Sant’Agostino, Pascal e la ricerca di Dio

La filosofia si interroga sull’ordine del mondo, su qual’è il ruolo dell’essere umano e sulle modalità con le quali può conoscere le cose e l’ambiente in cui si trova a vivere

Ricordo quando Jorge Luis Borges, in una intervista, disse che leggere è un’esperienza poderosa. Leggere libri volge lo sguardo verso l’infinito panorama interiore che è in ciascuno di noi. Una sorta di cammino a ritroso verso le scaturigini della nostra emotività. E così la ricerca stessa di Dio è un cammino affascinante dove l’interesse risiede nel percorso, non nell’eventuale approdo. Cercare Dio è uno dei compiti più ardui che mente umana possa intraprendere; anche se, forse, cercarlo con la ragione è inappropriato. Dio sfugge sempre alla razionalità. Il suo “regno” non è qualcosa che si attende, non ha un “ieri” o un “dopodomani” e probabilmente non giungerà tra mille anni. È, irriducibilmente, l’esperienza di un cuore. È notorio come tutte le navigazioni controcorrente siano faticose, erte e prive di appigli risolutivi; dunque, quando si pensa all’azione del ricercare qualcosa, barlumi ci indicano un atteggiamento filosofico.

La filosofia si interroga sull’ordine del mondo, su qual’è il ruolo dell’essere umano e sulle modalità con le quali può conoscere le cose e l’ambiente in cui si trova a vivere. Il mondo in cui viviamo è stato interpretato dalle religioni, dalle scienze matematiche e dalle scienze sociali. Queste discipline, adottando una semiologia dissimile, anelano tutte ad un futuro inevitabilmente positivo. Per il Cristianesimo il passato è male (peccato originale), il presente è redenzione e il futuro è salvezza. Per le scienze matematiche il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Per il Marxismo il passato è ingiustizia sociale, il presente è il luogo dove esplodono le contraddizioni del Capitalismo, il futuro è giustizia sulla terra. Per le scienze sociali nella declinazione freudiana il passato è nevrosi, il presente è analisi, il futuro è guarigione. Ora, qui, lascerò parlare Sant’Agostino e Blaise Pascal, li lascerò parlare dei sentieri che hanno perlustrato, della bellezza che sono riusciti a scorgere. La trasformazione e l’inesausta ricerca di questi due grandi uomini di fede s’innalza a magistero per l’umanità intera.

Agostino fu colui che introdusse il concetto di anima nel Cristianesimo, vissuto fra il III e IV secolo d.C e imbevuto di cultura greca, riprese il concetto da Platone (Fedone) e lo trapiantò nel corpo del Cristianesimo. Il suo percorso esistenziale è dicotomico, la sua vita di divide in un prima fatto di tenebre e peccaminosità e un dopo fatto di luce, illuminato dalla grazia di Dio. La sua biografia è quella di un cercatore di gioia, di colui che prima di arrivare ad una sorta di conversione religiosa attraversa la galleria oscura del vizio e del peccato. La necessità di sondare il mistero della creazione e il bisogno assoluto di essere amati suscitarono nel cuore di Agostino quella fede che lo condusse alla santificazione. Le sue “Confessioni“, al di là di ogni fede, rappresentano un capolavoro del pensiero, filosofia e letteratura fuse insieme e fanno dell’opera di Agostino il pilastro della metafisica classica di radice cristiana. Una vita caratterizzata da amori lùbrichi, dolori, sconfitte e rinascite, la memoria e il tempo, il ripudio del passato. La sola dimensione possibile è quella del presente, quello che chiamiamo passato altro non è che il presente del passato. La memoria ci rende il presente del passato. Quando Agostino parla di futuro, intende il presente del futuro: il futuro si manifesta in una proiezione che ha come punto di irraggiamento il presente. Intelligenza come intensità, intimità e ricerca profonda. Le “Confessioni” di Agostino rivelano che le risposte alle nostre domande risiedono dentro ciascuno di noi, solo nell’ordine di una vita si intravede in filigrana l’ordine di Dio. Nel grandioso percorso che egli ebbe modo di compiere colse l’essenza del disegno superiore, laddove ogni persona è una scintilla di Dio. È un aspetto del divino e in questo senso ogni essere umano è anche lo specchio dell’universo intero, ha la stessa consistenza, profondità e dignità dell’intero universo che riflette. Ed è proprio qui che emerge il vincolo che unisce la fede con la ragione: la razionalità scientifica assume la persuasione »che gli uomini sono fatti della stessa sostanza che caratterizza le stelle, gli elementi che si sono formati all’interno delle stelle, nell’universo primordiale, sono gli stessi presenti in noi. Il Seicento è il secolo meccanicistico, cento anni di scoperte e rivoluzioni a cominciare da quella scientifica di Isaac Newton, padre della scienza moderna. L’avvento di Cartesio e della sua filosofia razionalistica tendeva ad allontanare la sfera del divino da quella del concreto manifestarsi dell’uomo nella storia.

La mente che si opponeva al sistema cartesiano era quella di Blaise Pascal. Egli non avrebbe mai parlato di sé poiché lo considerava il più inutile dei peccati, ha sempre lasciato che fossero gli altri a farlo attribuendo loro tutte le responsabilità. Nasce come uomo di scienza, la sua mente era imbrigliata nella tela che la matematica e la fisica si incaricarono di tessere. E come Laocoonte lottava per liberarsi dai serpenti marini che lo avvinghiavano, egli riusci a vedere la luce al di là della scienza. Nel mito Laocoonte perì stritolato, Pascal invece lasciò il tentativo di una grande apologia del Cristianesimo: “I pensieri“. Come è noto, i Pensieri sono, nella massima parte, quanto ci resta di un’opera che aveva come scopo quello di ergersi a baluardo della fede cristiana. In un secolo (XVII) dove la nascita della scienza moderna e l’avvicinarsi inesorabile dell’Illuminismo (XVIII secolo), ebbero modo di trasformare la forma mentis degli uomini. Per Pascal occorre comprendere come le scienze naturali ci restituiscono la realtà, non la realtà di cui abbiamo una constatazione empirica immediata, ma indagare quello che c’è sotto l’apparire delle cose, nella convinzione che questo è un lavoro che lo scienziato non esplica globalmente, ma settorialmente. Resta poi da mettere i risultati settoriali in relazione tra loro ed è qui che la filosofia e un certo atteggiamento teologico hanno ancora un ruolo. Pascal avvertì l’insufficenza della matematica, della geometria e più in generale dei numeri, i quali non riuscivano a spiegare tutto. Doveva esserci qualcosa di più grande e alto, qualcosa da cui tutto ha avuto un’origine primigenia. Nelle sue opere troviamo scritto che «la ragione umana è limitata» e che «senza il Cristo non sappiamo che cosa sia la nostra vita, la nostra morte, noi stessi». Se è vero che siamo un ammasso di atomi e che la morte un giorno ne scioglierà i legami, qual’è la loro origine? Qual’è l’origine di quegli atomi che fanno e disfano la materia aggregandosi e sciogliendosi?. «La fede dice bene ciò che i sensi non dicono, ma non il contrario di ciò che essi vedono». Ovvero la fede è un dono di Dio. La ragione può mostrare almeno che questa fede che supera la ragione non è contraria alla natura umana. Vi è una meravigliosa immagine dell’uomo che Pascal affida ad un pensiero: «L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire ed è conscio della superiorità che l’universo ha su di lui; l’universo non ne sa nulla. Tutta la nostra dignità consiste dunque nel pensiero. È in esso che dobbiamo cercare la ragione per elevarci e non nello spazio e nella durata, che non sapremmo riempire. Per lo spazio, l’universo mi comprende e mi inghiotte come un punto; con il pensiero io lo comprendo».

Aggiungo e concludo che la grandezza di questi due pilastri della cristianità risiede nella curiosità illuminata, nel tentativo di dare un nome a tutte le cose del mondo. Nel gettare lo sguardo sempre più in là e nel voler comprendere il perché di ogni atto vitale. C’è sempre un “volto” che io scorgo in ogni uomo di ingegno superiore, una voce che riecheggia dalla letteratura più antica. È come se Ulisse, di tanto in tanto, si facesse uomo davvero e ci ricordasse che «Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Mi piace pensare che da Dante in poi Ulisse è costretto a riprendere il mare all’infinito, ad assumere altri volti nei secoli avvenire, condannato a un eterno ultimo viaggio, verso mete sempre più lontane e straordinarie, oltre ogni limite conosciuto, in uno slancio irrefrenabile ed innato che è proprio degli uomini.

Giuseppe Cetorelli

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