Spazio fratto Tempo

Doveva trattarsi della più grande manifestazione d’incoerenza mai esistita sul pianeta...

.Non c’è spazio per il tempo e non c’è tempo per lo spazio“, è questo che una volta mi disse quello che credevo fosse un commesso dell’Ikea, quando chiesi informazioni circa l’acquisto di un orologio da muro. Rimasi perplesso, ma colpito. Fintanto che non si aprì il mantello e ne uscì fuori un supereroe leghista e antieuropeista: «Ruspe, vendiamo ruspe di ogni sorta. Abbiamo la ruspa per il clandestino, la ruspa per le moschee e la ruspa per le orchidee. Che su quelle piante, lo sappiamo, i fiorai egiziani ci fanno la cresta, si mangiano il cibo che andrebbe ai nostri pensionati e disoccupati mentre fingono di fare il Ramadan. Democristiani, i fiorai sono dei fottuti democristiani. Dobbiamo alzare muri contro i Rom e i clandestini. Dobbiamo rispedire a casa i rifugiati e bruciare i campi nomadi e tutti i politici che assecondano questi piani perversi. Questa è casa nostra, l’Europa si fotta! Al rogo le orchidee!».
La folla andò in visibilio, colpita dal senso profondo di quelle parole e forse anche dal mantello verde sintetico dell’uomo. La rivolta era pronta. Al grido di «Niente più euro, niente più padroni», i clienti si trasformarono in militanti pronti a tutto, persino alla guerra.

All’alba un esercito di commessi commossi impugnava tra le mani scatole di cartone, gambe di legno e lampadine a risparmio energetico, perché “le idee migliori sono quelle che si accendono lentamente”. Non restava che incendiare la miccia e far esplodere il comune sentimento di frustrazione per un lavoro precario, un salario indegno e una moglie grassa. In poche ore la piazza era gremita.

La manifestazione si ingrossava a vista d’occhio, fra selfie, hasthag e video su YouTube. Qualcuno si portò perfino il divano dell’Ikea da casa; qualcuno che non voleva perdersi la domenica di sport portò il decoder e la televisione. I ragazzi del liceo iniziarono a girare cannoni della pace, mentre i black block rimasero in ciabatte e costume hawaiano. Passata qualche altra ora, gli organizzatori annunciarono cifre spaventose: 3 milioni di persone a cui si dovevano sommare gli oltre 10 milioni di spettatori da casa, pronti con il televoto. Nemmeno il concerto del primo maggio aveva mai raggiunto certe cifre. E d’altro canto era comprensibile, trattandosi della festa dei lavoratori, che le cifre ogni anno scendessero impietosamente.

Furono avvistati all’interno del corteo politici di ogni schieramento: destra, sinistra, sopra, sotto, a novanta gradi. Tutti a cavalcare l’onda. Tutti con le braccia alzate, a reggere il bastone per i selfie. I fascisti si unirono agli immigrati africani, a cui invidiavano il colore naturale della pelle. I giovani di sinistra, quelli più intellettuali, simpatizzavano con i seguaci dei reality show, mentre gli hypster, sodalizzando con i nudisti, decisero di spogliarsi perfino dei loro tatuaggi e degli anelli. I coatti si davano da fare intanto con la cucina street food, aiutati quel tanto che bastava da consulenti radical chic, a cui andò via la puzza sotto al naso grazie ad una bella spolverata di bestemmie e mortadella. E poi attori porno, transessuali, calciatori ed appassionati di Tchaikovsky. Tutti in fila indiana col dizionario di cinese e il traduttore arabo.

Doveva trattarsi della più grande manifestazione d’incoerenza mai esistita sul pianeta.

Una volta giunta la sera, tuttavia, il clima cambiò. La gente era stanca, e i più sfortunati la mattina seguente dovevano andare a lavorare. Che già alzarsi e andare in ufficio, in fabbrica o in studio è un bel da farsi, fra traffico, smog e stress generalizzato. Così gli immigrati tornarono a dozzine dentro una stanza, i fascisti ripresero il ludico sport della ‘cinghia mattanza’, i radical chic sedettero nuovamente davanti ai loro MacBook Air, tra una puntata di Fargo e un tweet sulla manifestazione appena conclusa, infine i tronisti di Maria De Filippi ripresero a spuntarsi peli del petto e sopracciglia e i black block andarono via in taxi.

Perfino i supereroi col mantello verde abbandonarono la piazza, tornando commossi al ruolo di commessi. I politici, invece, abbandonarono la nave prima di tutti, mentre i telespettatori avevano già deciso di spostare la loro attenzione sulla prima serata di Sky Sport con Ilario D’Amico e le sue gambe verticalissime.

Il problema infatti era il tempo e non lo spazio. Di quello ce n’era rimasto ancora un po’.

 

Lorenzo Fois

 

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