V per Violenza

I riots in America stanno rispolverando un vecchio dibattito: è giusto utilizzare la violenza nelle proteste?

L’evoluzione delle rivolte innescate dalla morte di George Floyd sta assumendo significati che si intersecano sempre più frequentemente con la parola “violenza”. Da parte dei poliziotti ma anche dei manifestanti stessi, che si sono resi protagonisti di saccheggi, incendi, aggressioni, fino ai più recenti vandalismi nei confronti di statue di vari personaggi storici, in una sorta damnatio memoriae nei confronti dei simboli della mentalità coloniale suprematista. Queste immagini di violenza cruda, all’apparenza fine a se stessa e di certo intrisa di rabbia, hanno suscitato più di una critica da parte degli osservatori esterni, Italia compresa. «Non si risponde alla violenza con altra violenza» sembra essere il motto più gettonato dei detrattori, il leitmotiv sotto il quale nascondere un certo disprezzo per gli eventi a cui siamo assistendo. Tutto giusto, certo. La violenza è sempre sbagliata, deprecabile, anche se chi la esercita ha delle giuste ragioni. Come no. Ma siamo davvero nella posizione di poter giudicare quello che sta succedendo?

Come al solito in questi casi, uno sguardo storico e sociologico può aiutarci ad afferrare la complessità della faccenda. Come raccontato egregiamente da Francesco Costa de Il Post, quella a cui stiamo assistendo è la classica goccia che fa traboccare il vaso. Un vaso pieno di sangue, dolore, lacrime. Un vaso che ha iniziato a riempirsi con la nascita degli Stati Uniti d’America, nel 1776, nutrito da quasi cento anni di schiavismo legalizzato, e da altri cento di apartheid razzista, sistemico e segregante. E anche dopo il 1964, l’anno della legge sui diritti civili – meno di sessant’anni fa, l’altro ieri storicamente parlando – il clima che si respira per certe città degli States non è di certo salubre se si fa parte della comunità afroamericana.
Una minoranza che rappresenta il 13% della popolazione in USA ma che detiene solo il 2,6% della ricchezza ed ha un tasso di disoccupazione doppio rispetto alla media; una minoranza che però è il 40% della popolazione carceraria nel Paese che ha il più alto numero di prigionieri al mondo. A parità di reato, un nero ha più probabilità di venire condannato e per più a lungo; ma se il sistema giudiziario fornisce dati impietosi, ancora più sanguinanti sono i numeri che riguardano i casi di violenza ingiustificata da parte delle forze di polizia. Le forze dell’ordine statunitensi uccidono e imprigionano più che in qualsiasi altro Stato, e ancora una volta i soggetti più presi di mira sono persone di colore. Il sistema, dalle frange ancora profondamente suprematiste, tende a insabbiare le colpe e a proteggersi da solo: prima di Floyd, i casi di Amadou Diallo, Philando Castile e Ahmaud Arbery sono altri esempi emblematici di un problema così tanto radicato nella società americana da esserne ormai considerato parte integrante. Di certo un terreno fertile per la fermentazione di una rabbia viscerale, che ora vediamo manifestarsi con questa violenza così veemente, come se fosse stato tolto il tappo ad un vulcano.

Le immagini dei negozi sventrati, degli oppositori malmenati o dei monumenti vandalizzati potrebbero apparire come il segno di una risposta eccessiva, ingiustificata, inutilmente violenta. Una risposta che in parte potrebbe anche svilire le ragioni della maggioranza, che marcia per le strade pacificamente e che protesta nei limiti della legge. “Così si passa dalla parte del torto” direbbero alcuni. Ma approcciando la questione da un punto di vista retrospettico diventa difficile negare come questa violenza, in fondo, l’abbiano imparata da noi bianchi. E dopo tanti anni di silenzio, di repressioni, di ingiustizie, hanno detto basta. Enough is enough.

Se poi il dipendente del Nike Store saccheggiato o il proprietario del ristorante bruciato siano legittimati ad essere arrabbiati non sta a noi deciderlo. Ma la rivoluzione, si sa, non è un pranzo di gala.

Raffaele Scarpellini

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4 Comments

  • che tristezza . dopo secoli di schiavitu’ e lotte per i diritti civili , con vittorie raggiunte, ancora succedono certe cose . la polizia americana e’ da rifondare per intero:mentalita’ da estirpare !!!

  • Capisco. Capisco tutto. Ma non serve a nulla oltraggiare il passato. Non è la cultura della memoria che va attaccata. E il problema che la violenza non porti a nulla di buono, e’ un dato di fatto

  • si concordo. anche se davvero in questo caso si tratta di una vessazione che oramai ha travalicato ogni possibile mediazione. questo articolo lo spiega bene. anche se rimane il fatto che distruggere monumenti e cultura non per niente va bene

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