Vacanze 666: il campeggio come nuova frontiera del sado-masochismo

Un tentativo di trovare il lato positivo alla "forma alternativa di turismo tradizionale" per antonomasia...

La vacanza, oltre ad essere, in fisica, il movimento e l’assenza di un qualche elemento o un difetto proprio dei cristalli chiamato, appunto, “difetto di vacanza”, è anche un breve o lungo periodo di astensione dal lavoro. La nostra vita, anche in vacanza, filosoficamente parlando, impone una condizione di scelta continua. Io, nella mia vita, di scelte ne ho fatte tante, e almeno la metà di queste appartengono alla categoria delle scelte sbagliate.

Siamo in estate e in estate, si sa, si è più allegri, bendisposti, euforici, ebbri, scalmanati, confusi, assonnati, sudati, rincoglioniti… siamo ‘na flotta di stronzi. E io, nonostante il nero composto e disciplinato, non sono da meno. Perché alla richiesta: «Vieni anche tu in campeggio con noi?», ho risposto, con un ghigno simile a un sorriso partecipe, «Ok».

Il “noi” era formato da una giovane madre biondissima, da una giovane madre scurissima e da quattro pargoli dai capelli multicolore di età compresa tra i 5 e i 6 anni. Dovete sapere che io, donna molto esigente e schiava della comodità e del design, non conoscevo bene il campeggio, così le due simpatiche milf (e con “milf” non intendo il gruppo islamico sunnita “Moro Islamic Liberation Front”) hanno pensato bene di presentarmi l’avventura come un qualcosa tipo «vieni che ci si diverte da mori’, più di un prete tra dieci chierichetti!».

E io che faccio allora? Boh, mi fido. Del resto, la mia unica esperienza da campeggiatrice folle risale ai vent’anni: decidere per il Pistoia blues, andare in coma da oppio etilico, non ricordarsi il proprio nome, vagare sbavando, vedere tanta polvere, fumo, gente ribaltata e non avere una tenda in cui dormire. Fine. Al che, decido che forse un’altra chance, a questo mondo fatto di tende e birkenstock puzzolenti, gliela posso pure dare.

 

Come sapete, il campeggio rappresenta una forma alternativa al turismo tradizionale, è un modo di trascorrere una vacanza all’aria aperta alloggiando in ripari temporanei o permanenti, che possono essere una tenda, un bungalow o una roulotte: noi abbiamo scelto la tenda, dio-ce-ne-scampi-e-liberi. La tenda, insieme alle birkenstock e a uno spirito avventuriero che non teme i bagni chimici, è sicuramente la prima e più vecchia dotazione del campeggiatore e rappresenta la soluzione base per chi vuole campeggiare in maniera economica e parecchio naturalistica. Esistono numerosi tipi di tenda, costruita in cotone idrorepellente o tessuto sintetico, che si differenziano fra loro per tipologia costruttiva, grandezza e ingombro. La tenda igloo, ad esempio, si distingue per praticità e velocità di montaggio/smontaggio rispetto alle altre: io, insieme alle due milf coadiuvate da quattro bambini con al massimo la prima elementare, per smontarla, abbiamo impiegato circa 55 minuti.

Comunque, il campeggio è una bella esperienza, non c’è niente da dire. Bella perché a volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza, e il campeggio, a partire dal prurito diffuso che pervade tutto il corpo non appena pronunci la parola “campeggio”, ti dà la possibilità di vivere a pieno tale condizione d’animo.

 

Non appena arrivati, mi si impone caldamente di infilarmi il costume e condurre i quattro amorevoli bambini in piscina. Così, mi appropinquo, orsù, alla ricerca dei bagni per cambiarmi d’abito e, dopo averli cercati invano vicino al luogo destinato al nostro dolce dormire, mi rendo conto che sono a 4 minuti buoni di salita sterrata dalla nostra tenda. Menomale insegno crossfit e sono masochista. Costume in spalla, mi incammino, dando un’occhiata al luogo ameno che mi circonda: tende, tende, tende, polvere, polvere, polvere, pochi alberi e un enorme palo dell’elettricità che fa da totem portafortuna al campeggio: cancro ne vuoi? Vabbè… nel frattempo, percepisco un chiaro odore di fogna e comprendo di essere o nei pressi di una discarica di rifiuti tossici o, ahimè, in prossimità dei bagni: buona la seconda! Mi danno il benvenuto nelle latrine di Auschwitz un donnone olandese tutto nudo che si avvolge nel suo telone da circo, uno scarico di sciacquone intasato e gorgogliante e una ragazzina ubriaca che vomita, a porta aperta, con l’amica che le tiene la testa. Ma, oh! Tranquilli! C’è bellino al campeggio!

Mi faccio coraggio ed entro nel primo, nel secondo, nel terzo, nel quarto “cabinet de toilette” e mi accorgo e, per qualcosa di atavico, mi ricordo, che in campeggio la carta igienica te la devi portare da casa. La majala di to ma’! Sospirone lungo, riflessivo, concentrato e decido, con il primo moto di cattiveria del week end, che allora la pipì la farò nella piscina, alla faccia delle vostre carte igieniche non previste. Indosso il costume, rischio la rottura del femore scivolando un paio di volte a destra e sinistra per il pavimento bagnato, guardo con disprezzo il donnone olandese che invece la carta ce l’ha e ritorno alla tenda.

Con i quattro pargoli saltellanti, mi dirigo verso la piscina, mentre le milf costruiscono i due castelli imperiali per la notte. Un’orda di terrificanti gggiovani milanesi beve bottiglie di vino scadente a bordo piscina e altri ventidue bambini fanno il bagno con braccioli, palle a profusione e genitori da insultare pesantemente e a caso. E ancora vabbè… si farà buon viso a cattivo gioco e ci si tufferà in questo mare d’umanità, perdio!

La piscina è una pozzanghera al cloro, ma con i quattro figli delle mie super amiche milf mi diverto sempre. Per loro, io sono la Regina delle Capre e ho il famoso e utilissimo “Potere delle capre”, dono magico che mi consente di far apparire mille capre ovunque io voglia, pronunciando tre volte davanti a uno specchio, possibilmente dorato e barocco, la fatidica formula: «Potere delle capre 666». Quando non ci sono le capre in giro, invece, parliamo un po’ di tutto, di politica, di amori finiti e amori iniziati, di vita vissuta ed esperienze lavorative: si sta in compagnia e ci si vuol bene. Con uno di loro, in particolare, ho un fitto scambio di impressioni socio-culturali, decisioni da prendere e sfoghi personali e incompresi che solo un bambino di cinque anni può capire. Usciti dalla piscina, io e lui, ci avviamo verso le docce e, lungo il tragitto, tra un moccolo e l’altro per la salita e un eritema alla pelle che mi si sta palesando violentemente a causa del sole, lui mi chiede un po’ preoccupato: «Romy, ti scappa la cacca?», «Mah, no, non al momento…», «Ma la fai?», «Beh, in generale si, ma di sicuro non in un campeggio!», «Capisco, è dura anche per me, non la faccio da ieri…», «Eh, Ale, son problemi grossi, lo so…», «Lo so anch’io, Romy. Facciamoci forza». E così, stringendoci nel dolore della stitichezza comune, arriviamo alla doccia: lui mi aspetta tenendomi l’asciugamano, mi racconta un po’ di avventure dell’asilo, e poi torniamo in tenda. La sera, ci mettiamo in ghingheri e andiamo alla festa del paese, perché siamo mondani: un’odissea con quattro bambini a turno in braccio. Ma ci divertiamo, siamo brave donne, ci ricordiamo anche di farli mangiare e facciamo fare pipì a tutti e quattro insieme, in un angolo di strada in discesa, per creare un piccolo Arno in piena. Son belle cose. Mentre guardo le loro otto chiappe al vento, mi rendo conto che il leitmotiv del fine settimana inizia ad essere il binomio cacca-pipì, ma del resto potrebbe essere l’argomento di una vita.

 

Quando decidiamo di andare a dormire, io ricordo che non c’è una stanza d’hotel ad aspettarmi, ma un sacco a pelo, un caldo afoso, tante zanzare, e soprattutto la scalata dell’Everest per fare pipì senza carta igienica, per me che, durante la notte, la faccio almeno tre volte: non ce la posso fa’. Tornati alla tenda, temporeggio un po’, andando in bagno almeno tre volte perché mi dimentico prima lo spazzolino, poi l’asciugamano, poi il sapone. Non sono un essere umano organizzato e di memoria: per me la vita è dura. Torno alla tenda, dopo 25 camminate notturne, e dovrei fare una doccia per quanto sono sudata, ma preferisco l’ebola africana alla salita del campeggio.

Gli altri dormono da un po’, io mi spoglio, butto tutto a caso nella borsa, esco ed entro dalla tenda una quantità infinita di volte, mi sdraio, mi giro e rigiro, non riesco a dormire, esco di nuovo e rientro, poi mentre bestemmio in una sequela di modi improponibili, mi accorgo di quanto buio silenzioso ci sia intorno, e in mezzo a questo buio, millemila stelle e ancora di più. Mi fermo, respiro l’aria fresca, mi calmo, fisso incredula questo cielo brillante e sconosciuto e penso che, forse, anche il campeggio ha il suo lato positivo. «Ma guarda che splendore», sussurro mentre sorrido, e come sempre mi accade in questi momenti di riflessione filosofico-esistenziale in cui riesco sempre a trovare l’aspetto bello della vita, mi dico: «Campeggio? Ma vaffanculo!».

Romina Bicicchi

 

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