Que te pasa, Venezuela?

Gli occhi del mondo su Caracas, e noi sugli occhi del mondo

La crisi venezuelana sta riempiendo le pagine di tutti i giornali del mondo. Al di là dell’effettiva solidità del presidente Nicolás Maduro, è interessante notare come i Paesi Stranieri stiano reagendo agli eventi che si susseguono.

Gli Stati Uniti, senza troppo clamore, hanno fin da subito riconosciuto ad interim Juan Guaidó, leader della Destra autoproclamatosi Presidente il 23 gennaio. L’Unione Europea, rappresentata da Federica Mogherini, si è accodata a Trump, contestando la legittimità delle elezioni del 2018, che videro trionfare Maduro in un clima elettorale teso e con un’opposizione assente. Germania, Spagna, Regno Unito, Francia e altri paesi europei hanno confermato l’appoggio a Guaidó, mentre l’Italia – appellandosi al “principio di non ingerenza” – ha preferito restare neutrale, aprendo al dialogo.
La “difesa della democrazia” viene sbandierata come ragione per supportare Guaidò, che ha colto con il sorriso il supporto delle potenze Occidentali. Tuttavia, va fatto notare come durante le elezioni del 2018 furono invitati tutti i maggiori governi del mondo ad assistere all’andamento del voto. Come spiega molto bene l’ex presidente spagnolo Zapatero in questo video, quasi nessuno accettò l’invito, sostenendo a priori un’irregolarità.
In Venezuela il sistema elettorale è elettronico, automatizzato e in 20 anni si sono tenute 25 elezioni. Il difetto di democrazia viene però già da anni denunciato da USA e Europa, soprattutto per la mancanza di veri organi di controllo sull’esecutivo, insieme ad alcuni atteggiamenti controversi di Maduro, che ha accentrato potere per continuare a governare dopo le elezioni del 2013, in cui prevalse per poco. In Parlamento infatti ad oggi Maduro non ha la maggioranza, capitanata invece da Guaidó.
In questo contesto l’attuale, gravissima, crisi economica nel paese sudamericano, di cui gli oppositori accusano proprio Maduro e il chavismo, viene utilizzata per gonfiare le vele dell’interventismo. Le Destre di tutto il mondo, in Italia con i vari Tajani, Salvini o Renzi, hanno approfittato dell’emergenza per evidenziare l’ennesima sconfitta del maligno dittatore comunista: dimenticando di sottolineare – al di là del fatto che in Venezuela non ci sia il Comunismo – come la questione abbia un significato geopolitico, oltre che ideologico.

Dall’altra parte del fiume, Russia e Cina si sono schierate con l’attuale Governo, insieme alla Turchia e a molti paesi Latinoamericani, tra cui Messico, Cuba e Uruguay. La protezione dei due giganti ha rassicurato momentaneamente Maduro, soprattutto dal punto di vista economico, portandolo ad accettare nuove elezioni parlamentari entro l’anno, ma senza nessun rovesciamento di Governo. Il suo atteggiamento si è ammorbidito, al punto da scrivere al Papa per chiedere mediazione (seguito a ruota da Guaidó). Alle attuali condizioni, l’opinione pubblica americana non giustificherebbe un intervento militare del Governo: il Senato stesso, attraverso il veto dei democratici, ha criticato l’ipotesi. Tuttavia, il perpetuarsi della crisi, esasperata dalle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e che già infetta il Paese al punto di rendere difficile comprare medicine o viveri, potrebbe portare l’emergenza a livelli insostenibili, causando un rovesciamento degli equilibri. La questione degli aiuti umanitari potrebbe già risultare una chiave decisiva per dare una scossa alle due posizioni.

Dalla prima elezione di Chávez nel 1999, il Venezuela è comparso nei giornali internazionali soprattutto per motivi politici, spesso accostato ad un altro Paese latinoamericano, la Cuba di Fidel Castro. Ci si dimentica però di analizzare, come nel caso di Kuwait, Libia, Iraq e Afghanistan, altre caratteristiche di questo Paese.
È noto come la Repubblica Bolivariana de Venezuela possieda le riserve di greggio certificate più grandi del mondo. Esporta praticamente tutto il petrolio che produce, e l’industria ad esso relazionata è la principale economia ed è strettamente legata all’elettorato chavista. L’andamento fluttuante del prezzo del petrolio, tecnicamente gestito dall’OPEC di cui anche il Venezuela fa parte, ha condotto l’economia del Paese a momenti di crescita alternati a gravi crisi come quella attuale. La nazionalizzazione della Società che gestisce l’oro nero, la PSVA, fortemente voluta da Chávez, ha impedito lo sviluppo di un’economia liberista e competitiva nel settore: la scelta va a braccetto con i principi bolivariani del chavismo, che vede nell’imperialismo, vissuto da tutto il popolo latinoamericano, il male assoluto.
Gli Stati Uniti attualmente importano circa il 10% del petrolio proprio dal Venezuela, il quarto in ordine dopo Canada, Arabia Saudita e Iraq. Sicuramente conoscono bene i vantaggi nell’avere un governo satellite relativamente vicino con tanta disponibilità di risorse, in una zona del mondo meno delicata del Medio Oriente, da cui non a caso Trump sta ritirando le milizie.

Nella terra che Vespucci chiamò così in onore della Serenissima, l’attenzione internazionale deve rimanere ai massimi livelli. Simón Bolívar sognava un’America Latina unita, cooperante, libera da assolutismi e controllo ma ancora una volta la realtà si dimostra più complessa e intricata dell’utopia. Proprio nel suo Paese nativo.

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Raffaele Scarpellini
> Blog: “C’era una volta un Re

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7 Comments

  • le pretese americane di difendere la democrazia in tutto il mondo sono il solito tentativo di controllare e trarre profitto dalle risorse naturali , come opera il capitalismo
    e sappiamo tutti che il Venezuela ha le maggiori riserve petrolifere
    gli Stati Uniti hanno avviato la loro strategia di cambio di regime nei confronti del Venezuela, sia direttamente che attraverso i suoi delegati di destra nel paese e nella regione, in concomitanza con la recente inaugurazione di Maduro come presidente.
    Trump vuole delegittimare la presidenza di Maduro e assicurare quella che definisce una “transizione ordinata” a un nuovo governo

    concordo per tutto il resto con Scarpellini …

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