Uccisioni III

Racconto breve di Dario Marcucci

“Welcome in Italy!”

Così, con un pesantissimo strascichio tutto romano, Alvaro Scipioni, tassista abusivo di anni quarantasei, saluta i turisti che salgono sul suo taxi… o meglio, sulla Fiat Tipo color topo intestata alla moglie.

Americani, tedeschi, soprattutto giapponesi; li carica all’aeroporto di Ciampino lesto come un gatto, attento a non farsi sgamare dai tassisti regolari, che ne avrebbero da ridire, e li porta a Roma per cifre esorbitanti, che variano a seconda dell’ebetudine che ne tradisce il volto. Italiani non ne carica.

“Welcome in Italy!”

Oggi, però, ne carica uno. I turisti se li sono accaparrati già tutti i regolari, e se non vuole tornare a casa con le pive nel sacco bisogna fare un’eccezione; avrebbe comunque fatto un prezzo onesto.

Del resto quell’uomo, un obeso patologico alto un metro e mezzo, pelato come una biglia di vetro, non vuole andare a Roma ma ad Albano, sul lago: non dista molto dall’aeroporto.

Il passeggero si stravacca dietro, pesante, rantola; l’afa estiva lo rende fradicio di sudore: sulla Tipo dello Scipioni non ce n’è aria condizionata. Si crepa di caldo.

Il tassista manco ci prova a far conversazione, perché quell’obeso ha un’aria come… come se in una giornata avesse perso moglie, madre e lavoro. Truce.

Nota dallo specchietto che le ascelle gli si chiazzano mostruosamente; aloni verderame si spandono come macchie d’olio, congiungendosi all’altezza dei seni, pronunciatissimi, femminei, e allagando la camicia troppo stretta.

L’Alvaro, mentre guida, si sente stretto da un principio di soffocamento… vedere quella bestia che suda e soffre lo opprime; la colazione gli torna su.

“Le dispiace se me fermo un attimo? Nun me sento bene… blocco il tassametro!”

“Manco per il cazzo.”

Risponde placido il ciccione, e tira fuori, dal retro dei pantaloni, una rivoltella che punta alla nuca del tassinaro.

“Oddio… per favore, che vòle fa?”

“Andiamo ad Albano, sul lago”. ribadisce il cliente rantolando, la voce impastata, la fronte gocciolante sudore come una grondaia dopo che piove.

Facendo appello a tutte le sue forze, al suo autocontrollo, chiudendo lo stomaco, Alvaro continua a guidare.

Intanto il ciccione prende a spogliarsi con una mano sola; lento, metodico… un pezzo alla volta si toglie tutto, financo le enormi mutandone beige che ne coprivano un pene minuscolo, invisibile, nascosto ancora dall’epa debordante.

Un fetore inumano invade l’abitacolo; Alvaro è in preda ai conati, piange a singhiozzi ma non può fermarsi. L’obeso gli tiene la pistola contro la nuca.

“La prego… la prego!”

Per tutta risposta la bestia prende a petare. Forte, rumorosamente. Alvaro continua a piangere con quanto più fiato ha in gola; sudore e lacrime gli velano l’occhi.

Non solo peta: caga anche. Fiotti di merda allagano il sedile dell’autovettura… e il grassone pare trasformarsi in un’indistinguibile palla organica: un ammasso amorfo che rantola e caga, dal quale spunta, fredda e decisa, una pistola pronta a far fuoco.

Alvaro perde il controllo della vettura; le lacrime e la paura lo sconvolgono. Esce di strada rompendo il guardrail; ma prima che la Fiat Tipo intestata alla moglie, Marisa Lampretti, finisca nelle acque del lago, la pistola fa fuoco.

La coscienza di Alvaro Scipioni, infiammatasi come la capocchia di un cerino, perde un colpo.

 di Dario Marcucci

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