volemo sentì sonà..”) e riescono anche nell’intento di convincere il pubblico ad accendere gli accendini, non mollando gli smarthphone.

 

Ore 22.30 circa sale Xavier Rudd. Imbraccia immediatamente la chitarra, stomp box, mille effetti e l’immancabile didgeridoo, in grado di emanare un’energia e delle vibrazioni da farti intorcinare l’intestino. A seguire sale mano a mano tutta la band, the United Nations. Otto musicisti  da ogni angolo del globo per rappresentare le diverse culture dell’Australia, popolazioni aborigene, Sudafrica, Samoa, Germania e Papua Nuova Guinea. Sì, Xavier è australiano, biondo, figaccione, muscoloso, surfista, ma anche un grandissimo attivista, impegnato nella difesa, in particolar modo, dei popoli indigeni, della Terra e dell’essenza della creazione.

Canta di natura, di spirito, di rispetto, di unione tra popoli, di pace e speranza a suon di folk e reggae, suonato divinamente. E al contrario di chi lo preferiva one-man band è una delle band più complete e di grande impatto visivo. Un tripudio di colori, piume, foglie, corpi dipinti, bandiere. Xavier è un folletto uscito fuori dalla foresta e approdato su di un palco, accompagnato da due bellissime pantere nere dalla voce graffiante e da movimenti da urlo (non poteva mancare il “nude” da pubblico), da un batterista con un cappelletto con visiera fosforescente anni ’90 sopra una massa di ricci e una potenza assurda, il bassista sud africano, con tenuta militare mimetica, che ricordava tantissimo le movenze di un Tom Morello, ai tasti bianco/neri l’uomo albero con rami addosso e piume in testa, il flautista anche sbandieratore, e il trombettista, Franco Battiato in “Voglio Vederti Danzare”.

 

Due ore e mazza di concerto. Pieno, carico, emozionante, con picchi di techno a colpi di didjeridoo, per ricadere in basso agli stati emozionali con le ballate voce e chitarra e coro a cappella. Tutto d’un fiato, pochissime quasi inesistenti le pause, erano gli intermezzi fatti di tazze con tisane fumanti di Xavier. E poi… pubblico in delirio, tra balli scatenati e smartphone all’aria (eh sì, hanno colpito anche la categoria dei freakkettoni). Fortunate la dozzina di ragazze che sono riuscite a salire sul palco, scavalcando transenne e fatte salire dallo stesso Xavier in un abbraccio collettivo sulle note di “Come Together” dei Beatles.

Una vera e propria festa per la natura nella natura. “Villa Ada Incontra il Mondo”, non poteva suonare meglio.

 

Torno a casa e quello che mi resta addosso è un senso di disagio, l’impressione di essere dentro una distopia, un tubo che connette i miei quindici anni ai ventiquattro avendo cancellato d’un colpo il tempo trascorso nel mezzo: le esperienze accumulate, l’identità che avevo pensato d’aver costruito in modo quasi definitivo. L’estrema familiarità dei luoghi e delle strade che torno a percorrere, ed io che le riempio di gesti che non sono i miei, che non sono io a fare di solito. In sottofondo vanno di continuo queste canzoni che continuano a risuonare per me intatte e attuali. Mi chiedo per quanto tempo mi dovrò portare nella testa Xavier con la sua voce, i suoi strumenti e i suoi colori.. e mi costringe a pagare un tributo d’affezione a stramaledetti luoghi che continuo a lasciare ma non posso fare altro che chiamare casa.

In fondo:
«Follow, follow the sun
and which way the wind blows
when this day is done.
Breathe, breathe in the air.
Set your intentions.
Dream with care».

 

 Foto e Live Report: Sofia Bucci

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