Pearl Jam: orizzonti di retrospettiva mondiale…

Una retrospettiva fotografica della storia della band... solo per veri fans!

Correva l’anno 1996, novembre per l’esattezza, e i Pearl Jam suonavano a Roma, in quello che sarebbe poi diventato il Palalottomatica. Il mese dopo avrei compiuto sedici anni, frequentavo il secondo anno del liceo e quello era il periodo della rabbia giovanile (contro chi non si sa, ma gli adolescenti prima o poi si arrabbiano), di un abbigliamento discutibile e di album storici come “No Code“ e “Unplugged“ degli Alice in Chains.
Quella fu l’unica volta che vidi un concerto dei Pearl Jam, sufficiente però a renderli una delle mie band preferite di sempre, tanto da provare un affetto quasi parentale nonostante altri dischi siano arrivati a farmi piangere. Oggi Spotify suona The National e l’ultimo dei Sigur Ròs, ma il finale di “Black“ continua a commuovermi.

Quando leggo della prima retrospettiva mondiale in loro onore, organizzata proprio a Roma, mi sento orgogliosa come una madre durante il saggio di pianoforte del figlio e mi precipito a vederla, armata di sorella partecipe e comprensiva (sempre roba di famiglia, sono una ragazza attaccata alle tradizioni).
La mostra, gratuita, si intitola “Five Horizons“ e ripercorre la carriera del gruppo di Seattle dagli esordi fino ai giorni nostri, attraverso gli scatti di alcuni fotografi che li hanno seguiti in questi anni. L’idea nasce non solo come testimonianza dell’attività pluriventennale della band, ma soprattutto come tributo che i Pearl Jam fanno ai loro fan italiani e alla città protagonista di momenti importanti nelle loro vite.
Arriviamo a martedì 18 giugno, giorno in cui decido di andare all’Auditorium Parco della Musica. Temperatura: 451 gradi Farhenheit, il libretto della macchina sta prendendo fuoco e all’altezza del Foro Italico, io e mia sorella cominciamo a vedere santità varie. Poco importa, la cultura richiede i suoi sacrifici e, dopo aver parcheggiato poco distante e saltellato tra una chiazza d’ombra e un’altra per non rischiare di finire al Sant’Eugenio, entriamo nella zona di sicurezza aria-condizionata dell’Auditorium.

Va subito detto che la mostra raccoglie foto molto suggestive, alcune più famose –come quelle in bianco e nero del Lollapalooza quando Eddie Vedder si arrampicò su un’ impalcatura per andare a recuperare il microfono che aveva lanciato-  alcune forse meno, ma altrettanto belle, che immortalano scene sul palco e non..
Il criterio che è stato seguito nell’esposizione è stato quello temporale. Le foto vanno dai concerti del 1984 dei Green River (prima formazione in cui militavano insieme Jeff Ament e Stone Gossard), allo shooting del 2013 in occasione dell’uscita del disco solista di Vedder, “Ukulele Songs“.
Fin qui tutto bene, Ma passiamo alle note dolenti, del tutto personali, che hanno un po’deluso le aspettative.
La mostra è la prima retrospettiva mondiale sui Pearl Jam, ma nella disposizione degli scatti non viene dato sufficiente risalto alla cosa, tanto che le foto sembrano lì quasi per caso, come arredo delle sale. Lo stesso percorso, che dovrebbe accompagnare il visitatore durante la lunga carriera del gruppo, non è ben segnalato e solo per “tigna” abbiamo notato che l’allestimento continuava in altri spazi.
Apprezzabile il tentativo di mettere le loro canzoni per rendere l’esperienza multisensoriale, peccato che il suono usciva flebile, come attraverso una radiolina in lontananza, e veniva coperto da rumori neanche troppo di sottofondo.
Sfortuna vuole che nello stesso giorno erano in corso i preparativi per l’assemblea elettiva della Confesercenti,  che ha reso difficoltosa la visita in alcuni punti, soprattutto quando abbiamo dovuto letteralmente scavalcare degli stand per l’accredito degli ospiti, sistemati con noncuranza troppo vicino alle foto. Il rovescio della medaglia è che nel momento in cui sto scrivendo, l’assemblea ormai si è tenuta e quindi  non rischierete di fare parkour. Forse.
Il pericolo maggiore, in cui probabilmente incorrerete, sarà finire nel gorgo cacofonico chiamato sound corner, dove vi verrà propinata a ripetizione l’opera di Hildegard Westerkamp, dal titolo “Cricket voice“. Se non vi allontanerete in fretta, sarete costretti ad ascoltare il canto di un grillo nel deserto, che ha l’effetto magnetico di un segnale inviato da una civiltà aliena. Fastidioso ma inspiegabilmente ipnotico.

Infine una precisazione va fatta a proposito delle didascalie di accompagnamento agli scatti. Va bene che non è la retrospettiva mondiale dell’Accademia della Crusca, ma una revisione finale io l’avrei stabilita, tanto per non rischiare di leggere cose del tipo: “Eddie Vedder a dorso nudo”. Ma è una modestissima opinione.
In conclusione, la mostra forse si rivela più adatta ai fan dei PJ che non a un pubblico generalmente dedito alla fotografia, ma d’altronde io sono una loro ammiratrice dal 1996 e tutto sommato una madre lo va a vedere comunque il saggio di un figlio, anche se sbaglia qualche nota.

Agnese Iannone

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