Ninfee

Quella mania di Claude, lo sbarramento, genera delle vertigini: essere in quei turbinii è sentirsi per qualche istante persi e ritrovati [Racconto breve]

«È Monet che ci ha fatto incontrare», raccontavi a chi chiedeva di noi. Io in quel tempo mi perdevo inesorabile nelle proiezioni, abbandonandomi ai canti incessanti provenienti dagli abissi desertici della parola. Trascrivevo quello che vedevo e riportavo a grandi lettere gli epitaffi dei protagonisti delle mitologie che mi pareva mi fossero parenti. Gli arpeggi delle vecchie melodie artistiche, floreali e borghesi erano così dolci che un giorno vennero a sostituirsi ai miei pensieri e ogni cosa mi apparve così complessa che tutto si risolse presto nella poesia. «Nelle ninfee», aggiungevi, «noi abbiamo trovato la nostra armonia». Inerti difronte il quadro si taceva. Lì c’era del talento e della possente ossessione, un colosso del dramma esistenziale. Il silenzio a volte è dovere, così come la distribuzione sul capo delle ceneri dei residui della combustione di mille lingue che sapevamo il giorno di pentecoste: vedevo le pitture e mi ricordavo degli immensi roghi di foglie e tele che allestiva alla sera Claude, perennemente insoddisfatto. Mentre tutto si consumava noi seguivamo con lo sguardo il volare aereo degli stralci di tessuto infiammati: la pittura era rovente e noi intiepiditi dalla sua combustione. Avevo terrore quando si accaniva contro le sue opere – «Ecco Cronos!», urlavo- e le squarciava con violenza: con l’arte non ci si può permettere di giocare e i furbi devono essere puniti! Poi mangiava del buon pollo preparato da Blanche e ogni turbamento attendeva il giorno appresso per tornare pressante. Non potevo ricordare eppure ero presente: in quel salto all’indietro, in quella curvatura da menade così spinta da avere la visione rovesciata vi era la solidità di uno sguardo complice. Difronte alla capacità di mettere in atto il proprio destino il talento profuma: ogni essere nelle vicinanze dell’opera d’arte viene sollevato dal suo procedere verso l’informe e dalla mediocrità che ci condanna dal primo nostro respiro. Eravamo due anime in semplice risonanza: io, te e il vuoto contornato dal pittore. Noi due e Monet non potevamo che far parte della stessa comitiva, ben ti ricordi quante risate facemmo unite ai fischi della guerra e dei treni a vapore. Te chiaramente fumavi nella Gare Saint-Lazare, mentre lui grazie ad agganci nelle ferrovie aveva bloccato la corsa della locomotiva per aver tempo di dipingere. A Clemenceau quello sventurato scrisse e scrisse anche per noi, sia chiaro, che: «È al di là delle mie forze di vegliardo arrivare a rendere quello che sento». Sono quindi scontato nei miei continui ossequi a un fanatico simbolismo, dove la realtà oggettiva non rimanda che a un alter Christus trionfante già sul trono dei cieli, ma tutto sembra ancora troppo insufficiente. «Le radici di quelle ninfee sono così ancorate al fondo dello stagno che mi sembra di vedere ora noi saldi nel mondo», continuavi inesorabile nella tua narrazione. Quei fiori sono monomania e puro godimento: io so che anch’essi non possono essere pronunciati e che grazie al nostro amico di Parigi possiamo assistere allo sbarramento sublime di ciò che potrebbe bruciarci. Con te vicino l’attrazione verso il vuoto è rallentata: sei, amore, a volte la legge e la civiltà, altre ancora dispersione. Nell’anelito dell’arte sembra schiudersi ciò che per secoli chiamarono asservimento all’egoismo della specie. «Perché insisti?», chiesi a Claude. «Non lo so», rispose. «Stai ricercando qualcosa?», «Non lo so». «Niente di ciò che fa la tua opera è degenerazione di uno stile, credo ormai che tua sia entrato a far parte degli immortali». «I paesaggi… ne ho distrutti… ne ho ricominciati…». Solo nell’opera di Monet potevamo incontrarci, in quel nulla che si ripete stancamente, nel suo dipingere sedativo. In quell’acqua vissuta da foglie e fiori in rigoglio ritroviamo il nostro riflesso quasi completato da quella visione naturale, da quel miraggio che sembra restituire una visione completa e unitaria del nostro essere. E adesso non sai quanto adoro che tu ami te stesso in quell’opera. Così siamo divenuti amanti del nostro reciproco narcisismo e estimatori del nostro riflesso e orgoglio che perennemente vediamo ripetersi in quelle pitture che ci mettono in comune.
[La nostra visione congiunta dell’opera di Monet aveva innescato un cataclisma così violento che da quel giorno divenni un ammiratore delle diverse forme di apocalisse]

 

Gabriele Romani

 

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