Pasqua 666: le colombe son pandori

L'Isis, l'ebola e la colomba pasquale. Perché... "de fellationibus non disputandum est"

Io non credo in Dio.
Non credo nelle sue rivelazioni, non credo nella sua dottrina, nelle sue consacrazioni religiose, nelle sue preghiere, nei suoi miracoli, nel suo nome, nel suo essere o non-essere: da quanto non esiste, si direbbe paradossalmente impronunciabile, questo Signore. Ma “facciamo finta che” se ne possa almeno disquisire placidamente, ipotizzandolo e fantasticando su di lui, come quando si accenna ad alieni, fantasmi, presenze, energie diffuse, Bin Laden, uomini comprensivi, bionde intelligenti, creme antirughe, orgasmi anali diretti e voci nella testa.

Data la mia assoluta non credenza, è facilmente ipotizzabile il mio disagio durante le festività cattolico-cristiane. Mi infastidiscono, mi irritano, mi innervosiscono e, alla fine, non mi interessano. Le evito, pur incastrata in un Paese infestato da vesti clericali di ricca fattura. Ma, come potete intuire, braccata da voi “festeggianti”, mi sento decisamente in imbarazzo quando mi dite “Auguri!”. Ma quali “Auguri”? Cosa mi stai augurando? Di passare una Buona Pasqua? Un Buon Natale? Oh, perché? Fosse un giorno qualunque mi manderesti a fanculo? “Si va bene di nulla!”, diceva mi nonno.
Io, allora, come se mi rubassero l’8×1000, mi tengo stretta il mio angolino di non-festività, tentando di arginare ed evitare ogni riferimento giornalistico, televisivo, radiofonico e visivo che mi rimandi a canzoncine, sorrisetti, regalini, luci, lucine e lucette natalizie, uova di gallina, quaglia o cioccolato: la cosa è estremamente difficile, credetemi. Ma, come sfogo precario e plausibile, come palliativo alla melma natalizia o pasquale, in questi giorni di lieta festività l’unica cosa che resta da fare a una povera dissidente come me, è imprecare verso qualsiasi manifestazione del Cristo con lauti e ben pasciuti bestemmioni toscani. Che qualche dio esista o non esista poco importa: l’invettiva è comunque salutare e ricreativa.

Ma non è questo il punto. La mia riflessione odierna verte su un altro aspetto delle feste pseudo, proto e post religiose: i dolci. E parlo di tutti i dolci, quelli natalizi e quelli pasquali. I dolci delle vostre sacrosante festività. Quei dolci industriali, chimici e pieni di acidi grassi saturi che la cattolicissima industria dolciaria ci propina ogni anno, cambiando solo i colori della confezione. Quei dolci insulsi e ultracalorici con cui vi ingozzate come bestie da macello. Quei dolci da orticaria che “è Natale e a Natale si può fare di più, è Natale e a Natale si può amare di più, è Natale e a Natale si può fare di più per noi: a Natale puoi”… e la Madonna imburrata. Quei dolci da pena di morte all’autore di tutti i Jingle Bells della storia mondiale.
Ma la fregatura intrinseca a tutte queste torture dolciarie è un’altra: i dolci natalizi sono l’esatto calco di quelli pasquali e viceversa. Non solo il governo, ma pure l’industria dolciaria ci prende in giro, dandoci lo stesso impasto base per tutte le feste del Santo Signore (da non ignorare il riferimento: SS). Forse perché, estremamente osservanti, vogliono ricreare ogni volta il sangue e il corpo di Cristo? Che si sa, come lo metti lo metti, schietto, con vino, ghiaccio o cetriolini… sempre corpo di Cristo rimane, cari cannibali. Che il panettone sia una rappresentazione figurata, una metafora del corpo santificato? Che l’incarto a festa simboleggi la sindone? E l’uvetta? E i canditi? Simboli del dolce sguardo che il nazareno sulla croce rivolse ai due ladroni, o semplici uvetta&canditi carianti? E come non parlare del torrone? Quella cosa bianca latte, di apparenza buona ed essenza diabolica, che non appena lo mordi ti si spezza un molare a caso, frammenti di mandorle ti si incastrano tra mascella e gengive, e tu inizi a bestemmiare forte forte fino a far morire di nuovo colui che ha provocato tutto questo calvario, e poi alla fine esulti perché sì… si sta sciogliendo, aspetta che si è tolto dall’otturazione, ok ci siamo, si scioglie, no si attacca di nuovo, sì buono, sì dolce, ma alla fine di cosa sa? Tutto ‘sto travaglio e poi? Sa solo di “dolce”? Si. E ti rassegni. Sospirone lungo per l’otturazione non saltata e andare: rassegnazione pura. Ti rassegni allo zucchero. Tu morirai di diabete, caro mio. Il Cristo è morto di pratiche BDSM: a ognuno il suo vizio, a ognuno la sua morte. Ed è un’amara similitudine esistenziale: come la vita. Ma che vuoi fare? La butti via quella? E il torrone, lo butti via? No, li tieni, vita e torrone: duri, dolci, a volte spezzano i denti. Guardi avanti e li mangi entrambi: la vita e il torrone. Ricominci la maratona e ne mordi un altro pezzo. Ormai si deve finire. Il torrone? No, la vita. Allegorie umane e d’industria dolciaria. Convertiamoci al panforte, invece. Quello sì che dà soddisfazione. Il panforte: tutta n’artracosa. Morbido, soffice, candito, speziato, profumato, pastoso, spumoso e gommoso. Avvolto in un bianco-carta e zucchero a velo, il panforte è apologia di un Oriente sconosciuto e misterioso. Punto.

Ma il nocciolo della questione è un altro, come vi ho detto prima di perdermi tra gli zuccheri: i dolci pasquali sono il calco esatto di quelli natalizi. E viceversa, Dio li fulmini. I signori del dolciume cristiano riprendono la base natalizia, ci mettono dentro un po’ di crema, un paio di mandorle, cioccolata a profusione, due granelli di zucchero, un fiume di glassa (che Dio inesistente la benedica sempre) un par d’uccelli volanti sulla confezione et voilà! Daje col rito di primavera. Pronto per i fedeli che lo pagano. Quanto si paga una colomba? Sempre troppo per essere un panettone basso, largo e senza uvetta. Due canditi come oasi nel deserto, voragini di vuoto pastafrolla e scivolate di crema liquorosa e verticale. Un morso dona coliti per due mesi.
La “colomba pasquale”. Parliamone. Perché non il piccione chantilly, la strufola piccadilly o il fringuello nocciolone? L’impasto, comunque, è sempre quello del pandoro o del corpo di Cristo. Se annusate la carta, sentite odore di sacrestia. Come in politica: la forma cambia, il contenuto rimane. Come nella la vita. Come l’Isis e l’Intelligence, l’ebola e la peste, il Panoptycon e il carcere di Santo Stefano, Renzi e Silvio, l’inquinamento e l’ecologia, il botox e i complotti sul New World Order. Maledetta industria dolciaria. Che si sappia: le colombe son pandori.
E so’ tutti cazzi nostri.

Romina Bicicchi

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