La Q inQuieta di Quine_ tra logica e follia

Le parole di Willard Van Orman Quine e la Questione Mortale della Filosofia...

Mi sveglio presto-presto ed esco veloce-veloce. Quando ogni cosa ancora dorme sotto cristalli umidi e rotondi. Quando il respiro diventa visibile vapore fumoso nell’impatto con l’esterno. Il tragitto fino al parco quasi non esiste, è automatico e istantaneo. Scelgo con cura una panchina isolata, facendo scorrere minuti preziosi: una perdita di tempo necessaria alla perfetta costruzione spazio-temporale della giornata. Mi siedo, scomoda e leggera. Piena di niente e vuota di tutto.

Affamata e nervosa, sfioro la prima pagina: aumento del battito cardiaco, come tutte le mie prime pagine. Oggi è il turno di Willard Van Orman Quine, e di un sobrio Times New Roman in corpo 11. Nero fluido ed elegante. La sua classe e i miei piccoli colpi di tosse, a schiarire voce e intento. Schiena dritta. Sono parola e oggetto. Inizio a leggere, lontana e perfetta.

Silenziose, le sillabe sfoggiano un lucido frac d’altri tempi. Composte, severe e fin troppo garbate, iniziano a muoversi su un valzer viennese. Rimango incantata. Un brivido veloce scende dal collo giù giù in fondo alla schiena. Sorrido senza distrarmi.

Stirata a puntino, una E, ossequiosa e signorile, mi fa cenno di muovermi: imbarazzata, faccio finta di niente, guardando in alto, rapita da un lampadario pieno di tintinnanti gocce di vetro. Ma subito una V, con sguardo serio e autoritario, mi trascina di peso al centro della sala, proprio sotto quell’immenso baldacchino di vetro e luce. Tremante e impacciata, inizio il mio giro, abbracciando una R, sorridendo a una C, annuendo timorosa a una S. Una B, panciuta e indispettita, mi spinge, facendomi urtare violentemente un’enigmatica X intenta a farsi notare in ogni modo. Scusandomi, mi allontano e riprendo il mio ballo con un inquieto signor H, molto affascinante, ma troppo serioso per i miei gusti. Tentando di sfuggire alle dinamiche grammaticali, inizio a volteggiare come una falena stordita. Ruoto-ruoto-ruoto come una O dentro il mio bustino stretto-stretto-stretto più di una I. Mi manca il respiro. Mi gira la testa. E la circonferenza perfetta di questa gonna color Ostrica mi dà la nausea. Proprio come il mollusco insulso “cacanteperlepreziose”: vivo-morto, grigio-bianco, viscido-sodo, non è né carne né pesce. La nausea mi stringe la gola. E non parlo della  nausea di Sartre, ma di nausea fisica, quella vera e ubriaca, quella verde acido che ribolle negli angoli interni delle mascelle in un finale di partita che si conclude abbracciando un ovale di porcellana finissima. E allora che faccio? E allora salto sopra le righe, scivolo sotto, inciampo a destra, cado a sinistra e vengo risucchiata fuori. Vortice a spirale in uno scontro tra linee nemiche. Perdo il segno. Vedo appannato. Una centrifuga veloce di parole: l’intrusa viene sbattuta fuori a calci da una pagina indisponente. Mi fermo. Trovo un punto a cui aggrapparmi. Alzo la testa: ho lo stesso sguardo vitreo di un branzino in pescheria. Rantolo respiratorio secco. Butto fuori un litro e mezzo d’aria e torno viva. Branchie in movimento. Presente: erba, terreno, piedi, gambe, mani, braccia, spalle, collo, testa. Contatto. Sguardo ritrovato. Osservo: sono sveglia.

Un sole timoroso, fiori assonnati, alberi in stadio puberale e cinguettii vari e delicati che si inseguono vivacemente. Primi accenni primaverili: inquieti e timorosi come un bocciolo di rosa adolescente al suo primo appuntamento. Nell’aria, le voci dei bambini che giocano aspettando il suono della campanella. I primi pensionati ansiogeni della mattina sbadigliano nel loro 121esimo giorno di lamentosa apatia. Vittime di un “dolce-far-niente” pieno di colpe, rimpianti e progetti ammuffiti. Quiete assoluta, per un attimo, della guerra sinaptica tra i miei neuroni.

Sospiro. Da capo. Ci sei? Ci sono.

Riprendo a leggere dalla prima riga, lentamente e diligente come una scolara di terza elementare. Senza fronzoli immaginari. Cervello pulsante. Schiena dritta, di nuovo, e muscoli concentrati nello studio. Un po’ di impegno, dai, sii seria.

Parola e Oggetto” di Willard Van Orman Quine. Che titolo, porca miseria: “Word and Object“. Che uomo, Willard Van Orman Quine. Il filosofo dei filosofi: analisi del linguaggio a colazione. Filosofia analitica e logica pura. Mi emoziono ogni volta, nel pensare all’unica scelta giusta della mia vita: la filosofia. Respiro lento. Ci siamo. Tutto bene. Resisto.

Parola e Oggetto” di Willard Van Orman Quine. P, O, W, V, O… Le prime lettere sono tutte Maiuscole. Tutte perfettamente leggibili e immobili, adeguate a una lettura di prima classe. Ferme. Precise. Sull’attenti. Una linea impeccabile. Belle. E poi arriva la Q. Quella Q

Lettera affascinante la Q, non trovate? Superba regina di picche. Una Q dondolante e annoiata che, non appena mi vede titubante sulla pagina, sfodera un sorriso a tutto tondo da vera femme fatale. Cupa e misteriosa prima donna. Liquida e surreale.

Lei è la Q decisa di Questo e di Quello, la Q serena della Quiete e quella terrifica dell’inQuietudine. Lei è la Q numerica del Quattro, la Q imperiosa di un Quando, la Q maliarda di un Quindi.

Lei è la Q dubbiosa del Quesito, e la Q abissale e dilaniante di un Qualcosa-Qualcuno-Qualsiasi.

Lei è la Q che si inchina, vi dà le spalle e se ne va, tuffandosi in una scrittura densa e opaca.

La Q perfetta di Quintessenza.

Sensuale e vellutata, mi guarda, mi scruta, mi invade, mentre si esibisce in un magistrale inchino sinistro. Si divincola sinuosa per uscire dalla gabbia di un testo troppo stretto e, sgomitando tra la P di Peccato e la R di Ragione, mi afferra e mi tira giù con sé. Precipito rovinosamente dentro la pagina e vengo sommersa da un morbido e melmoso inchiostro nero. Vischioso catrame linguistico che scorre, ora lento ora veloce, tra provvidenziali spazi bianchi di salvataggio. Affondo, galleggio, risalgo, e giù di nuovo. Cerco un paratesto salvifico a cui tenermi stretta, ma le onde mi sbattono contro la gabbia e di rimbalzo su un punto e virgola, reietto e ostinato, che mi scaccia rabbiosamente. Mi aggrappo a una parentesi, a dei punti di sospensione, ma niente: troppo instabili. Il punto è troppo lontano. Finalmente vedo qualcosa, una banchina, un salvagente: mi arrampico e  respiro boccate d’aria affannose. Alzo lo sguardo e capisco dove sono. Scoppia un buio improvviso. Ha inizio la notte scura delle parole. Bianca e volta si avvicinano cautamente l’una all’altra. Si accordano come due amanti che si scoprono nuovi, lenti e sospettosi, cercando di prendere confidenza con i reciproci corpi. Due amanti che, appena intuito l’incastro giusto, si chiudono istantaneamente l’uno sull’altro, in uno schianto ermetico e definitivo. Colpo secco e improvviso.

Il libro si chiude su di sé. Sono dentro. Sono chiusa dentro. Sono chiusa dentro un prologo infame e dispersivo. Io, che tanto adoro gli incipit. Io che credo che i primi venti minuti di narrazione,  letteraria o cinematografica, siano sempre stupendi. O almeno soddisfacenti. Adeguati. Carini? Uguali. Qualsiasi incipit di qualunque creazione artistica ha la mia approvazione. Ed è proprio come scartare un regalo: fino a quando non avete chiaro davanti agli occhi di cosa si tratta, tutto può essere. E quando tutto può essere, tutto può essere bello, giusto, perfetto. Mentre ora, invece, sono qui: catturata nella tela di questo lungo preludio subdolo e traditore. Inebetita dal tonfo pesante di 354 pagine. Incastrata tra le grazie di un corsivo stucchevole. Spiaccicata come una stupida mosca tra due pagine piene di sillabe, sintassi ricercate, metafore barocche, lettere asociali, sospensioni di senso, articoli determinativi, sostantivi dittatoriali, aggettivi superflui e proposizioni agonizzanti.

Rimango dentro. Immobile e senza senso. Come questa intricata materia grigia che a poco mi è sempre servita. Scagliata in un fango semiotico astruso. Gettata nell’Esser-ci pieno di significato. Caro Heidegger, in questo momento, trovo inutile e prolisso pure te.

Muta. Paralizzata. Intrappolata qua, forse per sempre. Nel carcere della scrittura.

So che non c’è lotta. Scontro impari e pericoloso. Neanche tento di liberarmi. Abituata alle paludi di parole, so che più tenti di liberarti e più ti aggrovigli, con movimenti e sbagli irreparabili. E allora? E allora aspetto di affogare. Credete sia spaventata? No. Mi fa più paura tentare di uscire. In fondo, tutti dobbiamo affrontare una fine. I più abili se la costruiscono, la propria fine. E allora che questa sia la mia. Una fine calda e conosciuta, in fondo. La scelgo e mi rassegno. Chiudo gli occhi e mi lascio cullare, pensando che c’è ancora chi sostiene che la filosofia non sia “Questione mortale”…

Romina Bicicchi

 

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