Paolo Benvegnù: “H3+”. Dai primordi della Terra al mondo vegetale

Lo spettacolo-concerto è un viaggio ai primordi del mondo, alla scoperta di una terra distrutta e rinata sotto forma di pioggia, riossigenata dalla comparsa del mondo vegetale. A restituire la memoria di tutto questo, la coscienza e la visione dell’ “Homo Selvaticus” che ne è stato testimone, con le cassette di un vecchio registratore.

Prima dello spettacolo mi chiedevo con cosa mi avrebbe stupito Paolo Benvegnù, dopo lo spettacolo mi sono invece iniziato a chiedere quale fosse il limite del Signor Paolo Benvegnù, perché se nel detto popolare si dice che l’unico limite è il cielo, qui lo si è ben oltrepassato verso lo spazio profondo, profondissimo per poi collassare verso l’interno, verso la natura più intima dell’uomo.

Devo dire la verità, ero partito preparato, avevo parlato diverse volte con Paolo e avevo avuto lo script e le musiche in anteprima (non sono un haker, li ho semplicemente chiesti finché in preda all’esaurimento non si è convinto a mandarmi il tutto) eppure, nonostante fossi a conoscenza di molto, sono rimasto sconvolto dalla bellezza e dalla profondità, dai voli pindarici e dalla sensibilità, oltre che dalle trovate di chi il teatro (e solo il teatro) fa di professione.

È molto difficile scendere nei dettagli, sia per il rischio di anticipare che per quello di fraintendere, quindi cercherò di fare il tutto secondo i crismi di chi l’arte e la curiosità per l’arte la rispetta. E giuro che la rispetto.

Partiamo dal fatto che è uno spettacolo basato sugli ultimi tre dischi di Paolo Benvegnù e che è composto da una parte in prosa e da una parte in forma canzone.

La parte in forma canzone è la più semplice da spiegare poiché ci sono le canzoni a cui è familiare l’ascoltatore di Benvegnù, sono brani abbastanza fedeli alla versione originale e suonati da una band ormai più che collaudata, la musica arriva diretta nella sua bellezza ed ha in più la meraviglia dell’ascolto nel teatro che arricchisce qualcosa già incantevole.

Ora veniamo alla parte più complicata e allo stesso tempo più nuova: le marionette. Si, all’interno dello spettacolo c’è una buona parte lasciata al vecchio strumento delle marionette, gli vengono affidate sia le scene più comiche che quelle che sfociano nel metateatro (che si eleva al cubo in alcune situazioni) e nella metafisica, dimostrando un impianto teorico sopraffino e mai lezioso. Assistendo allo spettacolo, viene spesso da chiedersi se siamo burattini o burattinai, padroni del nostro destino o semplici esecutori di noi stessi, e qui sta parte della grandezza dello spettacolo, ti accompagna fino a quel punto in cui ti poni le domande giuste e ti ritrovi a doverti dare una risposta.

Alle marionette presenti nel teatro nel teatro se ne aggiunge un’altra che recupera e fa ascoltare le registrazioni di viaggio dell’esploratore spaziale Victor Neuer (personaggio immaginario e immaginifico della trilogia) e che ha anche altri compiti ben più importanti oltre ad essere, allo stesso tempo, carica di un significato simbolico molto più alto, che si eleva ulteriormente nella parte finale dello spettacolo.

Sono inoltre presenti due schermi in cui procedono due monologhi apparentemente paralleli tra un angelo ed un diavolo, realizzati con chiari riferimenti grafici a Dave McKean, già collaboratore di Neil Gaiman, che sono pura poesia intimista ed esistenzialista.

La ricerca di Paolo Benvegnù è profonda e mai banale ma soprattutto ha il coraggio di toccare temi enormi senza la presunzione di chi sostiene di avere una risposta (impossibile da avere) e con l’attenzione di chi ha la consapevolezza di poter dare un’opinione (o un’interpretazione al massimo) su questioni che ci accompagnano dall’alba dei tempi e probabilmente continueranno fino al loro tramonto.

 

Nicholas Ciuferri

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