Morrissey @Atlantico -Roma (10/2014)

Una luce che non si spegnerà mai

L’Italia, paese di santi poeti navigatori e opinionisti.
La vostra squadra ha perso? Ci sarà sicuramente qualcuno che avrebbe saputo allenare, arbitrare, giocare meglio.
Credete in qualcosa? Male, perché tanto c’è qualcuno più credente di voi.
Mangiate semi, muschi, rocce porose, esseri umani? Cominciate a cambiare dieta perché quel cibo –e proprio quello– vi sta uccidendo.
Prendo alla larga il discorso per togliermi subito un fastidioso sassolino da vecchia in fila al laboratorio di analisi già dalle cinque di mattina.
Sono stata al concerto di Morrissey e sì, c’erano dei cartelli che avvertivano di non introdurre carne all’interno del locale. Quindi?
In quanto onnivora avrei volentieri mangiato la mano di chi ha trovato il tempo di rompere l’anima già dalla sera stessa con commenti sul fatto che: “Oddio non posso mangiare l’abbacchio proprio durante questo concerto!!”.
D’altronde chi, tra di noi, non va a sentire un gruppo trascinandosi un quarto di bue dietro? Ma soprattutto chi non si reca a un concerto di Steven Patrick Morrissey –quello che cantava in un album dell’85 dal titolo “Meat Is Murder“– portandosi la coratella dentro il portafoglio?
Può darsi che io sia antipatica, ma può anche darsi che ci siano persone senza qualcosa di veramente serio a cui pensare nella vita.
Il fatto che, mentre sale sul palco un dio, l’unica cosa che viene in mente è la salsiccia, ha un che di ridicolo e vagamente perverso.
Se veramente amate gli Smiths, se davvero adorate Morrissey, se al primo appuntamento quello che è attualmente l’uomo della vostr vita vi ha portato un disco del gruppo inglese, sapete di cosa sto parlando.

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Il cantante -ma che dico cantante– colui che ancora non ha riceuto il premio Nobel per una qualsiasi cosa (citazione non mia, ma se ripeto le parole del mio ragazzo appaio vecchia e patetica come l’ottuagenaria di Titanic), ha suonato a Roma in due date consecutive.
Il 13 ottobre ho dato una carezza al prosciutto, due baci alla mortadella e mi sono diretta all’Atlantico, il live club in zona Eur.
Lì io e colui che non vorrei nuovamente nominare abbiamo aspettato pazientemente in fila, finché non ci hanno permesso di entrare vista la temporanea disabilità del mio accompagnatore. Un consiglio: se volete vedere un concerto in maniera degna, assoldate qualcuno che rompa un’articolazione a piacere della persona con cui andrete alla serata e via.
Bisogna dire che l’Atlantico non ha una vera e propria area per disabili, ma i ragazzi dell’organizzazione sono riusciti a transennare una parte accanto al palco, permettendoci di vedere lo spettacolo in tutta tranquillità.

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All’inizio un telo bianco copre la strumentazione mentre vengono proiettati filmati di vecchie canzoni e immagini di repertorio. Alle nove in punto il velo cade e comincia il sogno.
Avere davanti Morrissey in carne, ossa e gesti teatrali è quanto di più vicino all’idea di iperuranio io conosca. Lui è l’idea di bellezza, quella di passione, dell’amore infantile e qualunque altra cosa voi vogliate che sia.
Il concerto è tirato, un’ora e mezza esatta di canzoni dal recente “World Peace Is None Of Your Business“, brani dal passato remoto con gli Smiths e altri dalla sua carriera da solista.
Ho sentito qualcuno lamentarsi del fatto che sono stati fatti pochi pezzi degli anni trascorsi con la band, qualcuno che la durata del concerto è stata breve rispetto alla produzione dell’artista inglese. Tutto vero.
Ma come non si va a un concerto per mangiare, allo stesso tempo credo che non si vada a un concerto unicamente per la situazione contingente, ma anche per quello che rappresenta, dai ricordi legati a quel gruppo, al brivido caldo di fronte a Moz che appare imponente e improvviso come una divinità.

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Diciamocelo. In questo lunedì da ottobrata romana il cantante è la prima donna che fa sparire tutto il resto, è Louise Brooks che fa il mattatore. Istrionico, sornione e carismatico, Morrissey si dimostra in buona e interagisce con il pubblico, ora accogliendolo, un momento dopo quasi schernendolo.
Il protagonista assoluto della serata si presenta accompagnato da musicisti degni dei Gipsy King quando incontrano il Brad Pitt di “Inglurious Bastards” che si finge italiano. Moz porta camicie troppe strette e jeans troppo larghi ma ogni cosa è talmente perfetta sul palco che non resta ltro che affidarsi alla musica.

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Si parte con “The Queen Is Dead” e si continua con una scaletta già collaudata (vedi Barcellona), capace di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Il rischio di fare solo brani dall’album nuovo è alto, ma Morrissey gioca bene le sue carte e dopo “The Bullfighter Dies” e le atmosfere mariachi di “Kiss Me A Lot“, ecco un pezzo del 1992, “Certain People I Know“.
Alla sesta canzone penso che il cuore non reggerà. Partono le prime note di “How Soon Is Now” ed è subito commozione generale, mentre con le mani rivolte verso il palco cantiamo: «I am huan and I need to be loved just like everybody else does».
Si continua, nell’ordine, con “World Peace Is None Of Your Business“, “I’m Throwing My Arms Around Paris“, “Neal Cassady Drops Dead“.
Si continua tra vecchi e nuovi pezzi fino ad arrivare alla storica “Meat Is Murder” con tanto di immagini volutamente scioccanti di animali macellati con crudeltà. Moz canta e verso la fine si avvicina allo schermo in una posa di estrema sofferenza. Le luci si fanno rosse come il sangue versato per poi all’improvviso diventare flash bianchi a suggerire il terrore delle malcapitate creature.
Il concerto sta per terminare, ancora qualche brano e un cambio di abito per il cantante (con il gusto più orrendo per le camicie da dopo Malgioglio) e la serata si chiude con un colpo da maestro.
Prima viene cantata “Asleep” con Morrissey avvolto in un fascio di luce quasi ultraterreno che dice: «..Don’t feel bad for me / I want you to know / deep in the cell of my heart / I really want to go / there is another world / there is a better world». Posso quasi sentire il sospiro del pubblico di fronte alla dolcezza disperata del pezzo. O forse sono io.
Pochi minuti, il tempo di uscire e risalire sul palco, e “Everyday Is Like Sunday” chiude una serata su cui non c’è molto da aggiungere.
Morrissey è Morrissey.
Le sue canzoni hanno raccontato le generazioni e per le generazioni.

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Io personalmente ho pianto tanto e mi sono disperata ancora più forte su brani inarrivabili come “Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me“. Ho ballato prima di un menefreghismo adolescenziale e poi di uno che adolescenziale non lo è più su “I Started Something I Couldn’t Finish“.
E infine ho amato di nuovo quando qualcuno mi ha detto: «And if a double-decker bus crashes into us, to die by your side is such a heavenly way to die».
Quindi, in conclusione, non li fate i duri –i puristi del mais da una parte, i fanatici della pajata dall’altra– che tanto, una volta nella vita, ha tremato il mento pure a voi nel guardare una luce che non si spegnerà mai.

Agnese Iannone

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http://youtu.be/t_qPTyy4itI

 

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