Caffè letterario

Breve racconto di Matteo Mammucari

Lei è seduta al tavolo di un bar, lui la guarda dal bancone.

Anzi, no. Lui è seduto al tavolo con lei, e già si conoscono. Hanno un passato in comune, si frequentano da tanto. Oppure si sono conosciuti, visti per un periodo limitato nel tempo, un periodo che è stato molto importante nella loro vita, e poi persi. Adesso si sono ritrovati per caso, in un bar di quella che è una città molto grande, un bar con il caffè veramente buono. Chi se ne frega del caffè? No, facciamo che è un bar come un altro.

Bene. Prima di andare avanti bisogna capire da dove veniamo. Lei chi è? Che lavoro fa? È soddisfatta della sua vita? Vediamo.

Lei è un’infermiera. Lavoro interessante, che si fa solo se si è portati, se si ha spirito di sacrificio. Lei si dedica agli altri, ciò significa che non si dedica molto a sé stessa. Anzi. Non si dedicava molto a sé stessa quando si vedeva con lui, poi si è annullata talmente tanto per farlo felice che si era persa. Lui l’ha portata ad un’esasperazione tale che lei ha dovuto diventare egoista per non esplodere, per ritrovare un po’ di amor proprio e reagire. Un’infermiera egoista, sembra carino.

Lui è un giornalista. Un giornalista che è sempre in giro per il mondo e ha potuto dedicarle poco tempo. Oppure era una persona molto ambiziosa, voleva diventare uno scrittore. Meglio di no, finirei per parlare di me e non di lui. Voleva diventare un manager, è troppo freddo. Un creativo, sì, ma di che tipo? Un pittore? Uno scultore? Uno scultore è poco praticato. Lui voleva essere uno scultore, ed è sempre stato abituato a modellare la vita così come faceva con l’argilla o con il bronzo. Ma la vita non è materia che si modella, è lei che modella te. E le cose sono andate diversamente da come sperava: adesso fa un lavoro mediocre. Il loro era un sentimento nato spontanemente, come se amarsi fosse naturale come aprire gli occhi la mattina. Come se davvero non potesse esistere altro che amarsi a vicenda. Ma lui deve fare l’artista. Ha sacrificato il loro amore per inseguire le sue ambizioni, ha rinnegato un tesoro che tutti agognano nella vita, che nessuno trova e che lui aveva lì, tra le mani. E adesso fa un lavoro di merda. Le sue “sculture”, o almeno quello che lui chiamava così, facevano veramente schifo, schifo persino a sua madre.

Sembrano premesse interessanti, anche se troppo lunghe, magari. Però ora siamo qui.
Che succede adesso?

Sono rimasto incastrato.

Io ho poco potere. Potrei arrivare al limite delle loro confessioni, e proprio mentre stanno per dirsi che hanno fatto un errore clamoroso a perdersi, che forse c’è una speranza di vita che li attende, ecco che irrompe un rapinatore all’interno del locale, scappa un colpo e ammazza uno dei due prima che la verità possa trovare forma nella realtà. Potrei far scatenare una catastrofe naturale, far arrivare gli alieni, far risvegliare una pattuglia di soldati nazisti che erano stati ibernati nella cantina di quel bar nel ’43. Potrei fare che lei si alza e lo lascia a marcire per sempre, come è giusto che sia, visto che è un inetto, uno che ha sputato sulla cosa più bella che gli sia capitata e che gli potrà mai capitare, cedendo alla paura di affrontare la vita. Ma l’editore non vuole.

L’editore ha deciso che in qualche modo loro due dovranno ritrovarsi, riappacificarsi, e che noi potremo guardare l’amore che trionfa. Puttanate.

Rassicuranti storielle che ci dicono che andrà tutto bene, fiocchetti per i nostri giorni aridi, favolette per gli occhi che hanno paura di addormentarsi. Poi torna la mattina, e ci ritroviamo dove eravamo rimasti. Ti volti e guardi la persona che hai a fianco, e cerchi di non pensare che è una tra le tante, quella che ti è capitata. Fingi di non esserti accorto che è un caso che sia nel tuo letto, nella tua casa. Se quel giorno avessi scelto un’altra strada per tornare, se avessi accettato un altro lavoro, se avessi disertato quella festa, la persona che c’è al tuo fianco non esisterebbe. E non ne sentiresti la mancanza. Quante possono dire che lui, proprio lui, sia l’uomo che gli era destinato, quello che cercavano da prima di incontrarlo? Ma nel nostro bar, a quel tavolino, è proprio quello che lei è costretta a pensare. Io posso farla andare a letto con chiunque, con tutto il mondo, e invece l’editore la costringe ad innamorarsi di quell’imbecille senza spina dorsale che ha messo la testa a posto, e probabilmente grazie alla spinta dell’amore diventerà proprio quel bravo scultore che non era mai riuscito ad essere. Non era meglio l’invasione aliena?

No, al pubblico non interessa. La storia tra i due deve andare avanti, si deve sviluppare, intrecciare, creare dei punti di svolta, dei colpi di scena, far finta che le cose andranno male solo per poi ricadere esattamente dove si aspettava arrivasse il punto: sul lieto fine. La loro storia deve procedere, ha bisogno di una trama.
E ne ha bisogno la storia perché ne ha bisogno l’editore perché ne ha bisogno il pubblico. Ecco perché non sarò mai un buon narratore. Perché la trama non mi interessa. Sospenderei tutto davanti al caffè. Rimarrei a guardare i due protagonisti per pagine e pagine, mentre parlano del niente. Perché io so quanta materia si agita sotto quelle vuote parole.
Il tono è imbarazzato, cordialmente freddo. Entrambi sanno benissimo che stanno recitando una farsa a carte scoperte, ma entrambi sanno benissimo che devono reggere il gioco, per non scoprirsi troppo, per non ferirsi ancora; perché ci vuole tempo per riscaldare i discorsi, anche se entrambi sanno benissimo dove andranno a finire. Si sono visti nudi senza imbarazzo, questo segna il disagio che hanno nel costringersi a guardarsi vestiti, abbottonati.

Lei dice di stare bene, di avere una vita soddisfacente. Lui fa finta di crederle, e intanto si ripete che è impossibile che sia vero, la conosce come le sue tasche, sa di mancarle come l’aria, sa che non potrà mai fare a meno di lui. Chissà se ha ragione. Lui racconta delle sue sculture esposte in certi posti di cui elenca il nome come se tutti dovessero conoscerli, facendoli sembrare posti importanti. Ovviamente se nessuno li ha mai sentiti nominare è perché sono dei buchi insulsi, con un tetto di cinque visitatori, ma è l’effetto che conta. Lui ha bisogno di far sentire la sua presenza massiccia, far pesare all’infermiera di non essere alla sua altezza, e lo fa con un duplice scopo: intanto cerca di portare la fanciulla a sentirsi inferiore e vulnerabile, perché si senta fortunata a stare vicino ad un cavallo vincente come lui, perché lo desideri, perché non si accorga di quanto sia terrorizzato ad averla davanti. La seconda ragione è la vergogna di se stesso, il bisogno che ha di essere messo sul piedistallo per non sentirsi il fallito che è, perché se riesce a convincere lei di essere un grande artista, lei potrebbe a sua volta convincere lui. E comunque parlare del proprio lavoro significa poter evitare di parlare di sé. Di cose vere, voglio dire.

Lei si muove con difficoltà tra queste chiacchiere, e la difficoltà è dovuta al fatto che ogni idiozia che la sua bocca sta per intraprendere sfocerebbe in qualche ricordo intimo che entrambi vogliono evitare. La macchina nuova ti fa parlare di quella vecchia, quella vecchia ti fa pensare alla prima volta che avete fatto l’amore. Lavoro in un ospedale più vicino rievoca tutti i disagi di quando lavoravi in quello più lontano, tutte le volte che lui ti veniva a prendere anche se staccavi alle cinque del mattino. Mio padre è andato in pensione significa nonostante tutto continua a pensare che sei uno stronzo e un fallito. Abito ancora in quella casa significa quella casa con quel portone, quel portone davanti al quale passavamo notti insonni a parlare, parlare, parlare di sogni, sogni che non avevamo il tempo di sognare. Quel portone dove ci siamo detti addio. Buono questo caffè. Ecco, lei parlerà del caffè, così come si parla del tempo, delle mezze stagioni. Quel caffè gode di uno straordinario presente, è sradicato da ogni contesto, è l’emblema del nulla che i due cercano di alimentare. Una volta non bevevi caffè. Merda. Ti eri illusa, credevi di averla fatta franca. E adesso? Dovrai raccontare come hai iniziato. Dovrai dire che alle cinque di mattina, uscendo dall’ospedale lontano dove lavoravi e dove nessuno ti veniva più a prendere, eri costretta ad aspettare l’autobus. Un’ora e mezza. Allora fuggivi il freddo invernale del primo mattino nel bar lì a fianco, dove lavorava il bel barista che si vantava di fare il caffè più buono del mondo. Tu facevi presente che non lo avevi mai bevuto, che già sentirne l’odore ti dava la nausea, e che se anche lo avessi bevuto, essendo il primo caffè della tua vita, sarebbe stato allo stesso tempo il più buono e il più schifoso mai assaggiato. Lui sfoderò un sorriso di sfida, malizioso, accompagnato da un è la caratteristica di ogni prima volta, provocandoti con quegli occhi neri, neri come il caffè. Sopportando lo sguardo di quegli occhi, un po’ alla volta hai cominciato a sopportare l’odore di caffè pur di continuare ad incontrarli, poi hai cominciato a fatica ad assaggiarne il sapore, sapore che aleggiava costantemente nella bocca di lui. Poi ti ci sei abituata, a forza di baciarlo, poi ha cominciato a piacerti. Poi hai cominciato a berlo.Poi non sei riuscita a smettere.
La storia tra l’infermiera e il barista. Direi che suona meglio di quella tra l’infermiera e lo scultore; potrei scrivere quella invece che questa, ma poi l’editore vorrebbe finisse bene. E non è finita bene. Perché l’infermiera doveva uscire dal bar, prima o poi, per non perdere l’autobus, e passava sempre davanti alla macchina parcheggiata ad aspettarla che non c’era. Era allora che una morsa allo stomaco aggrediva la finta verità che si era raccontata: non c’è spazio per altri cuori quando il proprio è ingombrato dall’assenza di qualcun altro. Quel qualcun altro che ora è seduto davanti a lei, dall’altra parte del tavolino.

Ma non gli dirà che non è riuscita a farsi una vita perché ogni mano che la toccava era così diversa dalla sua, così priva di storia, priva di trama. Perché ci vuole tempo affinché una mano che ti tocca si costruisca una vita propria, tempo che lei non aveva, o che non era disposta a concedere. Non più. Non sarebbe più stata la crocerossina di nessuno.
E improvvisamente silenzio. Sguardi che fingono di distrarsi, ognuno a suo modo. Un troppo da dirsi che rimane incastrato nel non dirsi nulla. Per fortuna la musica di sottofondo sta lì a coprire ogni vuoto; sta lì apposta: è così che evitiamo di ascoltare la nostra solitudine in mezzo alla gente. Almeno la radio evita di passare canzoni compromettenti, solo le provvisorie canzoni del momento. Eppure ci furono giorni in cui ogni pezzo che mandavano, per stupido che fosse, finiva per parlare di loro, delle distanze, del fallimento. Allora bisognava sbrigarsi a cambiare stazione, se non addirittura a spegnere quel dannato apparecchio. Poi la vita segue il suo corso, per le persone normali è così, ci si comincia a riabituare ad una placida esistenza lineare, e ci si convince finalmente di essere passati avanti, e a lasciar passare ogni canzone che passano senza dargli importanza.

Ma che nessuno creda che se ora i due si ritrovano l’uno davanti all’altro sia per puro caso. Sia chiaro che l’ho deciso io: mi serve per mettere due personaggi, fingendo che siano due persone, l’uno davanti all’altra, e raccogliere le scintille che questo attrito potrebbe creare, e sperare di farle traboccare fuori dalle righe.
Ovvio che per loro la cosa più semplice da fare era non rivedersi mai. Ma quando ci si trova faccia a faccia, dopo tutti questi anni, mostrare una sana e colloquiale cortesia, prendere un caffè, sembra meno compromettente che salutarsi e passare oltre. E poi c’è la curiosità di scoprire che cosa è successo alla persona con cui tanta strada si è fatta insieme, fino a quando il percorso non si è bruscamente diviso in due. Ora si osservano a vicenda, si riscoprono. Ogni minimo dettaglio appare interessante e denso di attenzione; mica come un tempo, quando a furia di starsi addosso ci si dava sempre per scontati.

Lei si infastidisce a vedere le dita di lui che giocano con lo scontrino. È un segno di nervosismo, certo.  O di disinteresse?  Magari continua ad arrotolare lo scontrino come se si stesse annoiando o avesse fretta di andarsene. Lei formula varie ipotesi, perché lei pensa sempre troppo. Lui non ci fa caso, non se ne accorge nemmeno: le dita che fremono, fremono da sole. È la forza creativa che si sta affollando sulle sue falangi, che spinge per uscire e riversarsi sulle cose del mondo. Lui non riesce ad afferrarlo, ma le cellule lo sanno: è la persona che gli sta davanti a fomentargli un recidivo bisogno di esistere oltre se stesso, oltre i confini della sua pelle. Non le confesserà – fa fatica ad ammetterlo persino a se stesso – che la ritrovava infiltrata in ogni sua scultura. Le terrà nascosti i suoi capelli che nascevano dall’argilla, e ogni impasto così pregno di lei. Quando l’ha persa per inseguire i suoi sogni d’arte, ha perso anche loro. Ha perso la necessità, ha perso ogni complicazione che gli impediva di esprimersi altrimenti. Ed ora, a stare lì seduto, a far finta che vada tutto bene e di essere sincero, ecco che la verità ha bisogno di sotterfugi per rivelarsi, di artifici. Di arte. Lui maledice di nuovo il suo lavoro di merda, si ripete ancora che deve fare lo sculture.

No, è troppo istintivo per capire che non può fare lo scultore, perché lui è uno scultore. Per quanto possa fare schifo quello che produce, ha la sua ragione di esistere; quelle orride sculture sono parte integrante del suo espirare.  Nel momento in cui decide di diventare un professionista dell’espirare diventa un professionista del nulla, ma non riesce a capirlo. Però il suo istinto è acceso e profondo, ed è in allerta. Lo spinge verso la ragazza che sta dall’altra parte del tavolino, gli dice che è lei la benzina di cui ha bisogno. Gli dice di non lasciare che si alzi da quel tavolino senza aver chiarito. Ma il cervello si allea con l’orgoglio, e tutto ciò che lui sa fare è pagare il conto per assolvere al suo dovere di maschio. Lei lo lascia fare, pensa che visto tutto quello che le ha tolto, almeno un caffè glielo può pagare. Si infilano la giacca, lui fa strada e si sente il tintinnio del campanello sulla porta. Li rivedo un istante dopo, quando passano davanti alla vetrata del bar. Non so cosa si stanno dicendo, so solo che il ghiaccio alla fine non si è sciolto. Lui è impacciato, non sa se abbracciarla, darle un bacio sulla guancia, o come cavolo la deve salutare. Sa solo che ci deve essere un contatto fisico prima di dividersi. Alla fine decide lei. Il bacio sulla guancia, me lo aspettavo. Un ultimo mezzo sorriso di circostanza, cerniera di un non detto che ribolle. Poi svuoteranno tutto in qualche vaso di fiori, da qualche vicino della loro vita. Si allontanano in due direzioni opposte, evitando di avere altro da nascondersi. Ognuno sulla sua strada, ognuno con la sua porzione di vita da mescolare con altre vite e altre persone. Ma di quello che erano, niente è sopravvissuto. Resta solo il tavolino con un paio di tazzine sporche, uno scontrino accartocciato e qualche moneta. Resta solo il tavolino, perché è lui il protagonista di questa assenza. Sì, perché è su questo tavolino che straccio le pretese dell’editore, abbandonandomi all’addio di due persone che sanno di niente, ormai corroso dall’onanistico piacere di tutte le storie che non interesseranno mai a nessuno.

Matteo Mammucari

Blog IlMatteo

 

 

E una canzone scoperta appena in tempo, perfetta per l’occasione; probabilmente la radio stava passando questa.
Il vero amore forse è là fuori.

 

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11 Comments

  • ….Si allontanano in due direzioni opposte, evitando di avere altro da nascondersi…..

    voglio piangere. conosco la sensazione…
    bellissimo racconto

  • “Rassicuranti storielle che ci dicono che andrà tutto bene, fiocchetti per i nostri giorni aridi, favolette per gli occhi che hanno paura di addormentarsi.” Perché fondamentalmente nessuno vuole sapere che stai male, neanche nei racconti e nei film. Il lieto fine. Sempre e comunque.

    Ho deciso che la radio mettesse su questa, nessuna “canzone del momento”, ma la canzone di quel momento:
    http://www.youtube.com/watch?v=vYcQBp5t4VA

    [..]”He walked over to her like before
    Going nowhere”[..]

  • Un racconto che è almeno tre racconti. C’è un primo racconto che l’autore volutamente banalizza e serve al lettore come poco credibile. E’ il racconto di Lei e Lui, appunto: personaggi senza nome, né vita, che vengono presentati in modo spietato, vengono denudati davanti al lettore, datigli in pasto con tutte le loro meschinità. Questi lei-lui sono talmente disamati che l’autore, per la loro storia-non storia, utilizza un linguaggio volutamente basso, ma direi più che basso anodino. “Schifo” che compare tante volte è infatti una parola oscura, chiusa, abusata, che fa capire come la loro storia non storia sia una routine inutile. Così come parole piatte come ‘carino’, ma anche ‘puttanate’ e ‘onanistico piacere’ (finto intellettualismo). Questo linguaggio fa il paio con la resa dell’autore di dare un senso alla storia non storia dei due, all’impossibilità di sottrarli alla trita ‘coazione a ripetere’ che l’editore vorrebbe, per fare contento il pubblico dal palato facile. E questa è la vera storia. La storia di un autore frustrato dal suo editore a ripercorrere un copione simile, se non identico con poche varianti. Quello che rimane è la banalizzazione della storia d’amore, che non ha spontaneità, non ha verità. Le finzioni dei due vengono svelate a priori e spiattellate davanti al lettore, che è come se glieli leggesse in faccia: questi due poveri lei-lui non hanno neanche il beneficio del silenzio, del pudore. Ma poi c’è pure un’altra storia: quella che il narratore vive con il lettore. Ci porta in questo mondo di relazioni falsate, di tetre finzioni, di amori amari; ci presenta la grettezza dell’editore e della gentucola che si consola con queste storie e poi ci lascia così, davanti ad un tavolo vuoto, con due tazze sporche.

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