Soft Moon @Monk Club (Roma) -10/2015

Aprono egregiamente le danze gli Handsome Family. Poi arrivano i Soft Moon ed esplode un live tanto dark quanto incendiario!

L’inizio del concerto è previsto per le 20:30, alle 20:15 la prima birra e la prima sigaretta; siamo tutti in attesa del live che vede protagonisti gli americani (Chicago, Illinois) Handsome Family, a cui è affidato l’opening act, e il californiano Luis Vasquez, ossia i Soft Moon.
Un accostamento davvero particolare. I due gruppi, infatti, non sono accomunati ad una prima occhiata da nulla, a partire dai generi musicali di cui sono esponenti, nonostante condividano un mood oscuro e malinconico che li permea profondamente.
Il gruppo d’apertura segue una linea country dalle sonorità nuove e pulite ma talvolta più fedeli al country-western, il secondo, uno degli esponenti di spicco della dark wave dalle influenze post punk e, talvolta, adornato da ritmi africani dettati da una batteria frenetica e da tamburi e bongos.
20:30 in punto, cominciano gli Handsome Family.
Non sono un gruppo particolarmente conosciuto in Italia e, difatti, non richiamano un grande pubblico, nonostante siano, secondo alcuni, uno dei gruppi simbolo del genere alt-country, per certi versi vicino al country più pop dei più recenti Avett Brothers. Sono in giro dal ’93, hanno sfornato la bellezza di 14 cd tra album studio, live e raccolte, ma senza dubbio il loro boom commerciale, se cosi possiamo definirlo, è datato 12 gennaio 2014. Una loro canzone, “Far From Any Road” (in scaletta), dall’album “Singing Bones” del 2003, prodotto dalla Carrot Top, è stata scelta come sigla della prima stagione della fortunata serie televisiva “True Detective” da nientepopodimeno che T Bone Burnett, che cura le musiche della seria televisiva.
«Questa canzone è stata scritta migliaia di anni fa, quando vivevamo in una caverna, e l’ abbiamo scritta con l’aiuto dei pipistrelli.. sono loro che alla fine hanno avuto tutti i soldi dalla serie». Cosi la annuncia Rennie Sparks, bassista del gruppo nonché moglie del chitarrista e cantante della band, Bret Sparks. Alla fine di “Far From Any Road“, la voce maschile del gruppo, nonché chitarrista in giacca e maglietta Joy Division, ammette di aver scritto questa canzone tredici anni fa e che gli sembra assurdo che solo ora sia esplosa commercialmente, «Non preoccupatevi, i sogni diventano realtà».
La scaletta conta una decina di pezzi e vede un’alternanza di canzoni country-western, soprattutto quelle in cui il basso viene sacrificato per lasciare spazio alle corde pizzicate del banjo, canzoni malinconiche, egregiamente interpretate da tutti e tre i musicisti, con il basso suonato delicatamente, gli accordi a malapena udibili della Telecaster e il ritmo sfumato condotto sul rullante accarezzato dalle spazzole jazz, e canzoni in cui si fanno protagonisti ritmi più serrati e schitarrate leggermente più grintose e riempitive, grazie soprattutto all’uso maggiore di riverbero e di un vibrato che lasciava comunque quasi inalterato il suono ottenuto con i single coil della Telecaster.
Alcune cose sono assolutamente da notare.
La particolare strumentazione. Il batterista Mike Werner usa un set molto scarno, essenziale, arricchito solo da un glockenspiel, che sarebbe un mini xilofono, usato comunque di rado durante il live, un piattino appeso ad un laccio di seta, e le suddette “fruste” in metallo, che sono state una grande scelta per adeguarsi alle sonorità morbide di strumenti elettrici e voce.
La bassista Rennie Sparks. Una vera sagoma. È lei la storyteller, autrice dei testi e intrattenitrice principale del pubblico tra una canzone e l’altra con monologhi teatrali di due/tre minuti ciascuno. Annuncia tutte le canzoni con una storiella introduttiva pervasa da giulivo buonumore che, oltre che rasserenare l’atmosfera, di sicuro incuriosisce il pubblico: «Questa è una canzone triste che parla del Natale, forse la canzone più triste che abbiate mai sentito», «Questa è una canzone che parla di un omicidio».. quando introduce “Eels”, oppure «Questa è una canzone che parla di rane», per “Frogs” o, ad esempio, la storia dei pipistrelli, per “Far From Any Road”. Ma la caratteristica sua principale, è il basso. Non un strumento ordinario, questo è certo. Ha le dimensioni di una chitarra acustica da viaggio, una tastiera molto corta, poco più lunga di quella di un ukulele. È un elettroacustico, ha una semicassa sinfonica che è la responsabile, insieme al morbido fingerpicking, del suono soffice e del leggero feedback, comunque egregiamente gestito; basso che viene sapientemente sacrificato, nelle canzoni country più rustiche, dal banjo.
Altra nota, la voce maschile Bret Sparks, il mormone. Una barba invidiabile, la suddetta maglietta dei Joy Division e una voce molto grave e distesa, rilassante e performante e che si presta perfettamente alla interpretazione delle emozioni evocate dai testi. Come accennato, è anche il chitarrista della band. Non cambia mai la sua Telecaster giallo ocra durante il live.
Non palesi ma rintracciabili sono anche le influenze blues-rock anni ’60.
Unica nota negativa, l’esodo delle persone una volta fatto il video da postare su Facebook della canzone di “True Detective”. Amareggiante.

Il tempo di una -Avellino/Scauri- a calcio balilla, una sigaretta, una seconda birra e una fortuita foto (che vi proponiamo) con mr. Soft Moon, Luis Vasquez, all’esterno del locale, che si fanno le 22:30. È il momento della Luna.
Quando si parla dei Soft Moon, è sempre bene parlarne al singolare. Questo è solo il nome del progetto musicale elaborato dalla mente deviata di Luis Vasquez, ormai giunta al terzo cd, l’apprezzatissimo “Deeper“, pubblicato il 31 marzo c.a. per la Captured Tracks.
Sul palco è accompagnato dai nuovi acquisti LuigigigiPianezzola, bassista, e MatteovalloVallicelli, entrambi, come si può capire, italianissimi.
Il live è esplosivo. Ritmi serratissimi, dettati a suon di mazzate da “vallo” che non perde il tempo neanche a pagarlo. Suona una batteria acustica arricchita dall’octapad, una serie di pad analogici da cui fa uscire, con l’ausilio del computer, suoni percussivi elettronici.
È un treno, senza dubbio il grande faticatore della band. Una vera War Machine, nonostante sia piuttosto mingherlino. Momento emblematico: durante un pezzo del primo cd “Soft Moon”, il batterista si ferma, spezzando l’andatura indiavolata della canzone. La cosa ci lascia sospesi in un vuoto di pressione… nella foga del momento nessuno si aspettava una interruzione così improvvisa. Il pedale della grancassa si rompe. «He brokes his drums!!!» urla Vasquez. Il tempo di risolvere il problema, e si ricomincia con le mazzate.

Tra un pezzo e l’altro non non c’è neanche un secondo di attesa, se non per qualche “Grazie” e “Figo!!” di Luis, e lui sembra non stancarsi mai e, anzi, come un super sayan, ogni colpo che subisce diventa sempre più forte e grintoso.
Meno presente scenicamente il bassista Gigi, quasi inesistente sul palco, ma preponderante nelle casse.
Lui, Vasquez, è senza dubbio un genio. Fa una musica che è difficile sia capire come è stata concepita che, a volte, da ascoltare, ma davvero di qualità. Difficile anche la classificazione del genere, inseribile tra EBM e noise rock, con influenze post punk e industrial. Certo è che, dopo averli ascoltati live, o li ami o li
disprezzi.

Il pezzo di apertura, che richiama da subito circa 900/1000 persone, è “Black”, dall’ultimo lavoro. Luis non è uno che si fa pregare. Dall’inizio alla fine trasmette una grinta infinita, si dimena sul palco e riempie la sala di synth iperdistesi, talvolta anche un po’ monotoni, chitarra super effettata che neanche sembra una chitarra, e voce alta sia di volume che spesso anche di tonalità, sovente filtrata da effetti quali eco e riverbero.
Momenti unici, quelli di “Try”, traccia di “Deeper“, un po’ più rilassata delle altre ma cupa allo stesso livello, e di “Wrong”, con voci robotiche looppate («…You’re wrong, you’re right..»), ritmiche che mimano il suono di un fucile di un’astronave, ottenute con l’octapad, alternate percussioni di bongos e di bacchette sul bordo metallico dei tamburi.

L’atmosfera è volutamente cupa, loro tutti vestiti di nero, luci quasi sempre basse e musica ansiogena all’ennesima potenza, adatta quasi a fare da sottofondo musicale in una scena di un film ambientato nella giungla, in cui il protagonista fugge da un branco di giaguari, come nella title track “Deeper”, in cui si fanno spazio, oltre alla batteria, altre percussioni come bongos e un timpano suonati dallo stesso Vasquez.
È proprio “Deeper” l’acme di tutto il concerto.
Alla fine della canzone, che tra l’altro chiude la scaletta, una fine netta, non sfumata, la band scompare dal palco nel giro di 10 secondi; più rapido di tutti il batterista, che sbatte le bacchette a terra e si strappa via le cuffie dalle orecchie, si alza e se ne va, infastidito dal disguido del pedale.
Trenta secondi per uscire dal locale, alle 23:40 circa, e troviamo subito Luis a bere birra e a socializzare, con la tranquillità propria di chi non ha affatto ribaltato un locale.

Alfredo Cannizzaro

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