Prodigy @RockInRoma (06/2014)

La solita bomba... e forse per quello, un po' fiacca, ma i Prodigy continuano a far ballare!

L’estate romana per me è ufficialmente cominciata.
Dopo una settimana passata sulla canoa per attraversare un Raccordo assomigliante più al Mar Rosso che altro, questo weekend di sole me lo sono goduto regalandomi il biglietto dei Prodigy.
Il gruppo inglese ha suonato durante la manifestazione Rock in Roma, accompagnato in apertura dai Die Antwoord.
Premessa: il costo del biglietto non era simbolico per chi, come me, non rientra negli 80 euro di Renzi né tantomeno è l’amministratore delegato della Fiat, ma un concerto del genere non me lo sarei perso per nulla al mondo. Troppa gente tutta insieme per restare a casa a mangiare pane e cipolla mentre danno le nuove puntate di “Il mio grosso grasso matrimonio gipsy” su RealTime.
La serata comincia al punto ristoro all’interno dell’Ippodromo delle Capannelle, dove decidiamo di cenare all’insegna di un’alimentazione sana ed equilibrata basata sulla triade hot dog, birra e patatine.
Le persone cominciano ad arrivare: giovani che l’elettronica degli anni ’90 l’hanno vista su History Channel e meno giovani che l’hanno inventata. Fanno la loro comparsa i marsupi, la rasatura laterale, i colori sgargianti e tutto il kit del raverino (per chi chiama da fuori Roma: il raverino è -appunto- colui che frequenta i rave).
Alle nove in punto, mentre noi ancora stavamo raggiungendo la nuova area dei concerti all’interno dell’ippodromo, salgono sul palco i Die Antwoord, gruppo sudafricano che fa parte di un movimento che viene definito elettrorap o rap-rave (o “zef”, genere musicale nato nei sobborghi di Capetown).
Si presentano nella solita formazione a tre -i due cantanti Ninja e Yo-Landi Vi$$er, più Dj Hi-Tek- accompagnata da due ballerine e il fidato pupazzo fallico, che chi conosce il gruppo sa identificare in una specie di allegro Casper con un grosso membro tra le braccia.
Dal momento in cui salgono, al momento in cui annunciano gli headliner, i Die Antwoord fanno il loro dovere egregiamente: ci fanno ballare. Il sole nel frattempo è tramontato e le luci sul palco creano l’atmosfera giusta per cominciare a sudare. E il pubblico lo fa, suda, balla, agita la testa e disegna in aria le note con le mani. Io anche, incurante delle patatine ingurgitate, mi annodo la maglietta sotto il seno e seguo la folla. Mi mancano gli occhiali da sole a specchio rotondi e poi sembrerei uscita direttamente dal 1992.
I pezzi sono quelli conosciuti: tra gli altri “Fatty Boom Boom“, “I Fink You Freeky“, “Wat Pomp” e durante l’encore “Enter The Ninja“, ma si fanno sentire anche tracce dall’ultima fatica, come “Pitbull Terrier”, durante il quale Ninja indossa una maschera inquietante da pitbull –appunto– come nell’omonimo video.
Quando se ne vanno, io sono già fradicia e stanca e ho quasi il terrore del pezzo forte della serata. Mi pongo domande come faceva Gigliola Cinquetti (se ho l’età per esempio), mentre sul palco i tecnici trafficano e la scenografia cambia.
Alla fine entrano i Prodigy ed è di nuovo il panico. I suoni arrivano come fucilate, tu vorresti fingerti morta ma il corpo vive di vita propria, viene tirato da fili immaginari e la band inglese è il burattinaio.La prima canzone è “Breathe” e ho detto tutto. Seguiranno “Voodoo People“, “Firestarter“, “Smack My Bitch Up“, “Poison“, “Invaders Must Die” e altro ancora. Vengono suonate alcune delle tracce che andranno a formare il nuovo lavoro del gruppo (“Jetfighter“, “Rock Weiler“).

 

Lo schieramento, anche per loro come per i sudafricani, è il tradizionale “a tre”, ma con l’aggiunta del batterista Leo Crabtree e del chitarrista/bassista Rob Holliday, che rendono ancora più corposa l’esecuzione. Soprattutto l’ultimo, già turnista per Marilyn Manson e The Mission (tra gli altri), è a suo agio sul palco come io lo sono con una lasagna. Corre da una parte all’altra, solleva la chitarra al cielo, salta sulle casse e tira acqua sul pubblico.
C’è un ma.

Keith Flint non è più il giaguaro di una volta, mentre Maxim è in gran forma e sembra seriamente pronto a sbranare la folla. D’altronde tutto da solo non può fare e la performance del gruppo ne risente un po’ durante l’ultima parte del concerto.

Giusto un po’, perché poi i Prodigy sono una macchina da guerra. Se la folla durante i Die Antwoord ha ballato, ora ha superato il livello successivo.
Eppure manca qualcosa. Tutto impeccabile, bella la cassapanca, bella la boiserie, ma io mi sono divertita di più con i Die Antwoord.
Forse sto invecchiando ed ero già stanca quando hanno suonato i Prodigy, forse i sudafricani risultano più freschi, mentre noi, diciamocelo, non siamo più la “jilted generation”, fatto sta che è mancata un po’ di quella rabbia costruttiva che probabilmente viene meno quando il tuo lavoro lo sai fare a occhi chiusi.

Questa però è una mia opinione e tale resta, nulla togliendo al fatto che è stato un concerto che ha valso tutti i soldi del biglietto e che se vi siete persi, avete fatto male!

 

Nota a margine: nel caso non siate venuti per vedere “Il mio grosso grasso matrimonio gipsy”, raccontatemelo almeno.

Agnese Iannone

 

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