Quando tornarono gli alieni

Dimenticati gli affari, questa volta gli extraterrestri ci vengono a trovare per delle rifocillanti vacanze. Andrà meglio? * [Racconto breve]

Naufragato l’effimero tentativo di stringere affari con i terrestri, i bussinessmen alieni del pianeta XYZ se ne tornarono a casa con un pugno di mosche. Seppur avessero cercato l’accordo con diverse nazioni e capi di stato, impedimenti e incertezze di vario genere avevano incagliato le trattative, fino alla rinuncia. I due però, piacevolmente sorpresi dal temporaneo soggiorno in Italia durante le contrattazioni, scalpitavano all’idea di tornarvici, questa volta in vacanza. «Appena c’avemo du ferie in comune famo na settimana sulla Terra» diceva l’uno all’altro nel tipico dialetto alienese, fremendo all’idea di poter tornare nel Golfo di Napoli o tra le bellezze di Roma. Così, quasi un anno dopo, il 3 marzo del 2020, un’altra porta interdimensionale si aprì, questa volta nel Belpaese, in Piazza del Plebiscito a Napoli. I due, assunte le sembianze della popolazione nativa, attraversarono la porta carichi di valigie e speranze, frementi all’idea di gustarsi un babà ed una sigaretta sul lungomare. Ma una breve panoramica dello scenario fece capire loro che doveva essere successo qualcosa di grosso.

Per carità, il posto era quello, ne erano certi perché lo ricordavano entrambi molto bene, ma non vi era anima viva. Proprio nessuno, neanche un essere umano in tutta la piazza che aspettavano gremita. In compenso, strani esseri grigi, dotati di ali e dall’aspetto goffo occupavano la scena, allontanandosi alla loro vista. «Ma ch’è ‘no scherzo?» esordì uno dei due, con tono stordito da quel senso di vuoto di cui l’aria sembrava intrisa. Dopo aver bighellonato per un periodo di tempo indefinito senza proferire parola, sbalorditi da una circostanza tanto imprevista, i due incapparono finalmente in un umano. Una signora tozza ma dal passo svelto gli si fermò davanti, scoprendo il viso altrimenti coperto da un bizzarro dispositivo che lasciava visibili solo gli occhi. Il traduttore simultaneo universale permise loro di chiederle una spiegazione per quella situazione così diversa rispetto a quella tanto amena ed accogliente trovata l’anno prima. La risposta della signora – in un dialetto stretto dai suoni molto buffi, che misero in difficoltà anche il traduttore – fu arruffona ma dal significato inequivocabile: una dittatura sanitaria stava opprimendo la popolazione costringendola a stare chiusa in casa, con la scusa di un finto morbo pandemico che avrebbe portato al più catastrofico degli eventi: la vaccinazione di massa. I due alieni, terminata l’impetuosa arringa della donna, si guardarono in faccia e scoppiarono a ridere, convinti che la signora stesse scherzando. Quando intesero che così non era, l’ilarità si trasformò in angoscia. «Ma signora, com’è che ‘sto vaccino dovrebbe esse ‘n problema?» chiese attonito uno dei due. La risposta della donna fu ancora più confusa della precedente, e gli alieni faticarono a capirne il senso logico. Un fantomatico Bilgheits si sarebbe servito di strane antenne e del vaccino per completare un diabolico piano di controllo della popolazione. «Per me questa sta fori con la capoccia..» sussurrò uno dei due, basito dall’assurdità della spiegazione. «Starà anche fori ma fatto sta che qua è tutto chiuso. E mo’ che famo? Guarda io nun me ne vado se almeno non pijo prima un caffè» esclamò spazientito l’altro, spaventato dall’ipotesi di dover terminare la vacanza ancora prima di iniziarla. Ma il caffè, ahiloro, avrebbe dovuto aspettare.

Sconfortati da una situazione tanto kafkiana, i due decisero di fare una passeggiata sul lungomare del Golfo, in cerca di aria salubre e di un’idea per salvare il salvabile. «Io proprio nun li capisco, ‘sti terrestri. Una finta pandemia, la dittatura sanitaria, questo cattivissimo Bilgheits e l’obbligo del vaccino per controllarli…roba mai sentita! Semo stati via n’anno e paiono impazziti tutti …» rimuginava uno dei due. Il ragionamento venne interrotto dall’arrivo di un altro individuo, che videro arrivare correndo, in tenuta sportiva. I due riuscirono a intercettarlo, sebbene l’uomo paresse molto attento a mantenere una certa distanza fisica. «Scusa il disturbo, siamo nuovi…sai mica se c’è n’posto dove la vita scorre normalmente, do’ la gente esce?». L’espressione estraniata del runner fece capire loro che ci doveva essere un qualche fraintendimento, ma dopo qualche secondo di esitazione, la risposta fu univoca: sembrava ci fosse un posto, chiamato Inghilterra, dove non vi erano restrizioni. «Allora non sono proprio tutti rincojoniti! E annamo in Inghilterra, va’».

Giunti a Londra con il teletrasporto, il primo impatto con le latitudini britanniche non fu dei migliori. Un vento gelido sferzava imperterrito sulla città, il cielo aveva il colore dell’acciaio ed il loro sofisticato biotermometro segnalava un brusco calo di temperatura rispetto al clima mite di Napoli. Le persone almeno qui c’erano, per carità, ma il freddo si era rapidamente trasformato nel problema più impellente. «Mannaggia, qua si congela» commentò uno dei due battendo i denti «Andiamo dentro qualche posto a pijarci ‘sto benedetto caffè, dai» continuò, dirigendosi verso una struttura che recitava “COFFEE” sull’insegna. Ristorati dal riscaldamento interno, gli extraterrestri poterono finalmente ordinare l’agognata bevanda, che tanto li aveva ristorati nel loro precedente viaggio. Ma appena iniziarono a sorseggiarla si resero conto che il sapore non aveva nulla a che vedere con quello che avevano apprezzato in Italia. Uno dei due lo sputò, provocando lo sdegno dei presenti. «Ammazza che schifo.. Mi sa che semo cascati male in questa Inghilterra. Sarà anche tutto aperto, ma l’caffè nun se beve e c’è pure in tempo demmerda! Ma come fanno a resistere? Piuttosto che fà le vacanze qui preferisco una crociera spaziale su Saturno, di quelle all inclusive con la sauna, te lo dico…». Alla richiesta di spiegazioni per un gesto così maleducato, i due contrattaccarono chiedendo se esistesse un altro posto, magari un po’ più caldo e con il caffè commestibile, dove non ci fossero restrizioni: «Brazil» fu la risposta, e quando furono mostrate loro foto di Copacabana, gli ultimi dubbi si sciolsero. «Questo è proprio quello che cerchiamo. Daje ‘namo».

La spiaggia di Rio de Janeiro ebbe tutto un altro effetto sull’animo dei due alieni. Il soffio cullante dell’Oceano, la leggerezza dell’aria e l’intensità dei sapori ristorarono i loro sensi, estasiati dal ritmo brasiliano e stupiti dall’atmosfera così tanto differente rispetto a quella assaporata in terra inglese. Il presunto morbo non sembrava aver colpito un Paese in cui le persone si comportavano come se nulla fosse. O almeno era questa l’impressione che trapelava. Lontani dalla minaccia pandemica, i due quasi se ne dimenticarono, ammaliati dal churrasco e dalla capirinha: «Qua sì che l’hanno capita» commentavano sotto l’ombra di una palma, all’oscuro di ciò che stava accadendo nel resto del mondo. Le settimane scorrevano leggiadre, e i due non potevano immaginare quanto la situazione fosse progressivamente peggiorata, soprattutto nello stesso Brasile. Finché un giorno, mentre sorseggiavano il solito delizioso caffè in spiaggia, in un arcaico schermo appeso al muro videro un uomo, dall’aria non particolarmente arguta, tornare a parlare della pandemia. Senza dubbio doveva essere il capo di quel posto. La definiva un’influenzuccia di poco conto, che di certo non doveva diffondere il panico né bloccare un intero Paese. Fu ascoltando quel discorso infarcito di pressapochismo e inesattezze, che i due iniziarono a nutrire i primi sospetti. «Senti n’attimo, a me questo tizio nun convince per niente. Non sarà mica che ‘sta presunta pandemia tanto presunta non è? Eppure me parevano già abbastanza evoluti per sapé gestì le malattie infettive. Che poi nun è che ce voja tanto…basta nun rompè er cazzo agli animali selvatici! Se vede che li abbiamo n’attimo sopravvalutati…». Ricordandosi dell’esistenza di quella strana invenzione terrestre chiamata Internet, i due fecero un breve controllo: le informazioni fornite loro dalla signora napoletana erano fandonie. La pandemia era spaventosamente seria: e loro, nel pianeta XYZ, ne avevano viste parecchie. «Qua tocca parlare cor capo o rischia de finì male davero».

Quando Jair Bolsonaro ed i suoi collaboratori videro comparire all’improvviso due strambi individui direttamente davanti a loro, nell’ufficio di Palacio da Alvorada, pensarono di essere di fronte ad un attacco terroristico. Le guardie non fecero in tempo nemmeno a sbattere le palpebre che vennero congelate dal crio-orologio di uno dei due. Bolsonaro alzò le mani, ma ben presto si rese conto che i due non erano arrivati per ucciderlo.

«Senti bello, qua tocca intervenire subito o rischiate ‘na catastrofe. Siamo qua per aiutarvi, ma dovete fare esattamente quello che vi diciamo». Il presidente brasiliano non proferiva parola, con l’espressione di chi ci sta capendo poco.

«Aho, sveja! Ma sei tu che comandi qua o no?» latrò uno dei due alieni.

«Beh, formalmente sì…ma detta in maniera del tutto confidenziale, per le cose importanti io prendo ordini dal presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump». Quel nome riecheggiò con suono familiare.
«Ma nun sarà mica quel tizio cotonato dell’anno scorso? Ma quello è n’cojone dai, nun se po’ parlà co’ uno così…Nun ce sta n’artro n’po’ più svejo? Uno intelligente, che c’abbia i sordi per fare ciò che serve».

Bolsonaro voltava la testa compulsivamente, in cerca dello sguardo di un membro dello staff che potesse supportarlo. «Intelligente e ricco? Bill Gates!».

«Questi ci stanno a pijà pe ’l culo, te lo dico io…».

di Raffaele Scarpellini
> Blog: “C’era una volta un Re

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