Viaggi di Musica & Musica da Viaggio

Perché i viaggi ispirati dalla musica... sono una strutturazione assolutamente personale alle nostre convinzioni

Connessioni neurali imperfette.

Meccanismo immediato quello dei sensi. Associazioni di pensiero istintive legate al ricordo, risvegliate da una qualsiasi, casuale stimolazione sensoriale. Prospettiva: immagini, suoni, profumi, ricordi, luoghi, momenti. A caso, scelgo involontariamente la colonna sonora di questa sera, che cambia ogni giorno, a seconda del momento interno. Di sicuro, una scelta umorale e mancante.

 

Via di fuga numero uno: “Seyahatname“, Mercan Dede. Lampi su Istanbul.

Sapore d’Islam perduto. Colori densi, caldi, pastosi come olio su tela. Profumi acuti, di aromi e spezie mischiate all’onnipresente incenso. Ocra, porpora, nero, prugna, indaco e oro: oro ovunque. Cardamomo, ginepro, zenzero, cumino, pepe, cannella. E poi le strade, la gente, il Gran Bazar, Santa Sofia, i minareti, le preghiere, i kebab a ogni angolo, i novantanove nomi di Allah, la musica Sufi, i palazzi di legno nei sobborghi fatiscenti, la Moschea Blu e tutte quelle sconosciute e nascoste, la polvere, gli sguardi intensi, i banchi di fiori e frutta ai lati delle strade, i dervisci rotanti, i veli delle donne, il ponte sul Bosforo, il Topkapi e il Corno d’Oro, il tè nero e la salsa piccante, i segni arabi, i piedi scalzi e il capo coperto su tappeti intrisi d’umanità, il Corano, la stella e la luna sul sangue turco.

La prima volta, questo vortice mi lasciò completamente svuotata, proprio come un faticoso elenco di cui non si avverte la fine. Oriente verso Occidente: la frenesia caotica di una massa umana indefinita contro la mistica che avvolge, placa e riempie le moschee. Come oasi di pietra, silenziose e imponenti, se ne stanno lì a indicare una sorta di tregua dall’affannarsi di una vita senza meta.

Istanbul… Istanbul un po’ come Roma, per certi aspetti. Ho riconosciuto atmosfere simili gironzolando e perdendomi tra i suoi angoli consumati. Sarà stato forse l’intenso profumo di fiori sentito davanti ai banchi di fiori? L’inebriante odore di fritto e supplì sentito di fronte al fritto e ai supplì? Oppure l’effluvio de la monnezza sentito dinanzi, nei pressi e lontano dai cassonetti de la monnezza? La monnezza de n’omo è ‘l tesoro de n’antro… Non lo so. Ma a me, il connubio Italo-Turco, piace da morire.

http://youtu.be/-W-5tpXMtNA

 

Via di fuga numero due: “Yo-Yo Ma plays Ennio Morricone“, Yo-Yo Ma.

Roma e Morricone… ma anche Coil. Decisamente Coil. Forse per «Ostia» e Pasolini

Violino e violoncello sulle luci opache di Trastevere. La gente, i libri, le bancarelle di ogni razza, forma e colore. I pezzi di vecchio intonaco amaranto e la cultura che si respira e che feconda ogni singolo poro. Sì, perché te la senti appiccicata sulla pelle, insieme all’umidità del Tevere e ai rigetti delle macchine. Ed è la Roma di un’arte antica, unica e grandiosa quanto e più del Colosseo. La Roma dei clacson assordanti, delle voci da mercato e delle risate con vista odontoiatrica. La Roma delle mostre, dei musei e del silenzio nei giardini. La Roma metropolitana e quella del piccolo borgo al gelsomino che t’incanta. La Roma caput mundi e quella dei vari Padre Fedele, nascosti in Vaticano e scaraventati sulle tavole imbandite di spettatori morbosi ma cattolici. La Roma della carta stampata, annusata e strappata. La Roma della vita che tanto dolce non è.

 

Via di fuga numero tre: “Silence is Sexy“, Einstürzende Neubauten.

Violenta virata su nero acrilico. Asettica superficie lucida.

Einstürzende Neubauten“: ed è proprio questa la pelle che mi sento. Indosso meravigliosamente una sorta di “nuova costruzione che crolla“. Einstürzende Neubauten ed è subito Berlino. La mia grande sconosciuta. La Berlino di Marlene, la Berlino artistica e contemporanea, quella “del cielo“, quella nero piombo, impenetrabile e sfuggente. Quella che è enorme, ma la giri in bicicletta. Quella dei turchi e dei tedeschi armati. Quella che mi lascia segni sulla pelle. Quella che è la Zeta, quella che è lo Zero.

Ma è anche Vienna. La mia Vienna, quella grigio ardesia, quella degli anni Venti. La Vienna di Klimt. «I wish this would be your color», sussurra Bargeld… ed è rosso, oro, nero – non a caso – di klimtiana memoria. Al contrario, io mi sento bianco nulla. Idrofobo e totalizzante. Adoro la compiuta vacuità del bianco… e pure le parole idrofobo, vacuità e bianco.

La dittatura delle Parole: feticismi atavici. Alcune divorano dentro come veri e propri orgasmi, moltiplicandosi a ogni rilettura o caduta di sguardo. L’onorato e disprezzato coito nero su bianco.

Parole, linguaggio, comunicazione. Assenza.

 

Via di fuga numero quattro: “Lady in Satin“, Billie Holiday.

Cambio umore, idea e atmosfera in un attimo, scivolando dentro un altro colore… sempre nero, sì… ma con una delicatezza e un’eleganza d’altri tempi.

Neanche a dirlo, sono catapultata in una New York fumosa anni Quaranta. Vapore, vapore ovunque. E non una “-esima strada” qualunque. Mi trovo proprio sulla “West 52nd Street“: Birdland. Con me Chet Baker, Miles Davis, Charlie Parker, Dizzy Gillespie e Thelonious Monk.

Parlo con loro e dico: «Bella la schizofrenia».

Torno reale. Un calice di rosso e una sigaretta dopo il secondo sorso. Aspiro forte, lo sguardo segue il movimento liquido nel vetro. Un bordeaux invecchiato del 1947, per la precisione. In penombra, adagiata sul velluto scarlatto di un divano pseudo-barocco, mi sento decisamente donna nella mia sottoveste di seta nera. Tacco dodici, sguardo languido e labbra tumide confermano una mia, ormai comprovata, sensualità. Sì, sono una Donna con la D maiuscola come le Vere donne con la V maiuscola. Lasciva e avvolgente come una pelle di leopardo. Chic, il maculato: sì, elegante e sobrio. Il maculato… la sottoveste… ’na panterona.

Io. Io, nel mio vero negligé: la maglia di un hockeysta portoghese lanciata sugli spalti a fine campionato. Il vino? Un Chianti, Coop-sei-euro-tondi-tondi, dolorosamente versato in un misero bicchiere vuoto post-Nutella. Per fumare devo andare in giardino, in culo all’atmosfera a toni “nero-avorio anni Venti” che tanto adoro. E il bello è… che manco fumo. Il divano è sfondato e manco tanto lusso come si trova da Mamma Ikea. Lo sguardo perso nel vuoto, beh… potrei dare la colpa alle droghe… ma sono solo “una” parecchio rincoglionita. E poi, la definizione “labbra tumide” mi ricorda tre cose: i piedi con alluce dotato di cartellino nominale sotto i teli d’obitorio a mo’ di CSI; quelle pantofole anti-emancipazione della donna, con mini tacco e sorta di palla di pelo d’angora colorata sul davanti, accompagnati da baby-doll trasparente modello Sandra Milo porca; i meravigliosi Pooh e la loro «Tanta voglia di lei». Sì, proprio quella. Rabbrividisco… e passo oltre.

 

Via di fuga numero cinque: “Blue Trane“, John Coltrane.

In mente, New Orleans. Classica, afosa domenica pomeriggio di fine agosto. Nella New Orleans dei battelli, delle storie voodoo e del blues agli angoli del quartiere francese. Dopo lunghe ricerche per trovare la “Nothing Records” di Trent Reznor -3200 numeri civici a piedi– busso alla porta.

Mr. Nine Inch Nails è in studio: emozione, dialogo veloce ma cortese, sorrisi, poi fuori dalle palle. In strada, nella patria del jazz. Tutto è coloniale e ritmico. Mi fermo in un malandato buco musicale che vende esclusivamente jazz & blues. Vorrei comprare tutto, anche solo per culto estetico, dagli inediti di Satchmo alla cassa del proprietario. Lì, incontro Tim Laughlin. Con sorpresa, diventa la mia guida e mi fa conoscere le domeniche passate lungo il Mississippi: la vera atmosfera jazz e i suoi proseliti. Entriamo in tutti i locali, caffè e bettole che questa città conserva preziosamente. Per ultimo, un piccolo bar di legno decadente, tinteggiato a tratti di un bianco ormai stantio, dove una tenda di velluto rosso porpora fa da porta del bagno. La sala è piena di ragazzi non al di sotto della sessantina che suonano jazz. Si alternano sul palco dell’Old Point Bar in una jam session che dura da almeno quattro ore.

Trombe, sassofoni, clarinetti e contrabbassi tutto il giorno, tra sigari, parole confuse, nuvole di fumo ed esalazioni di whisky. In culo alle vostre partite di calcio.

Perché il tempo è… Il tempo è (sussurratelo): jaaazzz…

Romina Bicicchi

 

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