Da “Serpenti” al prossimo album: intervista agli Epo

La formazione napoletana ritorna sulle scene dopo una campagna crowdfunding che ha portato alla produzione dell'Ep e di un disco inedito in lavorazione

Gli Epo, con tre album alle spalle, lo sguardo rivolto al rock, una mano tesa verso il folk e l’altra verso la canzone d’autore, sono al lavoro per il loro quarto album, anticipato dall’EpSerpenti“. In occasione del Monterocktondo Festival 2016, abbiamo fatto alcune domande al chitarrista Michele De Finis.

 

“Serpenti” ha una dimensione più corale rispetto a “Ogni cosa è al suo posto”, oltre ad un sound diverso, dovuto senz’altro anche ad una significativa maturazione del vostro progetto. Quanto sono state consapevoli e scelte queste differenze? Quanto ha influito il contributo di Gabriele Lazzarotti ?

“Serpenti” è forse il primo vero lavoro “da band” degli Epo, la scrittura è stata abbastanza ragionata e progressiva, gli arrangiamenti erano un po’ nella testa di Ciro, un po’ sono venuti in modo piuttosto naturale in studio, durante la preproduzione. Gabriele – da ottimo musicista qual è – ha un suo stile personale distinguibile quasi sempre quando suona, quindi ovviamente ha avuto un peso – penso proprio al giro di basso della title track, per dire, ma la verità è che forse l’Ep rappresenta attualmente il migliore mix delle cifre stilistiche di tutti i musicisti della band.

 

In “Serpenti”, i titoli delle tracce, le immagini, compresa quella di copertina, ma anche lo stesso videoclip di “Mesopotamia” evocano una componente di religiosità (intesa in senso lato, naturalmente): possiamo parlare di un concept album? Se sì, in che termini?

Tu dici? “Religiosità” non saprei. Di certo sono testi figli di una serie di riflessioni sulla condizione dell’uomo in questo tempo. Per il resto Ciro scrive sempre molto di sé stesso, non so se si possa parlare di concept ma vedo anche nella parte testuale una consapevolezza e una maturità nuove.

 

“Serpenti” è un Ep ‘ponte’ verso il prossimo disco, che sarà interamente in lingua napoletana. Perché questa scelta? Quali sono i vantaggi dell’uso esclusivo del dialetto?

In ogni disco degli Epo c’è sempre stato almeno un brano in napoletano, Ciro proviene dall’esperienza dei Core, che sono stati una delle prime grunge band in città con testi completamente in dialetto, nulla di così nuovo dunque. In realtà è piaciuto a tutta la squadra – da uno spunto fornito dal nostro produttore Daniele “Mafio” Tortora – mischiare un linguaggio sonoro “moderno” con un approccio al dialetto quasi “filologico”, “antico”.

 

A che punto è la lavorazione del vostro quarto album?

Stiamo facendo un lavoro per noi inconsueto: stiamo in sostanza preproducendo e registrando al contempo, live, tutti i musicisti suonano assieme in una stanza, con l’apporto in real time anche di Mafio. La cosa richiede tempi dilatati e qualche take in più, ma siamo certi di stare andando nella direzione giusta, perché quel che è sempre contato per noi è crescere come musicisti ed offrire a chi ci ascolta qualcosa di vero e forte al contempo, e questo sta passando per una cura maniacale di ogni dettaglio.

 

Veronica Della Vecchia

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