San De Villa: intervista ad una band dalle tante sfumature

Dopo due anni di scrittura e produzione del primo LP, la band ha pubblicato lo splendido videoclip del singolo “Struggle”

Il sound dei San De Villa nasce influenzato dal Trip-Hop e dall’Indie Rock britannico, per poi evolversi sull’eco delle produzioni post e alt-rock americane contemporanee. L’autoproduzione di tre EP e due Singoli ha portato la band ad intraprendere un’intensa attività live in tutta Italia, che vanta tra il 2015 e il 2017 più di 100 date e un seguito in crescita, fino all’uscita dell’LP “What happened to us”.

Ragazzi benvenuti su Uki. Per iniziare volevo chiedervi cosa vi spinge a fare musica?

La musica è un qualcosa che ci ha sempre accompagnato, evolvendosi da una semplice passione al percorso professionistico. Ciascuno di noi a modo suo trova nella musica un mezzo per esprimere tensioni, sensazioni o pensieri che non sono concretizzabili a parole, ma che invece sono perfettamente descritti dai suoni che ricerchiamo.

Da dove avete iniziato?

Leonardo e Giacomo, il nucleo fondante dei San De Villa, hanno iniziato a suonare insieme negli anni del liceo con i classici progetti cover. Poi la volontà di esprimere qualcosa di proprio ha portato a scrivere dei provini e a radunare nel 2012 quelli che poi sono diventati i San De Villa. Da subito abbiamo capito che rinchiuderci nel recinto di un singolo genere non facesse per noi, e abbiamo iniziato un percorso di esplorazione che ci ha fatto passare dal Synth Pop, al Trip Hop, all’Alternative Rock, abbracciando il genere che meglio vestisse una data idea espressiva. Crediamo che ciascuno di questi esperimenti abbia lasciato il segno nella ricchezza sonora del nostro album più recente, “What happened to us?”.

A chi vi siete ispirati?

Non è facile rispondere, perché ognuno di noi ha ascolti diversi e di progetti influenti per noi ce ne sono tanti. Sicuramente per la componente Alt Rock dobbiamo menzionare i The National e i Kings Of Leon, nella ricerca dei temi di chitarra Massimo ha ben presente gli U2, e per il gusto per la centralità delle molte sezioni strumentali dobbiamo sicuramente pensare ai Tame Impala e ai This Will Destroy You.

Quanto, secondo la vostra attitudine, vi sentite contemporanei?

In tutta sincerità, al contempo molto e per niente. Le nuove generazioni sembrano indirizzate verso artisti italiani che suonano principalmente Trap o musica cantautoriale, generi accomunati dalla centralità del testo e dell’immediatezza della fruizione per l’ascoltatore. Noi in questo siamo estremamente controcorrente, anteponendo la potenza espressiva e la ricchezza di sfumature che può raggiungere il suono all’immediatezza. I nostri testi sono criptici, ogni verso è come una pennellata indipendente dal successivo ed insieme con la musica formano l’impressione artistica di una situazione o di uno stato d’animo. Invece ci sentiamo molto contemporanei per la nostra considerazione ed inclusione di elementi vintage nella nostra musica, e per l’imbastardimento dei generi che sempre più sconfinano uno nell’altro negli ultimi anni.

È brutto essere moderni in un periodo dove gli anni ’80 sembrano aver invaso le nostre TV (pensiamo ai canoni estetici di Netflix) e le nostre cuffiette?

Sicuramente la tentazione di inseguire le mode è sempre forte, basti vedere il lungo strascico di progetti minori che hanno seguito gli artisti che hanno riportato in auge quell’estetica. Noi crediamo che l’autenticità sia qualcosa che traspare in un progetto musicale, e noi abbiamo scritto il nostro ultimo album con l’idea di fare “il disco che avremmo sempre voluto sentire”, sostanzialmente fregandocene delle tendenze. Finché si scrive musica che piace a noi e al nostro pubblico noi siamo molto contenti. Naturalmente il giorno in cui il rock tornerà di moda, saremo i primi a esserne felici!

Con chi collaborereste e stimate di più in Italia?

Stimiamo molto il percorso che stanno facendo i Fast Animals And Slow Kids, sicuramente ci farebbe molto piacere collaborare con loro..

Come vi vedete fra dieci anni?

Vogliamo essere ottimisti: belli, grassi e soddisfatti del nostro percorso e ancora nel vivo della scena musicale.

Fra cinque?

Ci piacerebbe molto essere riusciti a farci conoscere e apprezzare nel circuito dell’underground internazionale, aver inanellato qualche apertura importante per artisti di riferimento e magari aver sfondato il muro della radio locali che ci programmano oggi, per raggiungere il grande pubblico sui network radiofonici nazionali.

Fra un anno?

Ci vediamo a rimbalzare per il Paese portando in giro il nostro ultimo album mentre stiamo iniziando a registrare il successivo, ma su questo ancora non vogliamo sbilanciarci!

– Perfetto, noi vi auguriamo il meglio ed intanto senza guardare troppo lontano, vi auguriamo un bel successo a It’sUp2U Rome

Gabriele Edoardo Mastroianni

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