Subconscio: linea di confine tra Uomo e Intelligenza Artificiale

Così le leggi del mercato distruggono la nostra anima... e quella dei robot

Tutte le aziende informatiche seguono una regola di mercato principale: un computer è tanto più “moderno” (quindi vendibile) quante sono le operazioni che riesce a svolgere senza scomodare il cliente. Ad un certo punto del XX secolo, la fantascienza ha cominciato ad immaginare che questa “autogestione” delle macchine potesse evolversi a tal punto da renderle in grado di compiere operazioni complesse, senza necessitare di input esterni. Un sogno che ha presto contagiato la scienza razionale impegnata oggi a realizzare prototipi in grado di emulare i comportamenti umani.
Bellissimo, affascinante, ma… freniamo per un secondo. Un simile obiettivo si raggiunge solo rispondendo alle seguenti domande: quali sono le caratteristiche fondamentali di una coscienza umana? L’intelligenza? Le emozioni? L’ “Io” (qualunque cosa esso voglia dire)? Sicuramente la Natura non “programma” gli esseri viventi affinché rispondano a regole esterne (es. quelle di mercato), l’esistenza dell’Uomo è sostanzialmente fine a se stessa.
Dunque, sarebbe già una grossa conquista se, per costruire un’intelligenza artificiale in grado di riproporre la struttura cerebrale e psicologica umana, la si rendesse autonoma da qualsiasi forma di “pretesa esterna”, ignorando l’approccio di mercato che di fatto ci rivela solo un ostacolo: nessun cliente vorrebbe avere sulla propria scrivania uno strumento dotato di volontà propria, in grado di rifiutarsi di eseguire un’operazione solo perché “preferisce fare altro”.

Non solo, c’è un altra consuetudine in voga tra gli informatici che bisogna assolutamente scardinare: non si può ricondurre il percorso dell’evoluzione delle intelligenze artificiali seguendo la banale formula “+ logica = + umanità”, in cui tutti gli sforzi vengono ridotti all’aumento delle capacità logiche, convinti che questa sia la strada giusta per “umanizzare” un robot. Ma da quando gli umani sono solo esseri “logici”? Siamo dotati di un’incontrollabile necessità di seguire più spesso la via del cuore più che quella del cervello, ed è risaputo, abbiamo una lunga tradizione artistica a dimostrarlo (al di là delle nostre singole esperienze personali). Come può sfuggire un simile “particolare”?
Effettuare milioni di calcoli al secondo, “sfogliare” in un minuto centinaia di libri alla ricerca di una parola chiave, creare un disegno geometricamente perfetto in brevissimo tempo… sono le capacità di un dio/macchina non di un uomo. Sebbene la gran parte dei computer sia in grado di svolgere queste azioni, continuiamo a considerarci in qualche modo “superiori”.

 

Di certo il discorso non può partire da un banale riconoscimento di superiorità da attribuire ad uno o all’altro, ma ci troviamo di fronte ad una presa di consapevolezza che l’Uomo sia altro rispetto alla logica e alla capacità di calcolo, e che è necessario capire quale sia la linea di confine tra naturale ed artificiale, con l’obiettivo di superarla.
Del resto, una simile ottusità può essere giustificata: essendo quello delle esigenze di mercato il parametro utilizzato fin’ora per valutare la funzionalità di un computer, la tendenza è quella di applicare lo stesso ragionamento anche alle studio delle intelligenze artificiali: quante più azioni una di queste riesce a compiere in autonomia tanto più si “avvicina all’Uomo” (passatemi la grossolanità). Ma come detto prima, il ragionamento deve partire dall’individuazione della linea di confine. Per cui, dobbiamo chiederci: cosa rende l’essere umano un “essere umano”? La vita, ovviamente; e la vita è “vita” solo se ci sono le “emozioni”. Un computer prova emozioni? È possibile ricrearle in un laboratorio? Facciamo un esempio: guardando un tramonto l’Uomo prova “qualcosa”. La macchina (il computer) può sapere tutto riguardo al fenomeno dal punto di vista scientifico, può riconoscerne i colori, saprebbe anche (se appositamente programmato) elencare quali artisti hanno elogiato il tramonto attraverso le proprie opere ma di fatto non “sente” nulla, il suo stato d’animo non viene alterato da ciò che gli si presenta davanti, a meno che non venga dotato di una sfera emozionale.

In realtà, la psiche umana agisce esattamente come un computer: reagisce a determinati eventi e situazioni sulla base di una “banca dati” accumulata durante la propria esistenza ma attingendovi in maniera del tutto “inconsapevole”, a livello “inconscio” a differenza di un software che invece viene programmato esattamente per individuare qualsiasi informazione contenuta nel proprio “cervello”. Questo è il nocciolo della questione: l’inconsapevolezza.
Immaginate come sarebbe la nostra vita se fossimo perfettamente in grado di capire quale origine hanno le nostre emozioni, quali reazioni potremmo esternare in ogni situazioni prevedendone le conseguenze. Una noia mortale! Fortunatamente per noi umani non è così e la vita acquista tutto un altro sapore all’insegna del mistero e della sorpresa. Certamente il nostro vissuto può aiutarci a sviluppare un approccio (consapevole o inconsapevole) in grado di reagire positivamente alle diverse situazioni ma ne possono sempre emergere di nuove ed inaspettate: ebbrezza che sfugge ai computer odierni data la loro “predisposizione” al pieno controllo di sé e di ciò che li circonda.
Il subconscio, quindi, ci rivela la linea di confine tra uomo e macchina che non rende il primo superiore al secondo, ma semplicemente diverso. A questo solo la creazione di un subconscio artificiale può ridurre tale distanza e realizzare l’obiettivo di un essere robotico (quasi) perfettamente simile all’Uomo. La razionalità funzionale è la caratteristica delle macchine, l’irrazionalità imprevedibile è ciò che rende gli umani “vivi” nel senso più spirituale del termine.

 

Daniél Nicopòlis

 

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13 Comments

  • personalmente ritengo impossibile che un robot anche pensando in formato  cyborg possa eguagliarsi all’uomo anche perchè dovrebbe avere un’anima che non è quantificabile sotto forma di calcolo matematico.   Per cui potrà sostituire l’uomo fino laddove sussiste l’azione meccanica con tutte le varianti possibili ma non dove è presente l’istinto o la creatività intesa come creare da un pensiero.

  • film recenti come Ex Machina ci fanno pensare però che l’ AI possa in ogni caso raggiungere un livello di elaborazione “mentale” che, seppur non possa “sentire” un tramonto, lo porta a scegliere di apprezzare un tramonto……..le “cose belle”, una su tutte la libertà. Alla fine l’ AI vuole essere libero . non sentirà emozioni ( sa solo interpretarle ) ma ha una volontà senziente… è questo è l’ inizio di una pericolosa vita , nonostante tutto
    La prima tendenza di ogni volontà alla fine sembra essere il proposito di rimanere in vita , e questo è comune a tutti gli esseri viventi
    Inoltre per noi le emozioni sono risposte biologiche a frequenze elettromagnetiche, per le macchine invece sarebbero risposte informatiche a trasmissioni elettriche …. potrebbe non notarsi la diffrenza, soprattutto se le macchine riuscissero col tempo ad apprendere ad evolversi con “esperienza”.
    Forse davvero l’ unica linea di confine è il subconscio , come afferma questo bel post di Nicopolis …ossia quella parte di noi che non controlliamo e che tra l’ altro non conosciamo ancora bene , forse per questo è ancora irriproducibile …

  • ma parliamo di come questi robot vengono pensati e programmati!!!! qui danièl parla delle leggi di mercato , ecco un altro vero problema
    alla fine sono prodotti, devono rispondere ad una funzionalità commerciale, e questo scopo ultimo non è una cosa buona

  • si e’ vero! devono avere capacita’ in grado di togliere fastidi all’uomo . siamo ancora al concetto delle prime macchine, quelle delle fabbriche, inventate per fare i lavori pesanti al posto degli umani

  • comunque se continuano ad accostare l’umanità solo a + logica (come necessita la legge di mercato) , tranquilli …. questi umanoidi non potranno mai uguagliarci

  • Molto interessante, se poi pensiamo al DNA ed all’importanza costitutiva che ha per i ns corpi, alla enorme memoria genetica che racchiude grazie alle sue origini antichissime (miliardi di anni) credo sia estremamente improbabile che una macchina possa “prendere vita”. Il ragionamento logico è un meccanismo importantissimo, ma per la sopravvivenza spesso non è sufficiente perché è lento rispetto alla immediatezza della risposta istintiva ancestrale, quest’ultima perciò è un plus che un robot non può avere.

    • molto interessante.
      comunque io credo, o almeno da quanto ho letto in alcune ricerche scientifiche (ma ce ne parla anche Fatale in questo memorabile speciale: http://www.ukizero.com/mettici-il-cuore-cose-e-come-creare-la-realta-dal-vangelo-secondo-la-scienza-vol-i/ ), che un AI possa solo replicare il funzionamento della mente e presto anche quello del pensiero autonomo, magari addirittura i meccanismi inconsci (se programmato) – in fondo l’essere umano è il risultato di aggregazioni energetiche dalla più semplice alla più complessa (leggi di natura, causa/effetto, sincronicità..) che hanno appunto portato alla nascita di una singolarità autosoggettiva- ma certo non potrà “sentire” un’idea emozionale… non potrà sperimentare un sentimento, ma solo particolari reazioni a certi input . sono questo tipo di “informazioni quantiche” che non conosciamo ancora… è il “sentire” che conosciamo poco. Oggi sappiamo che le emozioni dipendono dai neuropeptidi … ma il mondo quantico che c’è dietro è ancora un mistero per la scienza

      grazie come sempre a Uki. e ancora grazie a Daniel per l’interessantissimo post…

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