Una ragazza francese

Un racconto breve di Giuseppe Cetorelli

Le guglie del Duomo si ergevano maestose fendendo la nebbia come coltelli nel burro, durante quelle notti il vento spirava così forte che il fragore della strada saliva nella sua camera come se non ci fossero pareti, per poi andarsene sbattendo la porta.

Il breve soggiorno milanese si rivelò subito difficile per Andrea, un giovane chimico appena laureato, giunto nella capitale della moda per frequentare un corso di perfezionamento a spese dell’università. Scese dal taxi che dall’aeroporto lo condusse al solito Residence Imperial, dopo una breve visita ai genitori. L’Imperial era un albergo importante tra i migliori della città; per raggiungerlo bisognava percorrere una strada poco illuminata, il rumore delle grondaie si confondeva con il vociare degli avventori seduti nei caffè.

Da uno di questi uscì di corsa una giovane donna raggomitolata in un impermeabile, nervosa ed infreddolita salì sul marciapiede strascicando le scarpe sull’asfalto bagnato traversò il viale e s’imbucò nel suo stesso residence. Andrea non l’aveva mai vista prima di allora, né incrociata per le scale, né seduta sulle comode poltrone della hall. “Sarà una nuova, arrivata durante la mia assenza”, pensò. Appesantito dal bagaglio si affrettò ad entrare, “buonasera” disse rivolgendosi al cameriere intento a pulire i tavoli, “buonasera a lei dottore” rispose lui chinando leggermente il capo, “la sua camera è pronta e riscaldata, sapevamo che sarebbe tornato in serata”, Andrea distrattamente “ sì, sì, grazie molte”.

Salendo le scale col pesante fardello, che lo faceva sbattere sulla moquette dei gradini, avvertì, appena aperta la porta della sua camera una presenza nella stanza accanto, che era vuota prima che lui partisse. Entrò richiuse l’uscio alle sue spalle, si allentò il nodo della cravatta prima di togliere la giacca, era molto stanco e non vedeva l’ora di mettersi a dormire; la camera era molto bella, l’Imperial era il più antico Hotel di Milano, si narrano aneddoti particolari sulle persone illustri che vi soggiornarono, le pareti erano ricoperte di una sottile stoffa sericea che illuminava la stanza, quando il sole, facendo capolino da una nuvola, filtrava attraverso la finestra.

Si distese sul letto con le scarpe slacciate ancora ai piedi, chiuse gli occhi, sentì le sue membra rilassarsi, stava per addormentarsi quando una melodia dolcissima sembrò entrare nella sua stanza; nel dormiveglia cercò di capire cosa fosse, da dove provenisse, riconobbe il suono di un violoncello, sua madre era una musicista e questo lo aiutò, proveniva dalla camera accanto, quella occupata da poco. Si alzò, tese l’orecchio, i suoni si percepivano appena, decise di uscire nel corridoio e si avvicinò alla porta con la sensazione di violare l’intimità altrui, l’uscio era socchiuso e riuscì a vedere la giovane ragazza che poco prima gli aveva tagliato la strada, non credeva fosse così bella. Concentrata teneva lo strumento appoggiato sul pavimento, la cassa armonica sfiorava le gambe, e lei sfiorava le corde, ora con le dita ora con l’archetto, sembrava una cosa sola con il violoncello. Rimase a guardarla, rapito da quelle movenze delicate, il colore della sua pelle era quello eburneo di una statua greca, incantevole. Fuori pioveva, mentre Andrea furtivo non riusciva ad allontanarsi dalla porta, squillò il telefono e la ragazza smise di suonare; appoggiò con cura il violoncello sulla sedia e rispose dando le spalle alla porta, mentre intravedeva la sua schiena muoversi accompagnando la conversazione telefonica, il giovane chimico colse un soave accento francese. “Che italiano quello dei francesi”, pensò con ammirazione.

La ragazza sbatté la cornetta quasi fracassandola, si voltò di colpo e vide la porta della camera socchiusa e fuori, nel corridoio, l’ombra lunga di un uomo. Nervosa per la telefonata e preoccupata da quell’ombra, spalancò la porta con violenza quasi scardinandola. Andrea spaventato fece un balzo indietro, “chi è lei cosa vuole!” , imbarazzato disse la prima cosa che gli attraversò la mente “un… un cerino peraccendere ce l’ha?”, “oddio mi scusi sono desolata, perdoni il tono inopportuno certo che ho da accendere”, gli porse un accendino cromato, “mi chiamo Andrea edormo nella stanza accanto, non era mia intenzione disturbarla ma il suono…”, “sìsono una violoncellista e stavo ripassando la frase che dovrò eseguire domani sera alla Scala”. “Una musicista” sommessamente il ragazzo pronunciò quelle due parole, “ma se deve riposare smetto subito” disse lei, “no, no per carità è così gradevole” disse Andrea allontanandosi , “ma…il suo nome?” , “o sì, mi chiamo Chanel”, “é stato un piacere Chanel, spero di rivederla prima di partire”, la ragazza lo interruppe, “Quando partirà?”, “ domani sera” disse lui, “allora spero di avere iltempo di salutarti, buonanotte Andrea”. Richiuse la porta e Andrea rientrò in camera sua avvolto da una strana euforia, quella notte non dormì pensando a Chanel, credeva di sognare ed invece era un pensiero attivo quello delle sue mani tornite, nate per produrre arte, il suo profumo di una dolcezza naturale sembrava rimbalzare nella sua stanza, da parete a parete per poi colpirlo come vere scudisciate, avrebbe voluto alzarsi dal letto e andare di nuovo da lei ma una forte ritrosia glielo impedì. Con il pensiero non smetteva di ritornare a quell’incontro, di incrociare i suoi occhi cerulei, i capelli lunghi e biondi, la voce educata e gentile, la figura slanciata come una silfide lo tormentò piacevolmente fino all’alba.

Incredibile, si sentiva come innamorato, ma forse non lo era, forse stava scambiando l’amore con una semplice attrazione fisica per una bella coetanea. Andrea non credeva nelle folgorazioni, eppure i “sintomi” erano quelli, sembravano quelli.

Scese dal letto, scoccò un’occhiata all’orologio da polso appoggiato sul comodino, segnava le otto e doveva andare al corso, ma non aveva voglia, il pensiero di quella ragazza lo aveva prostrato e avvertiva una certa debolezza. Nel frattempo lo disturbò il rumore dell’acqua che passava attraverso le tubature della camera di Chanel: “forsesta uscendo”, disse tra sè “non posso non rivederla ancora una volta” si affrettò nel riassettarsi per cercare di incrociarla nel corridoio, si lavò e si vestì rapidamente quando, aperta la porta, vide l’enorme custodia dello strumento sfilargli davanti e girare l’angolo, fu come pietrificato; avrebbe potuto chiamarla, salutarla lì in quel momento e non rivederla più, ma non lo fece, attese di vederla traversare la strada sottostante dalla finestra, e così fece. Osservava i suoi passi dall’alto mentre si dirigeva verso la fermata degli autobus, avrebbe voluto aprire la finestra e agitare le braccia, per farsi vedere ma non lo fece, la vide salire e sparire in fondo alla strada.

In quello stesso momento decise di aspettarla, di non andare all’ultimo giorno di corso e di non ritirare l’attestato di frequenza. Avrebbe atteso in camera o nella hall, tutto il giorno se fosse stato necessario. Era una bella giornata, il sole tornò a splendere l’ultimo giorno della sua permanenza, fece i bagagli e li lasciò sul letto, accese la TV ma la spense subito, si ricordò di compilare il foglio di gradimento, che ogni albergo lascia nel primo cassetto vuoto del comò, diede il massimo a tutte le voci.

Scese con il bagaglio in mano e si mise seduto su una poltrona, a leggere un giornale, il tempo scorreva lentamente e lei non arrivava, aspettò due ore poi si alzò, deciso ad andar via, l’attesa lo stava snervando più di quanto avesse immaginato.

“Signor Angelo” chiamò l’usciere che lo occhieggiava già da un po’, “sì dottore”rispose educatamente, “mi potrebbe aiutare a portar fuori la valigia?”, “senz’altro”entrambi si avvicinarono all’uscita, Andrea appariva turbato e sul suo volto si poteva leggere la delusione di un appuntamento che stava per mancare, ma ad un tratto arrivò di corsa un taxi che si fermò, proprio davanti al portone dell’hotel, era lei, Chanel scese dall’auto elegante come sempre, accompagnata dall’inseparabile violoncello si volse verso Andrea, sorrise delicatamente e lui non si sentì pietrificato, come accadde la prima volta, ma pervaso da una energia sconosciuta, rispose al sorriso e i due si avvicinarono, ora erano uno di fronte all’altra: “Stai partendo?” disse Chanel, “sì proprio…proprio ora, il mio corso è terminato posso tornare a casa, e tu?” , “Io, no” disse lei avvicinandosi involontariamente a lui e ponendo lo strumento in mezzo, “questa sera ho il concerto, partirò domani sul presto”, “mi spiace non poterti ascoltare”, Andrea voleva riprovare le stesse sensazioni che si scatenarono in lui dopo averla vista suonare dalla porta socchiusa, “ si, è un vero peccato Andrea… ci salutiamo allora”, Chanel si avvicinò e gli diede un bacio sulla guancia, rallentando prima di schioccarlo, i loro sguardi si incrociarono per l’ultima volta, “buona fortuna”sussurrò la ragazza, Andrea si imbarazzò di nuovo e si abbassò subito per sollevare la valigia, quando rialzò la testa lei era lontana cinque o sei passi da lui e già parlava con un altro, mai visto prima.

In un attimo si rattristò e uscendo trovò a disposizione un taxi, salì immediatamente:“all’aeroporto grazie” , disse con educazione ma con tono reciso, “sì partiamo subito”rispose il conducente. Guardando fuori dal finestrino chiuso, le persone si muovevano e parlavano in sordina, non pensava più a niente, Milano si vestiva di grigio, la giornata stava finendo e ricominciò a piovere.

di Giuseppe Cetorelli

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