Scegliere significa essere liberi. O no?

Analisi della Scelta e scelte non scelte che (non) aiutano a scegliere

.«La libertà di scelta dell’uomo non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Egli si trova sempre di fronte alla scelta di una “possibilità che sì” e di una “possibilità che no” senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire a orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro».
(S. Kierkegaard)

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Se anche voi impiegate infiniti quarti d’ora per scegliere una pizza, se sudate freddo al solo pensiero di andare a fare la spesa tra mille prodotti, se il “Non lo so, scegli tu” è la vostra frase ricorrente, se siete costantemente ossessionati dal dubbio, se per scegliere la posizione del puzzle del Tetris avete sempre perso la partita… allora sì, avete un serio problema con la scelta. La scelta, oltre ad essere una crudele arma a doppio taglio, è un atto volontario, razionale o impulsivo, che avviene nel momento in cui si presentano più alternative possibili delle quali assumendone una, e talora più di una, si può tradurre il giudizio in una successiva e conseguente azione. “Scegliere”, “decidere” significa individuare tra più cose quella che ci appare più rispondente allo scopo o più adatta alle circostanze.

Per poter decidere, un individuo deve:
1) avere di fronte una serie di possibilità;
2) essere disposto a rischiare;
3) essere consapevole dell’atto della scelta.

Decidere è l’atto più difficile e ingrato della mia vita e, spero, in modo altruistico, che lo sia anche della vostra. Se scegliere connota l’uomo come essere libero, a me, vi prego, date mille gabbie: con la libertà riesco solo a legarmi le sinapsi. Simile a quella di Oliver Twist, Leopardi e Fantozzi, la mia vita è piena di scelte sbagliate, pentimenti, rimorsi e rimpianti. Torturata dal ticchettìo del tempo che scandisce ogni singola possibilità, angosciata dal rincorrersi dei minuti prima del verdetto finale, tutte le volte annaspo nell’ansia davanti all’ennesimo bivio, incrocio, stop, semaforo, divieto di sosta o attenti al cane. Una vita, la mia, e spero anche la vostra, farcita di pizze marinare ordinate con istantanei rimorsi al pensiero di una margherita con la bufala, corse sfrenate verso il cameriere per cambiare l’ordinazione, facce mortificate per il cambio di piatto, palpitanti ritorni al tavolo con animo sollevato e finali, drammatiche occhiate di ripensamento non appena mi accorgo dello spaghetto allo scoglio del vicino.

«C’è il momento in cui ogni scelta diventa irreversibile», scriveva Marguerite Yourcenair, forse pensando alla comanda del cameriere ormai nelle mani del cuoco. Una vita, la mia, e spero anche la vostra, fatta di abiti comprati doppi, perché non so scegliere quale preferisco; di libri accumulati, perché non so scegliere quale leggere; di più lavori in parallelo perché non so scegliere chi essere; di preparazioni-valigia lunghe giorni, perché non so scegliere cosa mettere; di uomini che se ne vanno, perché non so scegliere tra risposte importanti; di prenotazioni doppie, triple, quadruple negli hotel per poi scegliere quello sbagliato in piena crisi di panico. Una vita, la mia, e spero anche la vostra, piena di serate passate in casa, da sola, per non saper scegliere tra più eventi; di piatti fatti scegliere al cameriere, supplicandolo “La prego scelga lei, mi sorprenda!”; di ansia incontrollata dal parrucchiere alla domanda “Quale taglio scegli?”; di attacchi di panico al supermercato alla vista di cotanta scelta alimentare; di uomini che ritornano e se vanno di nuovo, perché io sto ancora lì a scegliere la risposta giusta e di improvvisa voglia di morire alla generica domanda “Quale scegli?”. Scegliere, scegliere, scegliere… sembra un mantra. Sì, un mantra di merda. Una vita, la mia, e spero anche la vostra, difficile, ecco. Un tracollo apocalittico di scelte: dalla più stupida alla più importante.
«Viviamo soli e moriamo soli con le scelte che abbiamo fatto», diceva Nikita, esponente letteraria russa, comunista e parecchio fica. Dalle scelte fatte, anche le più banali, spesso non possiamo tornare indietro. Ecco perché è così difficile scegliere per me, e spero anche per voi, perché non è giusto che solo io viva una vita di merda come il mantra. Dobbiamo fare la scelta giusta, ma la paura, spesso, blocca l’azione. Inoltre, non dimentichiamoci che finché non si sceglie, tutto resta possibile. Touchée. Quanta possibilità resta in mezzo a due scelte? Boia de’, parecchia, pure troppa.
Søren Kierkegaard, noto filosofo danese e ottimista dichiarato di primo Ottocento, scriveva che anche la non scelta è una scelta: “la scelta di non scegliere“. Questo tema è centrale nella sua filosofia: l’uomo, in quanto individuo, diventa ciò che è come conseguenza delle sue scelte. Non esistono regole morali, è l’individuo che crea del tutto liberamente la sua etica ed è responsabile delle sue libere scelte e delle sue azioni. L’individuo non può, del resto, fare a meno di decidere, perché anche non scegliere, nella concreta situazione dell’esistenza, è in realtà una scelta: «Scegli dunque la disperazione, poiché la disperazione stessa è una scelta», scriveva il genio ottimista, di sicuro in botta da oppio. Oh Kierkegaard! Maledetto te… Io t’ho seguito alla lettera: una vita fatta di non-scelte disperate.

Davanti alla scelta, io, anche questa volta, ho tre opzioni:
1) non scegliere, aspettando che la situazione cambi da sola,
2) scegliere nella disperazione della scelta, oppure:
3) parlare fitto-fitto dei Marò (che è sempre cosa buona e giusta).
C’è da ammettere, però, che, come sempre so affrontare le situazioni complesse nel migliore dei modi e con mood propositivo: anche stavolta mi isolo dal mondo, in preda a una malinconia da “scelta perduta”, da “vita sbagliata”, da “sono-incapace-inutile-lasciatemi-sola-in-un-pozzo-di-autostima”, ritirandomi e crogiolandomi triste, arrabbiata e scontrosa come un dandy decadente all’ultimo sorso d’assenzio.

L’altra sera, tra mille lamenti e una vasca di gelato, tutto d’un tratto mi si accende una lampadina, mi brillano gli occhi, mi si sciolgono i nodi e le trecce ai cavalli, perché in un cartone dell’ultimo trasloco, trovo un libro che mi pare preziosissimo. Uno di quei libri che compri perché indispensabili, necessari, decisivi per la tua sopravvivenza e che appena arrivi a casa ti dimentichi completamente, ritrovandolo anni dopo e sorprendendoti al pensiero che la tua vita sia potuta scorrere così naturalmente senza quelle pagine scritte. Ecco, trovo questo libro incredibile, mandatomi dal destino come un chiaro segno rivelatore: Rino Rumiati, “Decidere”, edizioni Il Mulino. Rino Rumiati, psicologo e professore all’Università di Padova, in questo preciso istante tu sei il mio salvatore, il mio carnefice, il mio Dio. Rino, tu mi aiuterai a scegliere.

Il libro del mio amico Rino inizia con un excursus storico-sociale della decisione, con la descrizione dei metodi di scelta della maggior parte della popolazione, con la spiegazione delle tecniche dettate da neuropsicologi e psicologi decisionali. Contrariamente a quanto si pensa, la maggior parte delle scelte che facciamo nella nostra vita non sono scelte ponderate, non sono scelte sulle quali ci siamo soffermati a individuare alternative e a valutare secondo dati criteri. Quello che facciamo comunemente è effettuare innumerevoli scelte quotidiane in maniera automatica: quando andiamo al supermercato non valutiamo ogni volta il prodotto da comprare, lo scegliamo automaticamente poiché una e una sola volta, di regola, abbiamo scelto tra più alternative e abbiamo deciso la migliore per noi. Dopo un certo numero di volte, entra in gioco la scelta automatica, la preferenza, e questo accade in ogni ambito di scelta esistenziale. Caro Rino, parla per te: a me l’ansia della scelta non si è mai placata, neanche davanti a una confezione di Tampax.

L’amico Rino ci narra alcuni metodi di scelta: si sceglie automaticamente, per intuito, per esclusione, tramite eliminazione per aspetti, tramite grado di attrattività, per focalizzazione, attraverso la razionalizzazione o la valutazione delle informazioni, col senno di poi dato che il passato insegna, tramite tecniche di framing o a causa di illusioni cognitive, e soprattutto, nelle occasioni speciali, si può scegliere tramite l’utilissimo “albero decisionale”. Provo a inserirmi nell’albero decisionale: non lo capisco, è lungo da completare, non ho una penna a portata di mano, salto e vado avanti con il libro, ma mi girano già i coglioni.
Pare ci sia una situazione di conflitto decisionale quando le alternative di scelta sono simili tra loro, quando ci troviamo nell’incapacità di riuscire ad apprezzare le differenze tra le varie alternative. Ci piacerebbe scegliere un’alternativa, ma facciamo fatica ad accettare l’idea di non scegliere l’altra. Spesso, per evitare questo dramma decisionale o non scegliamo tra le ultime due alternative oppure facciamo scegliere a qualcun altro (allora mica solo io faccio scegliere la mia cena alla cameriera!).

Vi è anche un’altra opzione: non scegliamo. La non scelta per paura di scegliere è comunque una scelta: “la scelta di non scegliere” di Kierkegaard… aridaje!
L’esperienza del conflitto decisionale è un prezzo alto da pagare in cambio della libertà di effettuare le nostre scelte. Ma arriviamo al dunque… Parlando di decisionismo… Chi me la dà la capacità di prendere decisioni rapidamente, senza ripensamenti o tentennamenti? Chi me la insegna? Esistono corsi? Si può imparare a decidere, eh Rino? Pare di si, secondo molti neuropsicologi. Due di loro, tali E. Russo e P. Shoemaker, danno pure indicazioni tecniche per effettuare le decisioni più importanti. Bisognerebbe, secondo loro, rispondere alle seguenti domande:
1) Qual è l’aspetto cruciale della questione? Io: Devo prendere la decisione X.
2) Come sono state affrontate decisioni come questa in passato? Io: So’ na sega!
3) Questa decisione deve essere presa completamente? Io: Siete neuropsicologi idioti?
4) Bisogna prenderla ora? Io: Forse siete neuropsicologi idioti…
5) Quanto tempo richiedono decisioni come questa? Io: Ok, siete neuropsicologi idioti.
6) Dove devo concentrare il mio tempo e le mie risorse? Io (in livornese): Ir budello di to’ ma’!
7) Quali feedback posso avere da esperienze passate? Io: State cagando fuori dal vaso.
8) Devo acquisire altri punti di vista? Io: Mi sto innervosendo.
9) Quali sono i miei limiti e le mie abilità ad affrontare aspetti come questi? Io: Ma vaffanculo.
Mi dicono ancora i due signori: «Dopo aver risposto a tali quesiti, ci si può dedicare a far fronte ai molteplici problemi che sorgono quando si inizia ad affrontare il dilemma decisionale nei suoi diversi aspetti». Io: Cioè?! Me stai a di’ che non ho ancora deciso nulla? M’hai fatto solo complica’ la vita? Mo’ pure l’excursus cognitivo dedicato alla decisione vera e propria? E finora? Me stai a pija’ per culo? Abbandono i due distinti colleghi e vado avanti nella lettura del libro.

Secondo il nostro carissimo Rino: «Pur non potendo affermare che tale abilità sia innata, i vincoli cognitivi che la condizionano sono così forti che hanno effetti tanto persuasivi da rendere problematica la determinazione delle modalità con cui possiamo migliorarla». Caro, carissimo Rumiati… in che senso? A cinque pagine dalla fine del libro tu mi vuoi dire che non mi insegnerai niente sulle capacità decisionali? Tu mi stai dicendo che mi hai narrato, orsù narrami ancora, soltanto un po’ di storia della decisione e tecniche che in genere si usano ma che non sono risolutive? Io, proprio come la casalinga in sovrappeso che chiede al personal trainer di rimetterla in forma in una settimana, devo prendere una decisione in due giorni e ti chiedo, caro Rumiati, di darmi una speranza, una chance, un consiglio, un qualcosa per agire correttamente… Rino fai qualcosa, di’ qualcosa Rino, di’ qualcosa di Sinistra, Rino! Non mi deludere come il cameriere che mi sceglie la pizza sbagliata, Rino! Rino, tu mi stai dicendo: sticazzi? Realmente, Rino? Abbi pazienza, Rino-Rumiati-professore-emerito-dell’Università-di-Padova, ma mi stai un poco-poco schernendo? A fine libro, non solo non mi hai dato risposte, nonostante l’ingannevole titolo del tuo libro “Decidere”, ma mi esorti pure ad acquistarne un altro, sempre tuo, dicendomi che se non leggo quello non riuscirò a decidere della mia vita. Rino… Ma te c’hanno mai mannato a quer paese? Oh Rino! A te dico: ti sei preso gioco di me, ma sappi che non sei tu il luminare… sono io la cogliona.

A voi dico: imparate a gestire le scelte sbagliate di una vita, prima che le scelte sbagliate di una vita gestiscano voi.
‘Tacci mia! E di Rino.

Romina Bicicchi

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