Radio Moscow @ Evol Club (Roma) – 05/2018

Una delle più credibili cult-band del revival psychedelic rock dai tratti più hard rock e stoner

San Lorenzo. Classica sera dell’ultimo quarto di primavera, tra sudore appiccicaticcio, zanzare e un persistentemente pungente odore di salsicce. In giro non c’è ancora quasi nessuno: sono le 21, ancora è presto per un quartiere così notturno. Stasera, in un locale un po’ fuori dal caos, l’Evol Club, suonano i Radio Moscow. Per chi non li conoscesse, avete presente i Blue Cheer o i primi Grand Funk Railroad? Se sì, avete capito di che tipo di musica io stia parlando: fuzz, delay e distorsioni a pioggia, batteria schizofrenica, e quel basso grezzo, grasso e untuoso che può venire soltanto da epoche echeggianti Woodstock (il primo, quello vero: non quello del ’99). Nel caso in cui questi due nomi creassero, di contro, qualche interrogativo, recuperateli entrambi seduta stante (in particolare il “Live Album” dei Grand Funk, ma questa è un’altra storia).

Il locale all’esterno può sembrare tutto e il contrario di tutto: l’unico segno di vita, una vistosissima porta rossa. Entrando, però, si aziona subito la macchina del tempo, fino ad epoche perlomeno da me mai vissute: la gente inizia ad apparire dal nulla, quasi come per sciamanica magia, e si ha la strana sensazione di essere proiettati nell’atmosfera di un club sul Sunset Strip, uno di quelli in cui avresti potuto incontrare Alice Cooper e berci una birra insieme, per intenderci.

Sale sul palco la band d’apertura, i Mr.Bison. Il loro compito è scaldare la serata, e suonando in questa consapevolezza, i ragazzi ci riescono perfettamente: non si torna dal 2018 al 1969 in un colpo solo, e con la musica allora si fa un passo indietro di 25/30 anni: stoner di scuola Kyuss, in cui ho però avuto modo di riscontrare anche qualche lieve influenza alla Rage Against The Machine e qualche delicatissima spruzzatura prog (fenomenale il bridge a dispari sul finale del loro set). Per quanto giovani, i ragazzi sanno davvero il fatto loro: ascoltateli e non ve ne pentirete.

Poi una breve pausa, e salgono loro: un trio di creature mitologiche che davvero sembrano essere stati catapultati nel futuro loro malgrado. La somiglianza già accennata con i primi Grand Funk Railroad diventa ancora più evidente avendo davanti Parker Griggs e sodali: un set tellurico e lisergico, senza pause, né intrattenimenti parlati con il pubblico; la chitarra di Griggs fa da sola, urlando colate magmatiche sonore a getto continuo, sull’ossessivo ed imprevedibile tappeto ritmico creato dagli altri due compagni di band.
Da qui l’inutilità di parlare dei brani singoli, in quanto la sensazione è di assistere ad un un’unica delirante jam session di un’ora e venti, caotica e allucinata come non si sentiva da anni. Ma dopotutto, perché proiettarsi in avanti, quando si suona così meravigliosamente guardandosi indietro? Quei quasi ottanta minuti di musica, compatti, calorosi e potenti di cui si ha costantemente bisogno, scivolano via che è una bellezza; il tempo si sospende e si frantuma, ma da una band che ha come mentore Dan Auerbach dei Black Keys non ci si poteva aspettare di meno.

Infine, il sogno del passato svanisce all’improvviso come era iniziato, lasciandosi dietro un’echeggiante nuvola di fuzz che sfuma poi nel silenzio: è mezzanotte e quaranta, la notte può cominciare.

 

Federico Ciampi

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