Parmenide e l’Essere

Quando ci sembrerà di aver aperto l’ultima ci accorgeremo che davanti c’è un’altra porta da schiudere, un’altra finestra da cui osservare

Vorrei partire da un’immagine superlativa, attinta dal mondo dell’arte.
Supponiamo di essere in Vaticano e di aprire lo scrigno meraviglioso dei suoi tesori. D’improvviso, attraversando Le Stanze di Raffaello – quattro sale in sequenza che fanno parte dei Musei Vaticani – incontriamo un ampio affresco: “la Scuola di Atene“, “Stanza della Segnatura“. Così, all’interno di una architettura magniloquente e di impronta classica, sono rappresentati filosofi e saggi dell’antichità greca. Al centro della scena spiccano le figure di Platone e Aristotele, in primo piano e alla sinistra dell’osservatore vi è Parmenide, intento a dibattere di questioni di ordine filosofico.
Ora quello che si incontra comunemente, negli studi odierni sulla filosofia greca, è il tentativo di restituire contenuti remotissimi con gli strumenti più moderni, condizionati dalle formule e dai metodi più recenti della ricerca storica, in soldoni con il linguaggio filologico.

Parmenide è il filosofo dell’”Essere“, padre di quella che poi si chiamerà “Ontologia“. Visse nella prima metà del V secolo a.C ed ebbe modo di influenzare i filosofi successivi, a cominciare da Socrate poi Platone e Aristotele.
Traccia un solco profondo che divide quanti lo precedono da quanti lo seguono lungo la storia del pensiero filosofico. Il suo più grande merito è quello di portare alla luce un problema alla cui soluzione è impegnata instancabilmente tutta la filosofia antica.
Quello che di Parmenide fu comunemente accettato è il concetto dell’indistruttibilità della Sostanza, ossia tutto quello che c’è non ha un’origine ma è sempre stato.
A mutare nel tempo è la superficie delle cose, l’essenza è destinata a perpetuarsi costantemente come un flusso ininterrotto.

Platone intitola Parmenide un celebre dialogo immaginario, dove i protagonisti sono Parmenide e Zenone di Elea (Gli eleatici) alle prese con Socrate circa le idee e il monismo.

Giocando con il tempo e spostandoci nel XVI – XVII secolo l’eco di Parmenide è presente nell’opera tragica di Shakespeare: Amleto, immaginario principe di Danimarca si interroga sull’essere e il non essere in un monologo divenuto pietra miliare della teatralogia.

Nel Novecento vi è un’opera capitale che nasce in ambito filosofico ma appartiene a tutti noi. Pubblicato nel 1927, “Essere e tempo” non è solo il libro cui si deve la fama filosofica di Martin Heidegger, ma è anche l’emblema di come un “problema” antico abbia resistito a numerosi tentativi di interpretazione definitiva nel corso dei secoli.
Esso intende risvegliare la comprensione di quel problema del senso dell’essere, che dopo i suoi esordi greci ha finito per oscurarsi nella storia della “Metafisica“. Giacché la domanda sull’essere è tipica dell’uomo, si tratta di analizzare in primo luogo l’”esserci” dell’uomo, da Platone ad Hegel contemplando anche l’abbrivio parmenideo.
Heidegger cita Parmenide in “Essere e Tempo” spiegando ciò che svela l’essere con le parole che seguono: «Essere è ciò che si mostra nel puro percepire visivo-intuitivo, e solo questo vedere svela l’essere. La verità originaria e genuina sta solo nella pura visione intuitiva. Questa tesi resta tuttora il fondamento della filosofia occidentale. In essa trova il suo motivo anche la dialettica di Hegel, che solo su tale base è possibile» (Essere e Tempo pag. 246, ed. Mondadori anno 2015).

Nel panorama filosofico italiano del Novecento gli alfieri del pensiero parmenideo sono stati Gustavo Bontadini ed Emanuele Severino.
Tra i due grandi studiosi il legame era quello di maestro – allievo, metafisici radicati nel cuore del pensiero moderno.

Come abbiamo constatato il punto focale dell’Essere è lì da più di due millenni, e sicuramente accompagnerà la storia del pensiero ancora per molto.
Siamo partiti dalla “Stanza della Segnatura” e dalla “Scuola di Atene” in viaggio per arrivare sino al XX secolo, a ritroso sino alle scaturigini parmenidee cercando di reperire la spiegazione ultima. Quella che potesse pronunciare la parola definitiva sulla questione dell’Essere, ma non l’abbiamo trovata e immagino che sarà così sempre, poiché la ragione profonda dell’uomo è abissale e insondabile. Quando ci sembrerà di aver aperto l’ultima ci accorgeremo che davanti c’è un’altra porta da schiudere, un’altra finestra da cui osservare.

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