Ora

di Daniela Montella

. – È ora. –

 

Alzo sguardo, anima e mente verso l’essere. L’unica mia reazione plausibile sarebbe quella di prenderlo a testate fino a farlo diventare parte integrante del muro. Non lo faccio, lo immagino e basta. Lui sa quello che vorrei, ma non parla, non vuole rispondermi, la mia furia lo tocca appena. Non si lascia certo impressionare. Ogni giorno ha a che fare con gente come me. Gente che vorrebbe distruggerlo. Corromperlo. Tritarlo. Ucciderlo. Comprarlo. Squartarlo. Cacciarlo. Dirgli di aver sbagliato giorno, casa, anno, persona, mestiere, vita, tutto. Cercare di confonderlo. Sfaldarlo come fosse un castello di carte. Un tocco e via. Una preda che vuole cavarsela stordendo il cacciatore di chiacchiere, e guadagnarsi così l’eterna gioia senza pagare. L’eterno senza lui. Lo guardo. Ha l’aspetto di un uomo ben nutrito, curato, un borghese in doppiopetto sgargiante. Ha un giglio rosso all’occhiello e mi fissa mostrando i canini. Il suo sorriso, la sua ultima parola: è ora.

 

Ora. Mi guardo intorno. Vado alla toeletta di legno intagliato in stile tardo barocco dipinto con pagliuzze d’oro, mi guardo allo specchio. Una ciocca di capelli ribelle. Afferro le forbici d’argento. La taglio via. Vorrei raparmi a zero. Poso le forbici accanto al flacone dello Chanel n° 5 pieno per metà. Lo afferro. Due gocce dietro le orecchie, una alla base del collo, una sul polso da sfregare con l’altro. Fatto. Profumata e in ordine. Il trucco sembra reggere. Quasi. Vorrei uccidermi ma sono già morta. Passo il pennello del fard sulle guance. Troppo. Lo alleggerisco tamponando con un fazzoletto Vivienne Westwood della stagione passata. Mi volto a guardarlo. Lui china appena la testa, untuoso, senza distogliere sguardo e canini da me.

 

– Prego, faccia con calma. –

 

Certo. Farò con calma perché lo sono, calma. Eccome se lo sono. Non ho mai avuto un momento di stallo da questa perfezione pacifica dei sensi. La mia vita. Un lusso. Gioia d’esistere. Apro l’armadio. Guardo le scarpe. Così tante. Così belle. Non potrò portarle tutte. Il solo pensiero mi stringe il cuore più del resto. Più di tutto. Dovrò abbandonare le mie scarpe. Le butteranno via. Le mie Prada. Le mie Gucci. Le mie Armani. Le mie Chanel. Le mie Patrizia Pepe, le mie Vivienne Westwood, le mie Versace, le mie RoccoBarocco. Tutte via. Avrò un solo paio per il resto dell’eternità. Non so cosa scegliere. Il vestito l’ho già messo e mi va bene. Tubino nero fino al ginocchio, coperto di pizzo verde bottiglia. Coprispalle di seta color panna foderato di maglina. Elegante ma sportiva. Dolcemente alla moda ma allo stesso tempo comoda. Abbinamento perfetto per un cocktail party. Una festa di compleanno in yatch. Un aperitivo.

 

– Suggerisco calzature aperte o leggere, madama. –

 

Aperte o leggere. Scelgo un paio di decolleteès nere col cinturino. Tacco sette centimetri. Le infilo. Non mi guardo allo specchio, non voglio più. Non so quale sia il mio viso. Mi hanno parlato dei cambiamenti improvvisi dei primi minuti. La pelle che cade. Il naso polverizzato. Le labbra gonfie di pus. I capelli che diventano bianchi a ciocche, le unghie improvvisamente gialle, le macchie nere – no, davvero, non voglio rischiare di vedermi così. Voglio ricordarmi nel momento in cui taglio via quel ciuffo di capelli e basta. Lo sguardo di guerriera silenziosa. Le labbra tumide. Quella ero io e quell’immagine devo conservare nella mia mente, non c’è niente altro. Non c’è il cadavere, no, nessun patto, nessuna resa, nessun viaggio; non dovrò mai pensarmi morta. Mai. Chiudo l’armadio. Sono pronta. Forse dovrei portare qualcosa con me. Un libro. Un quaderno per scrivere. Ricordo, l’istante dopo, senza che lui apra bocca, che oltre me stessa non posso portare altro. Giusto. Me lo aveva detto. Me lo ha sempre detto. Non dovevo neanche pensarlo. Tanti libri, tanti sogni, tanti soldi in banca: ed ecco il mio destino. Un completo per l’inferno e il vuoto intorno. I suoi canini. Per il resto dell’eternità dovrò fissare quei canini e sperare che non voglia sventrarmi di baci. Anche se lo facesse non potrei comunque dirgli niente, può fare quello che vuole con me. Metterò le mani nelle sue e sarà fatta.

 

– Scelta indicata, molto elegante –

 

Annuisce, approvando le mie scarpe. La ciocca di capelli che ho tagliato. Il profumo. Mi guarda. Lui non è mai cambiato. Sono passati settantacinque anni da quando ci siamo lasciati. Lui mi ha permesso di avere una vita lunga e un aspetto fresco. Una rosa congelata nel tempo. L’ha fermato per me. Perché mi ama. E io amavo quello che mi ha offerto: il talento, la bellezza, l’infinita forza, la fama – tutto nell’arco di una vita umana eccezionalmente lunga. L’ho avuto. Non posso lamentarmi. È stata una bella vita.

Sul comodino ho ancora una foto di Richard. La accarezzo con dolcezza. Non penso lo rivedrò, laggiù. Lui era bravo. Era buono. Non aveva preso accordi con nessuno. Si era fatto da solo ed era morto dignitosamente. Forse, lui è su. Il su, come lo devo chiamare adesso. Non posso dire o pensare quel luogo per come me lo hanno insegnato in vita. Lui ora deve essere nel su. Io andrò nel giù col mio promesso sposo.

 

– Prego, cara, andiamo –

 

Mi tende la mano. La afferro. È fatta di piombo fuso bollente, lamenti di vergini stuprate, il mio braccio diventa bolle che scoppiano. Tre gocce di sangue macchiano il tappeto. Il resto lo lecca lui prima che cada. Ha una lingua eccezionalmente lunga. Non deve neanche chinare la testa. Mi guarda negli occhi leccando via il sangue. Sorride con la bocca aperta. Non dico niente. Il dolore è grande, ma mi è stata data la facoltà di sopportarlo – per godere della mia pena fino in fondo. Per essere una sposa dignitosa. Una semplice umana urlante non è conveniente, non è giusta, per un principe del giù.

 

Mi conduce verso la porta del suo mondo che sboccia dalle mura. È blu cobalto dai disegni argentati. Mi spinge verso la soglia e mi palpa il culo. Ha voglia. Non pensavo che un demone potesse avere voglia. Mi volto un’ultima volta verso quella che era casa mia. La mia camera da letto. Il mio baldacchino. I miei premi, i miei libri, la mia istruzione, la mia faticosa bellezza. Le foto di famiglia, le nostre feste, i cani, il giardino, le margherite, la gardenia che abbiamo coltivato insieme. Richard. Le pareti dipinte di rosa. Era stato il suo regalo per me. Già non ricordo più la sua faccia. O le sue mani su di me. O la sensazione che avevo quando ci incontravamo. Fa parte del patto. Non devo ricordare l’amore. Tutto ma non quello. Devo essere solo sua. Devo amare solo lui. Pensare al dolore che mi reca come al maggiore dei regali. Niente pareti rosa. Di Richard resterà un indefinito sentore di nostalgia, un vago pensiero colmo di interrogativi. A cominciare da ora. Penso ‘Addio’ e poi non so più perché. Perché?

 

La porta si chiude alle nostre spalle. La mia camera è solo silenzio. Nel vuoto, la ciocca di capelli che ho tagliato e le tre gocce di sangue sul tappeto prendono fuoco. Tutto diventerà cenere. Tutto diventerà me.

 

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