Società: minima moralia e critiche a-sociali

Nel Paese delle Meraviglie ci sarebbero meritocrazie, giustizia e menti creative, riconoscenza e rispetto per la vita...

«Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe com’è, perché tutto sarebbe come non è e viceversa! Ciò che è non sarebbe, e ciò che non è sarebbe!»
Alice, dal suo Paese delle Meraviglie

 

Binaria Via di Ferro.

Tempesta e Assalto. Sospensione. Primo crepuscolo.

Amo quella sorta di “spirito errante” che mi penetra quando viaggio in treno. Mentre scendo nella via sotterranea a strisce bicolori, ho una vaga sensazione di libertà e sollievo: immagino di partire e non tornare più.  No, non torno più.

Sola. Completamente sola. Emotività vibrante. Sola. Sempre.

Tuttavia, capitano giorni in cui mi assale un’inquietante disperazione. Trattasi di puro smarrimento esistenziale. Odio? Entrambi, forse.

Esseri umani trasformati in plebaglia. Lurida materia informe, bestie da circo immondo, negazioni tossiche plasmate da una società-magma in cui si nasce, si vive e si muore in strutture aziendali sodomizzate da McDonald’s. Scimmie in gabbie di lattice scivoloso e trasparente. Sterilità e incapacità biologica.

Socialità misantropica e quiete.

Il silenzio, l’eleganza, la calma formalità dei gesti, i cauti sguardi interrogativi, il timore del disturbo, il rispetto dello spazio vitale, i sorrisi sommessi, il camminare in punta di piedi… questo amo. Il silenzio.

Quando tutta questa civiltà è diventata Altro? Quando è avvenuta l’orrida trasformazione in assordanti voci da mercato, in occhiate sdegnose, in squillanti risate con “vista odontoiatrica”, in sterili movimenti automatici diretti alla veloce eliminazione dell’altro? Quando?

Schifo. Nausea. Ribrezzo.

Ascolto, involontariamente. Apro gli occhi. Osservo.

Ecco le neo-ventenni di turno: gamba accavallata, occhiale nero-paillettes, vestitino della serie “brillante-chic” e pessimo, infantile atteggiamento arrogante. Dalle lezioni menzionate, studentesse di psicologia, presumo. Inorridisco terrorizzata per le menti che prenderanno in cura. Le nostre bambine, di natura vaginale-voyeuristica, discutono esclusivamente di: tacchi 12, rossetti ciliegia, calze smagliate, serate confuse, rientri ubriachi, tatuaggetti piccoli piccoli e “quello fico” di Belen, nuove diete fallite e palestre teorizzate, “Striscia la notizia” come comunicazione giornalistica seria e affidabile, gossip da e di facebook-instagram-twitter.

Le ascolto, le guardo, rifletto, mi rassegno. Tutte fatte con lo stesso, inutile stampo. E non è ancora stato buttato.

Non mi aspettavo giudizi sociali negativi, discussioni politiche o riflessioni esistenziali. Non mi aspettavo neanche un po’ di sana, sprezzante ironia sugli argomenti citati. No. Mi sarei accontentata di una piccola disamina psicologica dei personaggi da gossip, di un fasullo, borioso contegno critico-diagnostico, di una terminologia adeguata… anche un solo termine tecnico, solo uno, vi prego, in un contesto di disamina sociale qualunquista… Vi prego… Qualcosa da camice bianco inamidato, qualcosa per continuare a sperare nella futura psichiatria… Vi supplico…  No, vuoto.

Mi guardo intorno, stordita da tutte quelle risatine e dialetti sconcertanti.

Calma, mantieni la calma.

Cerco velocemente qualcosa che mi conforti. E l’unica cosa che riesce a strapparmi un ghigno con “angoli labiali” all’insù, sono loro: le mie splendide calze a righe viola-nero-fucsia.

Scrivo fucsia con il -cs per svariati motivi, di cui il più importante: considero che “fuxia” è scorretto e che fa troppo anni ’80. Come fuseaux… termine antiquato per gli attuali “leggins”: cronaca di sviluppi linguistici da mercato del giovedì.

Sollievo. Luce in un tunnel bambinesco. Colore nel buio confuso. Le mie calze viola-nero-fucsia. Salvata da un paio di calze a righe che, sorridendo, diventano il mio amico Stregatto. Io? Il Brucaliffo, senza dubbio. Ma è realtà tanto evidente quanto le mie calze a strisce. Incredula, continuo a fissarle, disegnandomi interamente di righe orizzontali.

Distratto da uno scorrere di porta, il mio sguardo cade involontario in un abisso di trucco sbavato, mechès biondo-decesso e vestitino corto tipo “vergine deflorata”. Trattasi di frustrata, vogliosa femmina postquarantenne. Guardandola, realizzo che le altre due cose altrettanto tristi e desolate sono il mio epiteto “vogliosa” e il libro della collana Harmony che, di sicuro, tiene in borsa.

Per me è di nuovo cancrena mentale.

Le calze… muoviti… torna alle calze…

Perfetta illusione schizoide.

Le guardo di nuovo ed è un mondo di spirali in movimento, labirinti viola ceruleo e lecca-lecca color felicità-dolce-cariante. Sorrido estasiata. Parlo di quelli veri, quei lecca-lecca con cui ossessiono le mie vittime: forma a bastoncino ricurvo, a righe oblique bianche e rosse… semplicemente adorabili… è pura gioia in cristalli zuccherosi… eppure non li ho mai comprati, toccati, assaggiati. No. Non potrei mai profanare tanta sacralità. Mai. Illibati e compatti. Voglio continuare a sognarli, tremante e bambina, gustando quella fiabesca magia epidermica che profuma di nuova resina d’abete e mi fa sprofondare in soffici nevi lapponi, scivolate lente su giganteschi, candidi marshmallows.

Allibisco al tremendo urlo dell’ultima suoneria sul mercato: cellulare. Infame tecnologia. Risponde, con voce tonante e fragorosa risata nervosa, quell’idiota in cravatta e fetido mocassino marrone. Descrive, informando l’intero convoglio mattutino, la perdita d’acqua del proprio lavabo e il malfunzionamento dello scarico e della caldaia. Pardon. Lo fa discretamente: sbraitando, ma con mano rispettosa del prossimo, davanti alla bocca. Gentleman.

Ancora le calze… Mina concentrati sulle calze… Diventa rosa confetto stavolta: assapora quella atmosfera caramellata, terra di nessuno, profumo di gommosi canditi pastello e nuvole di zucchero filato…

No, no… non “umori giallo-paglierino” o inalazioni da cloaca vagante…

Ho detto zucchero filato… Concentrati, su… Voci? Non ascoltarle, ti prego…

“Ma s’intitola La luna e i falò oppure La luna e il falò? Ma di chi è? Di Leopardi?”

“Mah! Comunque, credo La luna e il falò… Falò mica è plurale! Scema!”

Ho un mancamento. Parlano ancora le neo-ventenni.

Sperando che Pavese non abbia sentito, cerco di consolarmi, immaginando che, se mai indosseranno un camice bianco, lo faranno solo per una seduta di gangbang finto-ospedaliero. Vorrei essere a tre metri nel baratro con Cesare e tutti quei poveracci che hanno creduto nella lingua italiana e nel proliferare di una grammatica elementare.

Moralmente devastata, mi costringo a cambiare vagone, rivolgendo una sorta di sguardo hitleriano ai miei tre piccoli parti ebraici.

Mi siedo, svuotata, sperando in un vitreo silenzio post fase REM.

Un po’ più decisa, sorrido e mi tuffo di nuovo in una Francia da carillon settecentesco: nel mio derma-tessuto viola orizzontale è favola con melodie alla Yann Tiersen, sono docili segni d’impressionismo evanescente, glassato con morbido, piccante cioccolato nero fuso.

“Fammi passare… Cazzo…”

Nel sogno cosciente, questa è l’unica frase che riesco a comprendere chiaramente. Alzo lo sguardo, sempre più terrorizzata, mentre, lateralmente, mi sta sfiorando un’enorme pancia avvolta da un’accozzaglia di vestiti luridi e un profluvio di volgari invettive verso quell’essere ipsilon eccedente che, quella pancia, l’aveva fatta sviluppare. Cristo. Il silenzio, Mina, ricordati il silenzio e l’ordine alla Beckett. Mi chiedo perché uno stato che si dichiara civile, permetta che certi ibridi umani continuino ad accoppiarsi e riprodursi come conigli da allevamento. Davvero: è troppo. Il romanticismo a righe viola-nostalgico delle mie calze diventa impotente e indifeso.

“Perdonami” sussurra il mio Stregatto: “Voglio svanire. Questo è umano, troppo umano… anche per me.”

Sola. Scavata. Sterile.

È vero: l’ignoranza puzza.

La gentaglia stupido-complessa puzza.

Il corpo sociale arrogantemente inquadrato puzza.

Cerco di non pensare, la mia fermata è vicina.

Sospiro, canticchiante e malinconica, sognando selezioni naturali e meritocrazie, mondi giusti e società logico-coerenti, cervelli sviluppati e menti creative, compensi esistenziali ed esseri umani riconoscenti, coscienze di ruolo e rispetto per la vita… nel mio Paese delle Meraviglie.

 

«Io amo l’ordine. E’ il mio sogno. Un mondo in cui tutto sia silenzioso e immobile e ogni cosa al suo posto estremo, sotto la sua polvere estrema».
Samuel Beckett

Romina Bicicchi

 

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12 Comments

  • purtroppo la società attuale si fonda su un unico, enorme, controvalore:l’egoismo. Non c’è più il minimo spirito di solidarietà , vediamo come un nemico chiunque si mette sul nostro cammino e quindi tentiamo in ogni modo di spazzarlo via.

    Dovremmo provare ad essere più volti verso gli altri, meno egoisti, pensare meno a noi stessi….non conta come sei tu..ma come tì vedono gli altri…non esiste più alcuno straccio d meritocrazia……una società dove il sogno nel cassetto della media dei ragazzini è d fare il calciatore o “lavorare nel mondo dello spettacolo”…e ce ne sarebbero tante altre..

  • Luoghi comuni pontificati da altitudini vertiginosamente auto proclamate. Scrivi bene, peccato tu non scenda tra noi mortali a parlarci di cose interessanti.

    • è chiaro che è uno sfogo sulle perversioni sociali più comuni, è palese …..e ci sta tutto, in questo senso.Può anche essere uno sfogo contro attacchi tipo quello del tuo commento, cioè gratuito, senza possibilità di risposta, di confronto…vedi che partire dai clichè apparenti della nostra ignoranza non è mai così scontato?
      forse è stata l’aria effettivamente un po’ intellettualoide del pezzo che ti ha indispettito? in ogni caso non credo proprio che la Bicicchi sia una tipa snob… non sarebbe da Uki <3 🙂

  • Beh… la Bicicchi non è una tipa snob… o forse si? Si possono intendere molte cose per “snob”.
    Di sicuro dice quello che pensa e pensa quello che dice, sopporta poco la massa, la stupidità, l’ignoranza spicciola e con coscienza. Se questo è snob, allora la Bicicchi è decisamente snob.

    Se nel pezzo si sente “aria intellettualoide” è venuta fuori così, senza che me ne accorgessi.
    Non voleva essere un pezzo “autoproclamatorio”, caro Andrea. Oltretutto non aveva la pretesa di essere un pezzo serio: il contenuto ironico lo dimostra. Chissà… continua a leggermi, forse inizierò a parlare anche di cose interessanti… o meritevoli di “lettura da comune mortale” 😉
    Grazie a tutti gli altri per i gentili commenti: di solito, mi piace leggere e non rispondere, perché rispetto qualsiasi punto di vista e opinione. Le critiche, positive o negative, vanno sempre bene: sono entrambe conseguenza di una reazione a ciò che si è letto.
    Saluti a tutti e a presto…
    Mina

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